Sulle strade di campagna si ammiravano le foglie degli alberi, tra le sfumature di color terracotta, e dalle case arrivavano profumi di pomodoro e basilico.
Ho mantenuto tutte le scene, i dettagli, i personaggi e il significato, correggendo grammatica, ortografia, punteggiatura, concordanze e fluidità narrativa.
La Luna era luminosa mentre percorrevo il vialetto della casa, e l’aria aveva già cominciato a cambiare.
Quando vidi la casa in pietra apparire dietro gli alberi, mi fermai ad ammirarla. Tra le tende socchiuse si intravedevano le abat-jour accese, che diffondevano una luce calda. In giardino c’erano alcuni vasi di vetro con piccole candele. L’atmosfera era incantevole e, per qualche istante, pensai:
«Sembra di essere dentro una favola.»
Emma aveva portato una valigia appena comprata, nella quale aveva sistemato tutte le cose più belle che possedeva e che aveva sempre nascosto in fondo al suo armadio. Aveva portato anche un quaderno nuovo e più domande di quante sapesse esprimere.
Negli anni aveva partecipato a cerchi di donne, seminari spirituali, meditazioni e percorsi sciamanici.
Aveva imparato ad ascoltare i sogni, le coincidenze, il corpo e le emozioni.
Eppure sentiva che le mancava ancora qualcosa.
Non desiderava un’altra teoria da imparare.
Non cercava una nuova etichetta da applicare alle proprie difficoltà.
Voleva vivere un’esperienza nuova e concreta.
Desiderava uno strumento che potesse accompagnarla nella vita quotidiana, quando il rituale finisce, la candela si spegne e si torna alle decisioni, alle relazioni, ai dubbi e alle giornate reali.
Arrivò lentamente davanti alla porta, soffermandosi ad ammirare la luce della Luna riflessa sulla casa, e non ebbe nemmeno il tempo di bussare.
«Emma! Che bello che tu sia qui.»
Le andai incontro a braccia aperte e con un sorriso luminoso.
Finalmente incontravo la donna dei miei pensieri, con i capelli raccolti in un foulard. Il vestito che indossava ondeggiava mosso dal soffice vento di fine estate. Portava due orecchini pendenti e una collana di pietre dure color turchese e corallo, dallo stile molto orientale.
Emma aveva immaginato molte volte quel momento. Aveva preparato perfino alcune frasi profonde da pronunciare appena arrivata.
Invece guardò la valigia e disse:
«Credo di aver portato troppe cose.»
Sorridemmo insieme.
«Succede spesso, quando si parte per incontrare se stesse.»
La casa profumava d’incenso al patchouli e di un altro aroma che Emma non riusciva a definire. Le ricordava qualcosa che si sente vicino al mare.
Le pareti in pietra color terracotta custodivano il silenzio e, in fondo alla stanza, un vecchio divano occupava il suo spazio come se avesse aspettato proprio lei.
Sul tavolo c’erano già due tazze.
Emma guardò il divano.
«È questo il famoso divano?»
«Sì, è proprio lei: la vecchia, morbida strega.»
Fu una risata breve, ma sufficiente a sciogliere qualcosa.
«Vieni, ti accompagno nella tua stanza. Prenditi tutto il tempo che ti serve e, quando scendi, prepariamo la nostra tisana.»
La stanza era meravigliosa, con una vista sui colli della Val d’Orcia. In lontananza si scorgevano le luci e le ombre delle case.
Dalla finestra si vedevano il pozzo e la legna ordinata con cura per l’inverno.
Quanta bellezza.
Quanta emozione nel trovarsi lì.
C’erano una poltrona del Cinquecento rivestita con una stoffa dai motivi paisley, un letto in ferro battuto con lenzuola pregiate decorate da merletti e, sulle pareti, stucchi in rilievo che formavano grandi mandala.
«Li ha sicuramente realizzati lei», pensò Emma.
