IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Le undici donne interiori e i centri lunari femminili
Un viaggio di consapevolezza tra le colline e il mare della Toscana
Manoscritto in volume unico
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Le undici donne interiori e i centri lunari femminili
Un viaggio di consapevolezza tra le colline e il mare della Toscana
Manoscritto in volume unico
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Indice
Dedica
Le radici di questo viaggio
Prologo - La vecchia casa di pietra
Il cerchio delle undici donne
1. L'attaccatura dei capelli - La Dea Sciamana
2. Le sopracciglia - La Dea Creativa
3. Le guance - La Dea Magica
4. Le labbra - La Dea Libera
5. I lobi delle orecchie - La Dea Regina
6. La parte posteriore del collo - La Dea Romantica
7. I seni e i capezzoli - La Dea Curandera
8. L'ombelico - Pacha Mama
9. Il clitoride - La Dea Gioiosa
10. La vagina - La Dea Romantica Solitaria
11. L'interno delle cosce - La Dea Manifestatrice
Epilogo - La sequenza personale
Parte seconda - Il diario lunare di Emma
Tre pratiche importanti
Nota dell’autrice
Fonti e riferimenti
Parole finali
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Dedica
A te, donna, che cammini tra luce e ombra.
A tutte le versioni di te che si presentano nel corso dei giorni: quella intuitiva, quella creativa, quella che desidera parlare, quella che ha bisogno di silenzio, quella che vuole fare tutto e quella che chiede soltanto di riposare.
Questo libro è per te.
Per ricordarti che il cambiamento non è un difetto.
Sei marea, respiro, movimento.
E puoi imparare ad ascoltare ogni voce senza consegnarle l'intera regia della tua vita.
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Le radici di questo viaggio
Questo libro nasce dagli insegnamenti sui centri lunari femminili trasmessi nella tradizione del Kundalini Yoga e dalla mia esperienza personale come donna, insegnante di Kundalini Yoga e operatrice Shiatsu.
Secondo questo insegnamento, nel corpo femminile esistono undici punti lunari, associati a differenti qualità della percezione, delle emozioni e del modo di entrare in relazione con il mondo. Ciascuna donna attraverserebbe questi punti secondo una sequenza individuale, con una permanenza indicativa di circa due giorni e mezzo in ogni centro e un ciclo complessivo di circa ventotto giorni.
Questa conoscenza viene presentata qui come una mappa spirituale ed esperienziale. Non è una teoria scientifica o medica sulla biologia femminile e non pretende di spiegare ogni cambiamento d'umore, ogni comportamento o ogni esperienza del corpo.
Il mio invito è più semplice: osserva.
Attraverso il diario, la meditazione, il movimento e l'ascolto del corpo puoi verificare personalmente quali qualità riconosci, quali ritornano e quale significato assumono nella tua vita. Potresti percepire una sequenza con chiarezza, oppure incontrare passaggi meno definiti. Nessuna esperienza deve essere forzata per adattarsi al libro.
Partendo dalle caratteristiche tradizionalmente attribuite agli undici centri, ho scelto di dare a ciascuno il volto simbolico di una Dea. La Sciamana, la Creativa, la Magica, la Libera, la Regina, la Romantica, la Curandera, Pacha Mama, la Gioiosa, la Romantica Solitaria e la Manifestatrice sono la mia elaborazione personale. Sono nate dalla formazione, dalla pratica, dall'insegnamento e dagli incontri con altre donne.
Le pratiche proposte sono inviti gentili all'auto-osservazione. Non sostituiscono cure mediche, psicologiche o terapeutiche. In presenza di dolore, disagio persistente o condizioni particolari è importante rivolgersi a professioniste qualificate. Le kriya e le meditazioni più profonde del Kundalini Yoga vanno apprese con una guida competente, rispettando il proprio corpo e la propria esperienza.
La tua esperienza rimane sempre la voce più importante.
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Prologo
La vecchia casa di pietra
Emma arrivò nel pomeriggio, quando il sole cominciava a inclinarsi sui campi. La strada era ancora calda e l'aria profumava di erba secca, rosmarino e terra. La vidi attraversare il giardino con un quaderno stretto sotto il braccio. Aveva camminato in fretta, ma davanti alla porta rallentò, come se avesse bisogno di lasciare fuori qualcosa.
«Entra», le dissi.
Nella casa di pietra faceva fresco. Il vecchio divano occupava quasi tutta la parete del soggiorno. Non era elegante: la stoffa aveva perso il colore in alcuni punti e i cuscini conservavano la forma di molte conversazioni. Proprio per questo mi piaceva. Era un luogo che non chiedeva di apparire.
