Le nostre tisane in ventotto giorni

Il sole era ancora caldo, ma l’aria aveva già cominciato a cambiare. Sulle strade di campagna si ammiravano le ombre degli alberi, tra le sfumature delle foglie color terracotta, e dalle case arrivavano profumi di pomodoro e basilico.

Negli ultimi chilometri Emma aveva guidato lentamente, perché aveva paura di oltrepassare il cancello senza accorgersene.

Quando vide la casa in pietra apparire dietro gli alberi, fermò la macchina e rimase seduta per qualche istante.

«Sembra di essere dentro una cartolina», pensò.

Cipressi, pini e strade un po’ sconnesse.

Aveva portato una valigia con tutte le cose più belle che possedeva e che aveva sempre nascosto in fondo al suo armadio, un quaderno nuovo e più domande di quante sapesse esprimere.

Negli anni aveva partecipato a cerchi di donne, seminari spirituali, meditazioni e percorsi sciamanici.

Aveva imparato ad ascoltare i sogni, le coincidenze, il corpo e le emozioni.

Eppure sentiva che le mancava ancora qualcosa.

Non desiderava un’altra teoria da imparare.

Non cercava una nuova etichetta da applicare alle proprie difficoltà.

Voleva vivere un’esperienza nuova e concreta.

Desiderava uno strumento che potesse accompagnarla nella vita quotidiana, quando il rituale finisce, la candela si spegne e si torna alle decisioni, alle relazioni, ai dubbi e alle giornate reali.

Scese dalla macchina, prese la valigia e attraversò lentamente il giardino.

Quando arrivò davanti alla porta, non ebbe nemmeno il tempo di bussare.

«Emma! Che bello che tu sia qui.»

Le andai incontro a braccia aperte e con un sorriso luminoso.

Finalmente incontravo la donna dei miei pensieri.

Emma aveva immaginato molte volte quel momento. Aveva preparato perfino alcune frasi profonde da pronunciare appena arrivata.

Invece guardò la valigia e disse:

«Credo di aver portato troppe cose.»

Sorridemmo insieme.

«Succede spesso, quando si parte per incontrare se stesse.»

La invitai a entrare.

La casa era fresca. Le pareti in pietra custodivano il silenzio e, in fondo alla stanza, il vecchio divano occupava il suo spazio come se avesse aspettato proprio lei.

Sul tavolo c’erano già due tazze.

Emma guardò il divano.

«È questo il famoso divano?»

«Sì, è proprio lei: la vecchia, morbida strega.»

Fu una risata breve, ma sufficiente a sciogliere qualcosa.

«Vieni, ti accompagno nella tua stanza. Prenditi tutto il tempo che ti serve e, quando scendi, prepariamo la nostra tisana.»

La stanza era meravigliosa, con una vista sui colli della Val d’Orcia.

Dalla finestra si vedevano il prato, il pozzo e la legna ordinata con cura per l’inverno.

Quanta bellezza.

Quanta emozione nel trovarsi lì soltanto per se stessa.

C’erano una poltrona del Cinquecento, un letto in ferro battuto con lenzuola decorate a filigrana e, sulle pareti, stucchi in rilievo che formavano grandi mandala.

«Li ha sicuramente realizzati lei», pensò Emma.

I colori dominanti erano il turchese e il ruggine.

Fiori e piante fresche, un comò con uno specchio in stile toscano, un tappeto orientale e meravigliosi quadri riflettevano lo stile antico della casa.

Emma fece una doccia e scese.

Nell’aria si sentiva il profumo della lavanda e dell’elicriso. Alcuni fiori secchi erano appesi alle pareti.

«Chissà che cosa ne farà», pensò.

«Ciao, Emma! Vieni, sono in cucina a preparare la nostra tisana. Hai fame? Vuoi qualche biscottino?»

«Sì.»

«Sai quante tazze possiedo per la tisana?»

«No, dimmi.»

«Novantaquattro.»

«Incredibile! E perché ne hai così tante?»

«Perché, come ogni tipo di pasta ha il proprio sugo, anche ogni tisana ha bisogno della sua tazza speciale. E poi mi piacciono molto.»

Le pentole erano appese in alto a una vecchia scala. Tutte le spezie erano disposte sugli scaffali e, dietro i vetri delle credenze, si vedevano merletti di lino e rose.

Era un incanto.

Una credenza in stile arte povera completava la cucina.

Tutto appariva accogliente e naturale.

«Vieni, andiamo in soggiorno. Togliamoci le scarpe e tuffiamoci sul divano.»

Avevo così tante domande che rimasi in silenzio ad annusare il vapore della tisana.