I colori dominanti erano il turchese e il ruggine.
Piante fresche, un comò con uno specchio in stile toscano, le travi sul soffitto, un tappeto orientale e meravigliosi quadri riflettevano lo stile antico della casa.
Emma fece una doccia e scese.
Alcuni fiori secchi erano appesi alle pareti.
«Chissà che cosa ne farà», pensò.
«Ciao, Emma! Vieni, sono in cucina a preparare la nostra tisana. Hai mangiato?»
«No.»
«Sai quante tazze possiedo per la tisana?»
«No, dimmi.»
«Novantaquattro.»
«Incredibile! E perché ne hai così tante?»
«Perché, come ogni tipo di pasta ha il proprio sugo, anche ogni tisana ha bisogno della sua tazza speciale. E poi mi piacciono molto.»
Le pentole erano appese in alto a una vecchia scala. Tutte le spezie erano disposte sugli scaffali e, dietro i vetri delle credenze, si vedevano stoffe antiche di cotone con le frange. Erano gli asciugamani di una volta.
Una credenza in stile arte povera completava la cucina.
Era un incanto.
Tutto appariva accogliente e naturale.
«Vieni, andiamo in soggiorno. Togliamoci le scarpe e tuffiamoci sul divano.»
Avevo così tante domande che rimasi in silenzio ad annusare il vapore della tisana.
«Che cosa hai messo dentro?»
«Timo, lavanda ed elicriso.»
«Ah, ecco l’odore che non riuscivo a definire! Elicriso, quella piantina che si trova prima di arrivare sulla spiaggia e che profuma di curry. È molto particolare.»
Emma osservò la stanza e vide le tende.
«Ma questa è una tovaglia?»
«Sì, è una tovaglia da dodici persone che ho comprato in un mercatino dell’usato.»
«È un’idea un po’ fuori dal comune usarla come tenda. Molto interessante.»
«Allora, Emma, raccontami qualcosa di te. Che cosa fai di bello nella vita?»
«Sono single e ho una sorella che ha una figlia di sei anni. Abito in un appartamento in Virginia.
Ho un gatto e molte piante nel mio appartamento. Ho lasciato le chiavi alla vicina, così potrà occuparsi del gatto.
Ho studiato modellistica per abiti femminili e lavoro in un negozio di souvenir in centro.
Vorrei tanto cambiare, ma non ci riesco. Ho paura di prendere la decisione sbagliata e così sono sempre lì, nello stesso negozio, da anni. Non mi sento sicura delle mie scelte, anche se possiedo molte conoscenze.
Sono anni che partecipo a workshop e seminari, ascolto podcast e frequento corsi di yoga e meditazione.»
Emma abbassò lo sguardo. Bevve un sorso di quella buona tisana e disse:
«Sono stanca di sentirmi diversa da un giorno all’altro. A volte mi sento piena di energia e penso di poter cambiare tutta la mia vita.
Poi arriva un altro giorno e non riesco nemmeno a capire che cosa desidero.
In alcuni momenti sento tutto con chiarezza. In altri non mi fido più di niente, nemmeno di me stessa.»
Le sue dita percorrevano lentamente il bordo della tazza.
«E quando penso: “Va bene, questa è la direzione giusta”, mi lascio influenzare da pensieri che mi dicono che non sono all’altezza.»
Fece una pausa.
«Quando mi trovo dentro quello stato, mi sembra che durerà per sempre.»
Fu da quella frase che cominciò il nostro viaggio.
Non le parlai ancora degli undici punti energetici uno per uno.
Non le dissi quale energia stesse vivendo.
Non volevo che imparasse subito dei nomi per poi usarli come nuove etichette.
Prima doveva sperimentare.
Doveva osservare.
Doveva sentire attraverso il corpo.
«Rimarrai qui ventotto giorni», le dissi.
Emma sollevò gli occhi.