Preparai una tisana e posai le tazze sul tavolino basso.
Emma osservò le travi, la finestra aperta sul giardino e la piccola candela accesa accanto ai libri.
«Hai sempre vissuto qui?» domandò.
Sorrisi. «No. Sono nata nei Paesi Bassi. I miei primi ricordi hanno il vento dentro: le biciclette, i campi di tulipani, i canali e i mulini. Quando avevo nove anni la mia vita si spostò in Toscana, vicino a Lucca. All'inizio mi sembrava che il paesaggio parlasse una lingua completamente diversa.»
«E poi?»
«Poi ho imparato ad ascoltarla. I cipressi, le colline, la Val d'Orcia, il mare e quei tramonti che trasformano ogni cosa per pochi minuti. I Paesi Bassi mi avevano insegnato l'orizzonte; la Toscana mi ha insegnato la profondità.»
Emma prese la tazza tra le mani. «E il Kundalini Yoga?»
«È arrivato più tardi. Durante una formazione sentii parlare per la prima volta degli undici centri lunari della donna. Non conoscevo ancora bene quell'insegnamento, eppure provai un riconoscimento immediato. Era come se qualcuno avesse dato un nome a molte donne che avevano sempre vissuto dentro di me.»
«Undici donne?»
«Undici modi di percepire la realtà. In alcuni giorni mi sentivo chiara e intuitiva. In altri ero piena di idee, oppure desideravo parlare con chiunque. A volte avevo bisogno di chiudere la porta e stare sola. Altre volte volevo fare, organizzare, spostare mobili, iniziare tre progetti contemporaneamente.»
Emma rise. «Pensavo fosse semplicemente il mio carattere incoerente.»
«Anch'io l'ho pensato. La mappa dei centri lunari mi offrì un'altra possibilità: osservare il cambiamento senza trasformarlo immediatamente in un giudizio.»
«Quindi ogni due giorni e mezzo diventiamo un'altra persona?»
«Restiamo noi. Cambia la finestra dalla quale guardiamo. Secondo l'insegnamento del Kundalini Yoga, ogni centro rimane attivo per circa due giorni e mezzo. Gli undici passaggi formano un ciclo di circa ventotto giorni. La sequenza sarebbe personale e non dipenderebbe necessariamente dalle fasi astronomiche della Luna o dal ciclo mestruale.»
Emma appoggiò il quaderno sulle ginocchia. «Come si scopre la sequenza?»
«Con pazienza. Osservando per più cicli, scrivendo e confrontando ciò che senti con le qualità dei centri. Il primo mese serve soprattutto a imparare a guardarti.»
«E se mi sbaglio?»
«Il diario non è un esame. Puoi correggere, cambiare idea e lasciare una giornata senza nome. La mappa deve aiutarti a conoscere te stessa, non obbligarti a diventare brava nel riconoscere un sistema.»
Fuori una cicala riprese a cantare. Emma aprì il quaderno.
«Da dove cominciamo?»
«Dalla donna che sa.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Il cerchio delle undici donne
Prima di entrare nei singoli centri, raccontai a Emma come erano nati i miei incontri al femminile.
«All'inizio eravamo poche», dissi. «Ci sedevamo in cerchio con tappetini, cuscini e una tazza calda. Nessuna doveva dimostrare nulla. Parlavamo del corpo, della creatività, della rabbia, delle relazioni e del bisogno di solitudine. Molte donne arrivavano dicendo: “Non capisco perché ieri ero così sicura e oggi dubito di tutto”.»
«E tu spiegavi che era il centro lunare?»
«Presentavo la possibilità. Dicevo: secondo questa tradizione, oggi potresti osservare una determinata qualità. Poi lasciavo che ognuna verificasse dentro di sé.»
Emma scrisse una frase.
«Che cosa hai annotato?»
«La possibilità, non la sentenza.»
«Esatto. La consapevolezza nasce quando riesci a dire: “In questo momento sento confusione”, invece di “Io sono confusa e lo sarò sempre”. Oppure: “Oggi desidero stare sola”, senza concludere che non ami più nessuno.»
«Quindi non dobbiamo liberarci delle ombre.»
«Le ombre contengono informazioni. L'ossessione può nascondere paura. La rabbia può proteggere un confine. La frenesia può coprire il timore di fermarsi. Il ritiro può essere riposo oppure diventare isolamento. Il compito non è cancellare una parte, ma riconoscerne il bisogno e scegliere come rispondere.»
«È questo che intendi quando parli della regista?»
«Sì. Le undici donne possono salire sul palcoscenico. Ognuna ha una voce, un talento e una vulnerabilità. La regista le ascolta tutte, ma resta al centro.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 1
L'attaccatura dei capelli: la Dea Sciamana
La mattina seguente Emma tornò con i capelli raccolti in modo disordinato.