«Che cosa hai messo dentro?»

«Timo, lavanda ed elicriso.»

«È molto particolare.»

Dalla finestra alta e stretta si intravedevano gli uccellini e il borgo.

La luce entrava attraverso le tende.

Emma le osservò meglio.

«Ma questa è una tovaglia?»

«Sì, è una tovaglia da dodici persone che ho comprato in un mercatino dell’usato a Vicopisano. Sono innamorata di quel mercatino e ci vado spesso.»

«È un’idea un po’ fuori dal comune.»

«Allora, Emma, raccontami qualcosa di te. Che cosa fai di bello nella vita?»

«Anch’io abito in Toscana, nel centro di Lucca. Mi piace molto. Vivo al quarto piano e, sopra il tetto, ho un’altana dalla quale vedo gli alberi che costeggiano le mura.

Lavoro come insegnante di yoga, come te. Ho un gatto e molte piante nel mio appartamento. Ho lasciato le chiavi alla vicina, così potrà occuparsi del gatto e sentirsi meno sola.

Ho studiato modellistica per abiti femminili, ma lavoro in un ristorante.

Vorrei tanto cambiare, ma non ci riesco. Ho paura di prendere la decisione sbagliata. Non mi sento sicura delle mie scelte, anche se possiedo molte conoscenze.»

Emma abbassò lo sguardo.

«Sono stanca di sentirmi diversa da un giorno all’altro. A volte mi sento piena di energia e penso di poter cambiare tutta la mia vita. Poi arriva un altro giorno e non riesco nemmeno a capire che cosa desidero.»

«In alcuni momenti sento tutto con chiarezza. In altri non mi fido più di niente, nemmeno di me stessa.»

Le sue dita percorrevano lentamente il bordo della tazza.

«E quando penso: “Va bene, questa è la direzione giusta”, mi lascio influenzare da pensieri che mi dicono che non sono all’altezza.»

Fece una pausa.

«Quando mi trovo dentro quello stato, mi sembra che durerà per sempre.»

Fu da quella frase che cominciò il nostro viaggio.

Non le parlai ancora degli undici centri uno per uno.

Non le dissi quale energia stesse vivendo.

Non volevo che imparasse subito dei nomi per poi usarli come nuove etichette.

Prima doveva sperimentare.

Doveva osservare.

Doveva sentire nel corpo.

«Rimarrai qui ventotto giorni», le dissi.

Emma sollevò gli occhi.

«Ventotto giorni?»

«Sì. Un intero ciclo.»

«In ventotto giorni conoscerò tutte le energie?»

«Le incontrerai. Per conoscerle veramente servirà un po’ più di tempo.»

Emma sorrise.

«Quindi non sarà un corso intensivo per diventare illuminata entro venerdì.»

Rise.

Le spiegai che il nostro percorso sarebbe stato simile a un workshop, ma senza la rigidità di un programma da seguire minuto per minuto.

Ogni giornata avrebbe avuto una direzione.

Una meditazione.

Un kriya.

Una cerimonia.

Un’esperienza nel corpo.

Ma anche la vita quotidiana sarebbe entrata nel percorso.

«Non resteremo sempre sedute sul divano», le dissi.

Emma guardò il divano con affetto.

«Mi stavo già abituando.»

«Ci torneremo ogni giorno. Il divano sarà il nostro punto di partenza e il luogo nel quale raccoglieremo ciò che avremo vissuto.»

«E per il resto del tempo?»

«Cammineremo.»

Avremmo percorso i sentieri tra gli ulivi e le strade di campagna.

Saremmo andate in bicicletta nei piccoli paesi, fermandoci nelle piazze, in un bar o davanti alle bancarelle del mercato.

Avremmo osservato non soltanto ciò che Emma pensava, ma anche il modo in cui reagiva agli incontri, agli imprevisti e alle scelte più semplici.

«Anche andare al mercato farà parte del lavoro spirituale?»

«Soprattutto andare al mercato.»

«Perché?»

«È facile sentirsi centrate in una stanza silenziosa. Diventa più interessante osservare che cosa accade quando una donna ti passa davanti mentre aspetti il tuo turno, quando non sai quale formaggio scegliere o quando il venditore ti parla troppo velocemente.»

Emma rise.

«Quindi la vera prova non sarà la meditazione.»

«La vera pratica comincia quando la meditazione finisce.»

Avremmo preparato il pranzo insieme.

Tagliato le verdure.

Impastato.

Mangiato pane toscano, pomodori, olio e basilico.

Alcune sere saremmo rimaste a casa, nella cucina in pietra.