«Sì, e ne sono così felice.»
«In ventotto giorni conoscerò tutte le undici energie?»
«Le incontrerai, sì. Per conoscerle veramente servirà un po’ più di tempo.»
Emma sorrise.
«Quindi non sarà un corso intensivo per diventare illuminata in un giorno.»
Ridemmo insieme.
Le spiegai che il nostro percorso sarebbe stato simile a un workshop, ma senza la rigidità di un programma da seguire minuto per minuto.
Ogni giornata avrebbe avuto una direzione, una meditazione dinamica, una sequenza di Kundalini Yoga e una cerimonia, ma anche la vita quotidiana sarebbe entrata nel percorso.
«Non resteremo sempre sedute sul divano», le dissi.
Emma guardò il divano con affetto.
«Mi stavo già abituando.»
«Ci torneremo ogni giorno. Il divano sarà il nostro punto di partenza e il luogo nel quale raccoglieremo ciò che avremo vissuto.»
Avremmo percorso i sentieri tra gli ulivi e le strade di campagna.
Saremmo andate in bicicletta nei piccoli paesi, fermandoci nelle piazze, in un bar o davanti alle bancarelle del mercato.
Avremmo osservato non soltanto ciò che Emma pensava, ma anche il modo in cui reagiva agli incontri, agli imprevisti e alle scelte più semplici.
«Anche andare al mercato farà parte del lavoro spirituale?»
«Soprattutto andare al mercato.»
«Perché?»
«È facile sentirsi centrate in una stanza silenziosa.»
Emma rise.
«Quindi la vera prova non sarà la meditazione.»
«La vera pratica comincia quando la meditazione finisce.»
Avremmo preparato da mangiare insieme.
Avremmo tagliato le verdure.
Impastato.
Mangiato pane toscano, pomodori, olio e basilico.
Altre volte saremmo andate in una trattoria, tra voci, bicchieri e profumi.
Avremmo preso la macchina e attraversato le meravigliose strade della Val d’Orcia per arrivare al mare.
Emma avrebbe visto le colline aprirsi come onde, i cipressi seguire il profilo delle strade e i borghi apparire in lontananza.
Avrebbe camminato sulla sabbia e immerso i piedi nell’acqua.
Non per interrompere il percorso, ma per continuarlo in un altro modo.
Ogni scelta sarebbe diventata osservazione.
«Quindi mi osserverai continuamente?» domandò Emma.
«Non sarò lì per giudicarti.»
«Ma vedrai tutto.»
«Vedrò ciò che vorrai mostrare. E forse anche qualcosa che mostrerai senza accorgertene.»
Emma bevve un sorso di tisana.
«È un po’ inquietante.»
«Anche tu osserverai me.»
«Tu non hai più ombre?»
Scoppiai a ridere.
«Se fosse così, questo percorso sarebbe noiosissimo.»
Il nostro workshop non avrebbe avuto una cattedra.
Non ci sarebbe stata un’insegnante perfetta davanti a una donna da correggere.
Io avrei portato la mia esperienza, gli insegnamenti del Kundalini Yoga, il lavoro sul corpo, il respiro, la meditazione, il mio cammino sciamanico e la conoscenza della mia personale dinamica lunare.
Emma avrebbe portato la propria vita.
Avremmo sperimentato insieme.
Ogni pratica sarebbe stata scelta in relazione all’energia che stavamo esplorando.
Non per eliminare l’ombra, ma per creare uno spazio nel quale poterla osservare senza esserne travolte.
«Faremo Kundalini Yoga ogni giorno?» domandò.
«Ogni giornata avrà una pratica. Alcune saranno intense, altre molto semplici.»
«E se non riesco a eseguire una posizione?»
«La pratica non è una prova.»
«E se non sento niente?»
«Anche il non sentire è qualcosa da osservare.»
Emma aprì finalmente il quaderno.
Sulla prima pagina scrisse:
Ventotto giorni.