«Oggi sembro una creatura del bosco», disse entrando.
«Perfetto. La Sciamana non ha bisogno di una piega impeccabile.»
Ci sedemmo vicino alla finestra. Le indicai la linea in cui la fronte incontra i capelli.
«Nella tradizione questo punto viene chiamato linea d'arco. È associato a fermezza, stabilità, intuizione, chiarezza e capacità di comunicare con autorevolezza.»
Emma passò lentamente le dita sull'attaccatura. «La donna che sa.»
«Sì. La Sciamana ascolta un'informazione sottile e la riconosce prima ancora di riuscire a spiegarla. La sua qualità luminosa non è l'infallibilità. È una presenza concentrata che unisce sensibilità e discernimento.»
«Perché fai questa distinzione?»
«Perché l'intuito è prezioso, ma non sostituisce la realtà. Una decisione importante merita anche tempo, informazioni e responsabilità. Quando siamo centrate, il corpo può offrirci un segnale chiaro. Quando siamo impaurite, lo stesso segnale può confondersi con il desiderio di controllare.»
Emma rimase in silenzio.
«Conosci quei momenti», continuai, «in cui la prima risposta arriva semplice? Poi la mente comincia a cercare cento conferme, analizza ogni parola e costruisce scenari sempre più complicati.»
«Sì. E alla fine non so più quale fosse la prima sensazione.»
«Quella è l'ombra che ho chiamato Ossessione. La Sciamana perde il contatto con il silenzio e cerca sicurezza attraverso il pensiero ripetitivo. La mente gira intorno alla stessa domanda perché spera di eliminare l'incertezza.»
«Come faccio a capire se è intuito o paura?»
«Osserva la qualità. L'intuito tende a essere essenziale. La paura insiste, accelera e pretende una garanzia. L'intuito può suggerire prudenza senza umiliarti. L'ossessione ti stringe e ti convince che devi risolvere tutto immediatamente.»
Le raccontai di un periodo in cui avevo riletto più volte lo stesso messaggio, cercando un significato nascosto in ogni parola. Più analizzavo, più perdevo chiarezza. Avevo finalmente chiuso il telefono, appoggiato una mano sulla fronte e una sul cuore, e aspettato che il corpo rallentasse.
«La risposta è arrivata?» chiese Emma.
«È arrivata una cosa più utile: ho riconosciuto che in quel momento non ero pronta a decidere.»
Emma sorrise. «Anche questa è chiarezza.»
Le proposi un gesto semplice. Sedemmo con i piedi a terra e lasciammo che il respiro trovasse un ritmo naturale. Senza trattenere il fiato e senza forzare, portammo l'attenzione alla fronte. Dopo alcuni minuti le chiesi di scrivere la prima frase che affiorava.
Emma lesse: «Posso lasciare una domanda aperta.»
«Questa è la medicina della Sciamana: creare spazio. In una pratica più strutturata, Kirtan Kriya può accompagnare il lavoro sulla mente e sulle transizioni, ma va appresa con precisione da un'insegnante qualificata.»
«E nel diario?»
«Annota quando senti una certezza calma e quando inizi a rimuginare. Scrivi anche che cosa accade nel corpo: la fronte si distende o si irrigidisce? Il respiro diventa ampio o corto? Il tuo compito è riconoscere la differenza.»
Emma chiuse il quaderno.
«La Sciamana non mi promette che avrò sempre ragione.»
«Ti ricorda che puoi ascoltare profondamente senza trasformare l'ascolto in controllo.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 2
Le sopracciglia: la Dea Creativa
Emma arrivò con una cartella piena di fogli.
«Stanotte ho avuto cinque idee», annunciò. «Una più bella dell'altra.»
«E quante ne hai già iniziate?»
«Quattro.»
Ridemmo. Le sopracciglia, nella mappa dei centri lunari, sono associate alla fantasia, alla visione e alla capacità di immaginare possibilità fuori dall'ordinario.
«Questa è la Creativa», spiegai. «Vede una porta dove gli altri vedono una parete. Scrive storie, inventa un lavoro, cambia la disposizione di una stanza, gioca con i bambini e permette alla realtà di diventare più ampia.»
Emma aprì la cartella. C'erano disegni, titoli, frecce e appunti scritti in diagonale.
«La riconosco.»
«La sua luce è la fantasia. La sua ombra è la dispersione. Una mente piena di visioni può innamorarsi di ogni possibilità e perdere il contatto con ciò che può essere realmente nutrito.»