Altre volte saremmo andate in una trattoria, tra voci, bicchieri e profumi.

Un giorno avremmo preso la macchina e attraversato le meravigliose strade della Val d’Orcia.

Un altro giorno saremmo andate al mare.

Emma avrebbe visto le colline aprirsi come onde, i cipressi seguire il profilo delle strade e i borghi apparire in lontananza.

Avrebbe camminato sulla sabbia e immerso i piedi nell’acqua.

Ci saremmo fermate in un piccolo ristorante toscano.

Non per interrompere il percorso, ma per continuarlo in un altro modo.

Ogni scelta sarebbe diventata osservazione.

Sedersi dentro oppure fuori.

Parlare o rimanere in silenzio.

Ordinare ciò che si conosce o provare qualcosa di nuovo.

Lasciare spazio all’altra o riempire tutto il tavolo con le proprie parole.

«Quindi mi osserverai continuamente?» domandò Emma.

«Non sarò lì per giudicarti.»

«Ma vedrai tutto.»

«Vedrò ciò che vorrai mostrare. E forse anche qualcosa che mostrerai senza accorgertene.»

Emma bevve un sorso di tisana.

«È un po’ inquietante.»

«Anche tu osserverai me.»

«Tu non hai più ombre?»

Scoppiai a ridere.

«Se fosse così, questo percorso sarebbe noiosissimo.»

Il nostro workshop non avrebbe avuto una cattedra.

Non ci sarebbe stata un’insegnante perfetta davanti a una donna da correggere.

Io avrei portato la mia esperienza, gli insegnamenti del Kundalini Yoga, il lavoro sul corpo, il respiro, la meditazione e il mio cammino sciamanico.

Emma avrebbe portato la propria vita.

Avremmo sperimentato insieme.

La mattina avremmo aperto la giornata con il silenzio.

A volte con una meditazione.

A volte con un kriya.

A volte con il respiro.

Ogni pratica sarebbe stata scelta in relazione all’energia che stavamo esplorando.

Non per eliminare l’ombra, ma per creare uno spazio nel quale poterla osservare senza esserne travolte.

«Faremo Kundalini Yoga ogni giorno?» domandò.

«Ogni giornata avrà una pratica. Alcune saranno intense, altre molto semplici.»

«E se non riesco a eseguire una posizione?»

«La pratica non è una prova.»

«E se non sento niente?»

«Anche non sentire è qualcosa da osservare.»

Emma aprì finalmente il quaderno.

Sulla prima pagina scrisse:

Ventotto giorni.

Poi sollevò la penna.

«Che altro devo scrivere?»

«Per oggi, niente.»

«Soltanto il titolo?»

«La mente vuole sempre conoscere tutto il programma prima ancora di cominciare.»

Emma chiuse il quaderno.

«Hai ragione.»

Durante quei ventotto giorni avremmo vissuto anche alcune cerimonie.

Una sera avremmo acceso il fuoco.

Ci saremmo sedute all’aperto, ascoltando il crepitio della legna e il silenzio della campagna.

Il fuoco avrebbe accolto parole, pensieri e intenzioni.

Non gli avremmo chiesto di cancellare il passato.

Gli avremmo affidato ciò che Emma si sentiva pronta a guardare e, forse, a lasciare andare.

Un’altra giornata sarebbe stata accompagnata da una cerimonia del cacao, vissuta come momento simbolico di ascolto e apertura del cuore.

Avremmo bevuto lentamente.

Ascoltato il corpo.

Lasciato emergere ricordi, gratitudine e domande.

Senza forzare nulla.

Senza promettere guarigioni.

Soltanto creando uno spazio diverso dalla fretta quotidiana.

Ci sarebbe stata anche la Trance Dance.

Avremmo preparato la stanza, liberando il pavimento e disponendo tappetini intorno allo spazio.

Emma avrebbe ballato a piedi nudi.

Prima con gli occhi aperti.

Poi, quando si fosse sentita pronta, con la benda.

La musica avrebbe accompagnato il corpo oltre i movimenti conosciuti.

Non ci sarebbero state coreografie.

Nessun gesto da imitare.

Nessun corpo da mostrare.

Soltanto ascolto, respiro, ritmo e libertà.

«Io non so ballare», disse Emma.

«Non ti chiederò di saperlo.»

«E se mi sento ridicola?»

«Con la benda non potrai vedere la faccia che fai.»

Emma rise così forte che la tisana rischiò di uscire dalla tazza.

«Questo mi tranquillizza.»

«La danza non sarà uno spettacolo. Sarà un incontro.»

«Con chi?»