Poi sollevò la penna.
«Che altro devo scrivere?»
«Per oggi, niente.»
«Soltanto il titolo?»
«La mente vuole sempre conoscere tutto il programma prima ancora di cominciare.»
Emma chiuse il quaderno.
«Hai ragione.»
Durante quei ventotto giorni avremmo vissuto anche alcune cerimonie.
Una sera avremmo acceso il fuoco.
Ci saremmo sedute all’aperto, ascoltando il crepitio della legna e il silenzio della campagna.
Il fuoco avrebbe accolto parole, pensieri e intenzioni.
Non gli avremmo chiesto di cancellare il passato.
Gli avremmo affidato ciò che Emma si sentiva pronta a guardare e, forse, a lasciare andare.
Un’altra giornata sarebbe stata accompagnata da una cerimonia del cacao, vissuta come un momento simbolico di ascolto e apertura del cuore.
Avremmo bevuto lentamente.
Ascoltato il corpo.
Lasciato emergere ricordi, gratitudine e domande, senza forzare nulla e senza promettere guarigioni.
Soltanto creando uno spazio diverso dalla fretta quotidiana.
Ci sarebbe stata anche la Trance Dance.
Avremmo preparato la stanza, liberando il pavimento e disponendo tappetini intorno allo spazio.
Emma avrebbe ballato a piedi nudi con la benda sugli occhi.
La musica avrebbe accompagnato il corpo oltre i movimenti conosciuti.
Non ci sarebbero state coreografie.
Nessun gesto da imitare.
Nessun corpo da mostrare.
Soltanto ascolto, respiro, ritmo e libertà.
«Io non so ballare», disse Emma.
«Non ti chiederò di saperlo.»
«E se mi sento ridicola?»
«Con la benda non potrai vedere la faccia che fai.»
Emma rise così forte che la tisana rischiò di uscire dalla tazza.
«Questo mi tranquillizza.»
«La danza non sarà uno spettacolo. Sarà un incontro.»
«Con chi?»
«Con tutte le parti di te che non riescono ancora a parlare.»
Ci sarebbero stati momenti di gioia e momenti più intensi.
Giornate nelle quali Emma avrebbe voluto continuare per ore.
Altre nelle quali avrebbe desiderato chiudersi in camera.
A volte il lavoro sarebbe emerso durante una meditazione.
Altre volte davanti a un piatto di pasta.
Durante una salita in bicicletta.
In mezzo alla confusione del mercato.
Oppure sul divano, quando il sole del pomeriggio fosse entrato dalla finestra e le parole fossero finalmente diventate più lente.
Non avremmo cercato esperienze straordinarie.
Avremmo imparato a riconoscere lo straordinario nei piccoli passaggi.
Un respiro trattenuto.
Una scelta rimandata.
Una frase pronunciata troppo in fretta.
Un desiderio nascosto.
Un improvviso bisogno di solitudine.
Una gioia arrivata senza motivo.
La paura di mostrarsi.
Ogni giornata avrebbe avuto il proprio ritmo.
Il percorso sarebbe stato un allenamento costante all’accorgersi.
Emma avrebbe imparato a osservare come la stessa qualità potesse manifestarsi nella luce oppure nell’ombra.
Come un’intuizione potesse diventare ossessione.
Come la creatività potesse trasformarsi in dispersione.
Come il bisogno di prendersi cura degli altri potesse diventare sacrificio.
Come la solitudine potesse essere nutrimento oppure chiusura.
Ma tutto questo sarebbe arrivato un giorno alla volta.
Non volevo che Emma cercasse subito di riconoscere ogni luna nella propria vita.
La mente ama collezionare spiegazioni.
Il corpo ha bisogno di tempo.
La luce della Luna attraversava le foglie degli alberi e disegnava ombre mobili sul prato del giardino.
Quella sera non iniziammo ancora il lavoro su una luna precisa.