«Quindi in quei giorni non dovrei creare?»
«Al contrario. Sono giorni preziosi per creare, immaginare e raccogliere idee. È saggio rimandare, quando possibile, le decisioni economiche o definitive finché l'entusiasmo non ha incontrato anche la realtà.»
Emma prese un foglio bianco. «Come faccio a non perdere le idee?»
«Dai loro una casa. Scrivile tutte. Poi scegli un solo seme da annaffiare oggi.»
Le raccontai della bambina che ero stata nei Paesi Bassi. Pedalavo lungo i campi e inventavo storie su ogni casa, ogni mulino e ogni finestra illuminata. Quando arrivai in Toscana, quella fantasia mi aiutò a entrare in un paesaggio nuovo. Le colline diventarono animali addormentati, i cipressi sentinelle e il mare una grande pagina in movimento.
«La creatività ti ha aiutata ad adattarti», disse Emma.
«Sì. Ma per anni ho anche creduto che creare fosse una distrazione, qualcosa da fare soltanto dopo i compiti importanti. La Creativa mi ha insegnato che immaginare è un modo di conoscere.»
«E se qualcuno ha ricevuto molti no da bambina?»
«Può avere imparato a nascondere il proprio gesto creativo. In quel caso non direi che esiste un “dono originario” preciso da scoprire come una verità già scritta. Direi che esiste una parte che merita nuove possibilità. Può provare, sbagliare, cambiare linguaggio e sorprendersi.»
Spargemmo sul tavolo matite, carta e piccoli pezzi di argilla. Emma modellò una forma senza sapere che cosa sarebbe diventata.
«Mi viene voglia di correggerla», disse.
«Aspetta. La prima forma ha il diritto di essere incompleta.»
Rimanemmo in silenzio. Il gesto delle mani rallentò il ritmo delle idee.
«Questa è la medicina?»
«La Visione che incontra la materia. Puoi anche chiudere gli occhi, portare dolcemente l'attenzione al punto tra le sopracciglia e osservare le immagini che arrivano, senza interpretarle subito. Poi scegli cinque parole per descriverle.»
Emma guardò la piccola forma d'argilla. Somigliava a una barca.
«Nel diario scrivo le idee?»
«Sì. Scrivi anche quali rimangono vive dopo due o tre giorni. La Creativa non deve realizzare tutto. Il suo compito è aprire il cielo. La regista sceglierà quale stella seguire.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 3
Le guance: la Dea Magica
Quel giorno Emma aveva gli occhi lucidi.
«È successo qualcosa?» le domandai.
«Niente di preciso. Questa mattina ero piena di energia. Poi una canzone mi ha ricordato una persona e ho iniziato a piangere.»
Le guance sono descritte nella tradizione come un centro di forte reattività emotiva e imprevedibilità. Alcuni testi usano parole dure per raccontarlo. Io preferisco un linguaggio che lasci dignità all'esperienza.
«Ho chiamato questa donna la Magica», dissi. «Perché porta in superficie ciò che normalmente rimane nascosto. La sua magia non consiste nel controllare gli eventi. Consiste nel trasformare un'emozione in consapevolezza.»
«E il fascino?»
«Quando abiti pienamente il volto e il corpo, la tua presenza può diventare luminosa. Ma il centro delle guance può anche renderti molto sensibile a un ricordo, a un tono di voce o a una delusione. La luce è la presenza viva. L'ombra è la reazione che corre più veloce della comprensione.»
Emma si toccò una guancia. «Quindi le mie lacrime non significano necessariamente che sto male adesso.»
«Possono appartenere all'oggi, al passato oppure a entrambi. Prima di costruire una storia, puoi chiederti: quanti anni sento di avere in questo momento?»
«A volte ne sento dodici.»
«Allora la donna adulta può avvicinarsi a quella ragazza. Non serve dirle che sta esagerando. Puoi ricordarle che oggi possiedi risorse che allora non avevi.»
Le raccontai di una sera sul mare. Il tramonto era bellissimo, e proprio quella bellezza aveva aperto una memoria dolorosa. Per qualche minuto avevo creduto che la tristezza cancellasse tutto il resto. Poi avevo lasciato scorrere le lacrime e avevo sentito il corpo tornare nel presente: i piedi nella sabbia, il vento sulle braccia, il rumore delle onde.
«Hai guarito il passato?» chiese Emma.
«Non uso più questa frase con leggerezza. Il passato può trasformarsi, perdere peso e ricevere un significato nuovo. Alcune ferite richiedono anche un percorso terapeutico. In quel momento, semplicemente, ho smesso di combattere le lacrime.»
Portai una ciotola d'acqua fresca. Ci bagnammo lentamente il viso.