«Con tutte le parti di te che non riescono ancora a parlare.»

Ci sarebbero stati momenti di gioia e momenti più intensi.

Giornate nelle quali Emma avrebbe voluto continuare per ore.

Altre nelle quali avrebbe desiderato chiudersi in camera.

A volte il lavoro sarebbe emerso durante una meditazione.

Altre volte davanti a un piatto di pasta.

Durante una salita in bicicletta.

In mezzo alla confusione del mercato.

Oppure sul divano, quando il sole del pomeriggio fosse entrato dalla finestra e le parole fossero finalmente diventate più lente.

Non avremmo cercato esperienze straordinarie.

Avremmo imparato a riconoscere lo straordinario nei piccoli passaggi.

Un respiro trattenuto.

Una scelta rimandata.

Una frase pronunciata troppo in fretta.

Un desiderio nascosto.

Un improvviso bisogno di solitudine.

Una gioia arrivata senza motivo.

La paura di mostrarsi.

Ogni giornata avrebbe avuto il proprio ritmo.

Ogni energia avrebbe aperto una finestra diversa.

Ma non avremmo parlato di tutte le finestre insieme.

«Perché una sola alla volta?» domandò Emma.

«Perché, quando undici donne parlano contemporaneamente, non si capisce più niente.»

«E se una vuole intervenire nel giorno di un’altra?»

«Accadrà sicuramente.»

«Che cosa faremo?»

«La ascolteremo senza darle tutto il divano.»

Emma guardò il vecchio divano.

«Povero divano.»

«Non sa ancora che cosa lo aspetta.»

Il percorso sarebbe stato un allenamento costante all’accorgersi.

Non bastava riconoscere un’energia una volta.

Emma avrebbe imparato a osservare come la stessa qualità potesse manifestarsi nella luce oppure nell’ombra.

Come un’intuizione potesse diventare ossessione.

Come la creatività potesse trasformarsi in dispersione.

Come il bisogno di prendersi cura degli altri potesse diventare sacrificio.

Come la solitudine potesse essere nutrimento oppure chiusura.

Ma tutto questo sarebbe arrivato un giorno alla volta.

Non volevo che Emma cercasse subito di riconoscere ogni luna nella propria vita.

La mente ama collezionare spiegazioni.

Il corpo ha bisogno di tempo.

«Alla fine dei ventotto giorni saprò qual è la mia sequenza?» domandò.

«Comincerai a riconoscerla.»

Emma rimase in silenzio.

La luce attraversava le foglie degli alberi e disegnava ombre mobili sul pavimento.

«Perché hai accettato di accompagnarmi?» domandò.

Guardai il quaderno chiuso sulle sue ginocchia.

«Perché anch’io ho avuto bisogno di qualcuno che mi mostrasse una mappa.»

Quella sera non iniziammo ancora il lavoro su una luna precisa.

«Andiamo a mangiare!» dissi alzandomi dal divano.

«Dove andiamo?»

«A mangiare tutto quello che desideriamo, accompagnato da un buon bicchiere di vino toscano.»

Indossammo una maglietta, i pantaloni comodi e gli scarponcini.

Niente borsa.

Mettemmo tutto ciò che ci serviva nelle tasche dei giubbotti.

Lasciammo a casa anche il telefono.

Soltanto noi.

Durante la cena Emma raccontò qualcosa della propria vita.

Non tutto.

Soltanto ciò che era pronto a uscire.

Dopo cena camminammo nel giardino.

Il cielo sopra di noi sembrava immenso.

«Domani quale energia incontreremo?» domandò.

«Lo scoprirai domani.»

«Non puoi darmi almeno un indizio?»

«No.»

«Sei severa.»

«Sto proteggendo la tua curiosità.»

Tornammo in casa.

Prima di andare a dormire, Emma aprì il quaderno e sotto il titolo scrisse una sola frase:

Sono venuta qui per sperimentare, non soltanto per capire.

La mattina seguente avremmo iniziato.

Una giornata alla volta.

Una pratica alla volta.

Una donna interiore alla volta.

Il divano, il mare, le biciclette, il mercato, la Val d’Orcia, il fuoco, il cacao, la danza e il silenzio sarebbero diventati parte dello stesso cammino.

Ventotto giorni per crescere insieme.

Ventotto giorni per osservare senza giudicare.

Ventotto giorni per imparare che la trasformazione non accade soltanto nei momenti solenni.

A volte comincia con una tisana.

Con una strada percorsa lentamente.

Con una donna che arriva portando una valigia troppo piena.

E con un’altra donna che le apre la porta e le dice:

«Sei arrivata quando dovevi arrivare.»