«Andiamo a mangiare!» dissi alzandomi dal divano.
«Dove andiamo?»
«A mangiare tutto quello che desideriamo.»
Indossammo una maglietta, pantaloni comodi e scarpe confortevoli.
Niente borsa.
Mettemmo tutto ciò che ci serviva nelle tasche dei giubbotti.
Lasciammo a casa anche il telefono.
Soltanto noi.
Durante la cena Emma raccontò qualcosa della propria vita.
Non tutto.
Soltanto ciò che era pronto a uscire.
Dopo cena camminammo nel giardino.
Il cielo sopra di noi sembrava immenso, illuminato dalla Luna.
«Domani quale energia incontreremo?» domandò.
«Lo scoprirai domani.»
«Non puoi darmi almeno un indizio?»
«No.»
«Daaaiiii…»
«Sto proteggendo la tua curiosità.»
Prima di andare a dormire, Emma aprì il quaderno e sotto il titolo scrisse una sola frase:
Sono venuta qui per sperimentare, non per capire.
La mattina seguente avremmo iniziato.
Una giornata alla volta.
Una pratica alla volta.
Una donna interiore alla volta.
Il divano, le biciclette, il mercato, le colline, il mare, il fuoco, il cacao, la danza e il silenzio sarebbero diventati parte del cammino.
Ventotto giorni per crescere insieme, per osservare senza giudicare e per imparare.
Con una donna che le dice:
«Sei arrivata quando dovevi arrivare.»
Lo renderei più naturale e narrativo, mantenendo la scena intima del risveglio e della colazione.
Appena sveglia, Emma rimase per qualche istante a osservare la stanza.
«Quanto sono belle queste lenzuola di lino», pensò, accarezzando il tessuto. Poi guardò verso la finestra e sorrise vedendo le grandi tovaglie trasformate in tende.
La luce del mattino entrava delicatamente nella camera.
Non aveva la minima idea di che cosa avrebbero fatto durante quella giornata.
Aprì la valigia e cominciò a cercare qualcosa da indossare.
«Che cosa mi metto oggi?»
Prese un vestito, lo appoggiò sul letto e poi cambiò idea. Ne tirò fuori un altro, ma anche quello non le sembrò adatto.
Si fermò.
«No. Questa volta voglio fare tutto con calma.»
Richiuse la valigia e decise di scendere così com’era: con il pigiama addosso e i capelli ancora arruffati.
Quando arrivò in cucina, Jaya era già indaffarata davanti ai fornelli.
«Buongiorno, Emma. Hai dormito bene?»
«Buongiorno, Jaya. Sì, ho dormito profondamente. Forse è stata la tisana che mi hai preparato ieri sera prima di andare a letto.»
Emma si sedette al tavolo, ancora un po’ assonnata.
«Posso farti una domanda? Come si pronuncia esattamente il tuo nome?»
«Già-ya.»
Emma provò a ripeterlo lentamente.
«Già-ya.»
«Esatto. Significa vittoria. Per me rappresenta la vittoria interiore, la forza che ci aiuta ad attraversare e superare gli ostacoli.»
Emma sorrise.
«È un nome molto bello.»
Poi inspirò profondamente.
«Che cosa stai preparando? Sento un profumo delizioso.»
«Crêpes con sciroppo d’acero e mirtilli.»
Jaya si voltò verso di lei.
«Vuoi anche un caffè? Ho del latte d’avena, nel caso ti piaccia.»
Emma guardò le crêpes dorate e i mirtilli freschi sul tavolo.
«Sembra tutto buonissimo. Sì, grazie. Prendo volentieri anche il caffè con il latte d’avena.»
Jaya le mise davanti un piatto e versò lentamente lo sciroppo d’acero sulle crêpes.
Emma osservò quel filo dorato scendere e sorrise.
La prima giornata del loro viaggio poteva cominciare.
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