«L'acqua non cancella ciò che è accaduto», dissi. «Può diventare un simbolo: lascio scorrere ciò che il corpo è pronto a lasciare.»
Emma respirò più profondamente.
«La Magica ha anche una parte pratica?»
«Sì. Quando l'emozione è intensa, rimanda le parole definitive. Mangia, riposa, cammina e cerca un contatto affidabile. Se il disagio dura, si ripete con forza o rende difficile la vita quotidiana, chiedere aiuto è un atto di cura.»
«Che cosa scrivo?»
«Il fatto, l'emozione e la storia che la mente ha costruito. Tre righe separate. Ti aiuterà a distinguere ciò che è accaduto da ciò che hai temuto.»
Emma annotò lentamente.
«La magia è questa?»
«Vedere più di una realtà nello stesso momento. La ferita è vera. Anche il presente lo è.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 4
Le labbra: la Dea Libera
Emma entrò parlando. Mi raccontò una telefonata, un incontro al mercato, una discussione e un messaggio che aveva ancora voglia di inviare. Posò la borsa e si fermò.
«Sto parlando troppo?»
«Oggi le labbra hanno molte cose da dire.»
Nella mappa tradizionale questo centro è associato alla comunicazione, alla voglia di incontrare, parlare, baciare e stabilire un contatto. La stessa energia può rendere le parole efficaci oppure impulsive.
«La Dea Libera conosce il potere della voce», dissi. «La sua luce è la Parola Vera. La sua ombra è il Rumore.»
«Il rumore è parlare senza dire niente?»
«Anche. Può essere parlare per evitare il silenzio, giustificarti troppo, promettere prima di sapere o usare le parole per colpire. A volte il rumore nasce dal desiderio di essere capita immediatamente.»
Emma abbassò lo sguardo. «Quando temo che l'altra persona si allontani, spiego tutto cinque volte.»
«La parola perde forza quando deve inseguire qualcuno. Una frase semplice può essere più libera.»
Le chiesi di formulare ciò che desiderava comunicare in una sola frase.
«Mi ha ferita il modo in cui mi hai parlato e ho bisogno di tempo.»
«Questa frase contiene verità, confine e rispetto.»
«E se l'altra persona la interpreta male?»
«Puoi chiarire, ma non puoi controllare ogni interpretazione. La libertà della voce comprende anche il rischio di non essere accolta come speravi.»
Parlammo del bacio, della sensualità e del diritto di esprimere desiderio senza vergogna. La Dea Libera non usa la bocca soltanto per parlare: assapora, ride, canta e sceglie il contatto.
«La libertà non significa dire o fare tutto», aggiunsi. «Significa essere presente nel tuo sì e nel tuo no.»
Accendemmo una candela e restammo in silenzio per un minuto intero. All'inizio Emma sorrise nervosamente. Poi il viso si distese.
«Il silenzio sembra più lungo quando ho qualcosa da dimostrare», disse.
«Il Silenzio Sacro non punisce la parola. Le restituisce radici.»
Le suggerii tre domande prima di una comunicazione importante: è vero per me? È il momento adatto? Posso dirlo in modo rispettoso? Non sono regole rigide, ma porte da attraversare.
«Nel diario posso segnare quante volte ho telefonato?»
«Puoi, ma osserva soprattutto la qualità. Dopo aver parlato ti senti più integra o più dispersa? Hai ascoltato? Hai detto sì mentre il corpo diceva no?»
Emma prese il telefono e cancellò il lungo messaggio che aveva preparato. Ne scrisse uno più breve.
«Lo mando?»
«Respira una volta. Poi scegli tu.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 5
I lobi delle orecchie: la Dea Regina
Emma si presentò con una domanda che sembrava averle tolto il sonno.
«Come faccio a capire quale scelta è giusta?»
«Prima raccontami che cosa stai scegliendo.»
«È proprio questo il problema. Ho già immaginato tutte le conseguenze possibili. Ogni possibilità mi sembra giusta per cinque minuti e sbagliata nei cinque successivi.»
Le indicai i lobi delle orecchie.
«Nell'insegnamento dei centri lunari questo punto è collegato ai valori, all'etica, alla capacità di analizzare e alla sensibilità verso ciò che percepiamo come giusto o ingiusto. Io lo associo alla Regina.»
«Perché una regina?»
«Perché deve ascoltare molte voci senza abbandonare il proprio centro. Riceve consigli, considera le conseguenze e poi assume la responsabilità della scelta.»
Emma sfiorò i lobi. «E il dubbio?»
«È l'ombra di questo centro. L'analisi diventa giudizio, la coscienza diventa un tribunale e ogni scelta sembra una prova del tuo valore. Invece di domandarti che cosa desideri, inizi a chiederti che cosa penserebbero tutti gli altri.»
«Esattamente.»
«La Regina non elimina il dubbio. Gli assegna un posto al tavolo, ma non gli offre il trono.»
Le raccontai di una scelta professionale che avevo rimandato a lungo. Avevo raccolto opinioni da persone competenti e da persone che conoscevano appena la situazione. Alla fine non riuscivo più a distinguere la prudenza dalla paura di deludere.
«Che cosa ti ha aiutata?»
«Ho scritto i miei tre valori principali. Poi ho osservato quale possibilità li rispettava meglio. Non esisteva una decisione senza rischio, ma esisteva una decisione più coerente con la donna che desideravo essere.»
Emma prese una pagina nuova.
«I miei valori oggi sono rispetto, libertà e affidabilità.»
«Ora guarda le opzioni attraverso questi tre criteri. Evita di cercare la certezza assoluta. Cerca coerenza sufficiente per compiere il passo successivo.»
«E se cambio idea?»
«Una Regina può correggere una decisione. La dignità non consiste nel non sbagliare mai. Consiste nel riconoscere ciò che hai imparato e agire di conseguenza.»
Parlammo anche della sensibilità alle ingiustizie. In questa qualità una donna può sentire il bisogno di intervenire, difendere una persona o impegnarsi in una causa. È una forza preziosa quando nasce dalla chiarezza. Diventa pesante quando ogni differenza viene trasformata in una battaglia morale.
«Come faccio a sapere se sto difendendo un valore o soltanto giudicando?»
«Chiediti se la tua azione crea responsabilità oppure umiliazione. Puoi essere ferma senza ridurre l'altra persona a un errore.»
Ci sedemmo con la schiena sostenuta e i piedi a terra. Emma immaginò un trono semplice, non fatto d'oro, ma di legno solido. Respirò e lasciò depositare le opinioni raccolte.
«Sento ancora dubbio», disse.
«Va bene. Che cosa senti sotto il dubbio?»
«Che desidero provarci.»
«Quella è un'informazione. Adesso verifica che la scelta sia sostenibile e poi decidi i tempi.»
Nel diario della Regina le proposi di annotare: quale valore sto proteggendo? Sto cercando una risposta o una garanzia? Il mio sì nasce da coerenza oppure da paura? Il mio no protegge qualcosa di importante oppure evita ogni rischio?
Emma chiuse il quaderno con calma.
«Il trono interiore non è un posto in cui non ho più dubbi.»
«È il posto in cui il dubbio non decide al posto tuo.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 6
La parte posteriore del collo: la Dea Romantica
Quella sera uscimmo in giardino. Il caldo del giorno si era sciolto e un vento leggero muoveva le foglie. Emma sollevò i capelli, lasciando scoperta la nuca.
«Questo punto mi piace già», disse.
«La parte posteriore del collo è associata al romanticismo, alla sensibilità, al fascino e al desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo.»
«Quindi è la Dea Romantica.»
«Sì. È la donna che si accorge della luce sul muro, compra fiori senza una ragione e sente la vita passare attraverso la pelle. La sua luce è la Bellezza.»
Emma respirò il profumo del gelsomino. «E la sua ombra?»
«La Fretta. Quando desideriamo intensamente una connessione, possiamo confondere un gesto con una promessa, uno sguardo con un destino e l'entusiasmo con l'affidabilità.»
«Mi è successo.»
«È umano. Il romanticismo apre. Proprio per questo ha bisogno di tempo.»
Ci sedemmo sul gradino davanti alla porta. Le raccontai di un incontro che avevo idealizzato. Avevo colmato con l'immaginazione tutti gli spazi che ancora non conoscevo. La realtà non era stata falsa; era semplicemente più piccola della storia che avevo costruito.
«Ti sei sentita sciocca?»
«Per un po'. Poi ho capito che la fantasia aveva espresso un bisogno vero: desideravo essere vista e corteggiata. La persona non era la risposta, ma il bisogno meritava ascolto.»
«Quindi la Fretta non va repressa.»
«Va tradotta. Che cosa stai cercando di ottenere subito? Sicurezza? Conferma? Intimità? Una via d'uscita dalla solitudine?»
Emma rimase pensierosa.
«A volte voglio una risposta immediata perché l'attesa mi fa sentire senza potere.»
«La Dolce Attesa restituisce potere. Ti permette di osservare se le parole diventano azioni e se l'interesse sa restare anche nei giorni ordinari.»
Parlammo del corpo. La nuca è una zona vulnerabile, delicata, spesso coperta. Scoprirla può diventare un gesto di fiducia. Ma ogni apertura ha bisogno di consenso e di rispetto.
«La Romantica non deve diventare ingenua», dissi. «Può godere della bellezza e mantenere i propri confini.»
Emma si massaggiò lentamente il collo con un olio neutro. Evitammo promesse energetiche e gesti complicati. Il rituale era semplice: toccare con cura una parte del corpo e ricordarsi di non accelerare una scelta per paura di perdere l'occasione.
«Che frase posso usare?»
«Il mio sì cresce insieme alla fiducia.»
Emma la ripeté piano.
Nel diario della Romantica le suggerii di osservare ciò che la rendeva più sensibile alla bellezza, il desiderio di flirtare o cambiare programmi, la tendenza a immaginare il futuro di una relazione e la capacità di attendere. Poteva annotare anche un gesto di bellezza offerto a se stessa: un abito, una passeggiata, una tavola preparata con cura, un tramonto guardato senza telefono.
«La cosa più romantica che posso fare è corteggiare la mia vita», disse.
«E lasciare che gli altri dimostrino, con il tempo, come desiderano entrarvi.»
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Capitolo 7
I seni e i capezzoli: la Dea Curandera
Emma arrivò con una borsa piena di cose per gli altri: un libro da prestare, una torta, un maglione che pensava potesse servire a un'amica.
«Hai portato qualcosa per te?» le chiesi.
Guardò la borsa e rise. «A quanto pare no.»
«Allora oggi incontriamo la Curandera.»
Nella tradizione il centro dei seni e dei capezzoli è associato alla compassione, all'intimità, al nutrimento e alla tendenza a donare. La sua luce è un cuore capace di accogliere. La sua ombra appare quando il dono diventa sacrificio e i confini si dissolvono.
«Mi viene naturale prendermi cura», disse Emma.
«È un dono. Diventa pesante quando senti di dover essere necessaria per meritare amore o appartenenza.»
«Come si capisce?»
«Osserva ciò che resta dopo aver dato. Se senti calore e libertà, il dono probabilmente è nato da una scelta. Se senti stanchezza, rabbia o il bisogno che l'altra persona riconosca immediatamente ciò che hai fatto, potresti aver superato il tuo limite.»
Emma guardò la torta. «A volte preparo cose per tutti e poi mi irrito perché nessuno si accorge di quanto lavoro c'è dietro.»
«Il risentimento spesso segnala un sì che avrebbe avuto bisogno di condizioni, aiuto oppure di diventare un no.»
Le raccontai degli anni in cui avevo lavorato con le persone attraverso yoga e Shiatsu. Il contatto può creare un luogo di ascolto profondo, ma una professionista non possiede il corpo o il percorso dell'altra persona. Accompagna, osserva, rispetta competenze e limiti.
«Quindi Curandera non significa guaritrice nel senso medico», disse Emma.
«Esatto. Nel libro è un archetipo: la parte che sa offrire presenza, calore e nutrimento. Non sostituisce una diagnosi o una cura. La Curandera matura riconosce quando è il momento di affidarsi a una professionista diversa.»
Posammo una mano sul cuore e l'altra davanti al corpo, con il palmo aperto.
«Questa mano accoglie», dissi indicando quella sul petto. «L'altra definisce lo spazio.»
Emma inspirò. «Posso amare senza abbandonarmi.»
«Questa è la medicina del Confine del Cuore.»
Parlammo anche del ricevere. Alcune donne sanno anticipare ogni bisogno altrui, ma diventano tese quando qualcuno offre loro aiuto. Ricevere le espone, perché non possono controllare completamente lo scambio.
«Da dove posso cominciare?»
«Accetta qualcosa di piccolo senza restituirlo subito. Un complimento, un passaggio, una tazza preparata per te. Lascia che il gesto arrivi.»
Nel diario della Curandera le proposi di annotare: che cosa ho offerto oggi? Era una scelta libera? Che cosa avrei desiderato ricevere? Quale limite avrebbe protetto la qualità del mio sì?
Emma tagliò la torta e mise da parte la prima fetta per sé.
«Mi sembra un gesto minuscolo.»
«Molti confini importanti iniziano così.»
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Capitolo 8
L'ombelico: Pacha Mama
Emma arrivò irritata. Posò il quaderno sul tavolo con più forza del necessario.
«Qualcuno ha criticato un mio progetto e da allora non riesco a pensare ad altro.»
«Dove lo senti?»
Portò una mano all'ombelico. «Qui. Come un vuoto e insieme un nodo.»
Nella descrizione tradizionale, il centro dell'ombelico è collegato alla vulnerabilità, all'insicurezza e alla sensibilità alle critiche. Io ho scelto per questo punto l'archetipo di Pacha Mama, la Madre Terra, perché la sua medicina è il radicamento.
«Quindi Pacha Mama non rappresenta soltanto forza?» domandò Emma.
«Rappresenta una forza che nasce dall'incontro con la vulnerabilità. Quando ti senti esposta, puoi cercare sicurezza fuori di te oppure tornare al corpo e alla terra.»
«E la rabbia?»
«Spesso arriva per proteggere qualcosa. Una critica può toccare una ferita, ma può anche segnalare un confine superato o una parte del progetto da rivedere. La rabbia è energia. La regista decide come usarla.»
Emma raccontò ciò che era accaduto. La critica conteneva un'osservazione utile, ma il tono era stato svalutante.
«Puoi separare le due cose», dissi. «Prendi l'informazione che ti serve e lascia il modo in cui è stata consegnata alla responsabilità di chi ha parlato. Se necessario, puoi anche nominare il confine.»
«Vorrei rispondere subito.»
«Prima lascia che il corpo ritrovi stabilità.»
Uscimmo. Camminammo lentamente sul terreno, sentendo il peso passare dal tallone alla pianta e alle dita. Non cercammo un effetto speciale. La terra era semplicemente lì: irregolare, concreta, affidabile.
«La forza gentile è questa», dissi. «Non devi irrigidirti per stare in piedi.»
Emma respirò portando l'attenzione al ventre senza spingere o trattenere. Per le pratiche specifiche sul punto dell'ombelico, come Sat Kriya o il Respiro di Fuoco, le ricordai che postura, ritmo e controindicazioni richiedono insegnamento competente. Nel libro preferivo non trasformare una tecnica profonda in un esercizio universale.
«Ma tu sei insegnante», osservò.
«Proprio per questo so che una descrizione scritta non vede il corpo della lettrice. Posso indicare una direzione e invitare a imparare la pratica in presenza.»
Rientrammo e dividemmo una pagina in due colonne. Nella prima Emma scrisse: “Sono arrabbiata perché...”. Nella seconda: “Ciò che desidero proteggere o cambiare è...”.
Dopo qualche minuto disse: «Voglio proteggere il valore del mio lavoro. E posso migliorare una parte del progetto senza accettare di essere trattata con superiorità.»
«Pacha Mama ti riporta a una forza concreta.»
Nel diario le suggerii di osservare la sensibilità alle critiche, il bisogno di rassicurazione, la rabbia, la qualità dell'energia fisica e ciò che la aiutava a sentirsi sostenuta. Poteva annotare anche il rapporto con il cibo, il riposo e il movimento, senza trasformare ogni sensazione in un segno del centro lunare.
«La terra non mi dice che ho sempre ragione», concluse Emma.
«Ti ricorda che il tuo valore non scompare quando qualcuno non approva ciò che fai.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 9
Il clitoride: la Dea Gioiosa
Emma arrivò canticchiando. Aveva indossato un vestito colorato e, prima ancora di sedersi, aprì le finestre.
«Oggi ho voglia di uscire, incontrare persone e ballare», disse.
«La Gioiosa è già entrata nella stanza.»
Nella mappa dei centri lunari, il clitoride è associato alla socialità, alla luminosità, alla voglia di parlare e di creare contatti. Io ho ampliato questa qualità attraverso l'archetipo della Gioiosa: la donna che riconosce il piacere come una forma di vitalità.
«Piacere significa sessualità?» domandò Emma.
«Anche, ma non soltanto. È il piacere del movimento, del cibo assaporato con presenza, di una risata, del sole sulla pelle, di un incontro e della curiosità. Il clitoride ci ricorda in modo molto concreto che il corpo femminile possiede una capacità di piacere che non ha bisogno di giustificarsi attraverso una funzione produttiva.»
Emma sorrise. «Questa Dea mi piace.»
«La sua luce è la spontaneità. La sua ombra è la frenesia.»
«Quando voglio tutto subito?»
«Sì. Quando la gioia diventa inseguimento continuo di stimoli. Una festa deve essere seguita da un'altra festa, un messaggio da una risposta immediata, un progetto da un risultato istantaneo. Oppure quando hai bisogno di essere vista per sentirti viva.»
Emma guardò il telefono. «Oggi ho già controllato tre volte chi ha reagito a una foto.»
«Puoi godere di essere vista e restare libera dal numero delle reazioni. La Gioiosa matura condivide la propria luce; non la misura soltanto nello sguardo degli altri.»
Le raccontai dei primi anni in Toscana, quando la musica delle feste di paese mi sembrava diversa da tutto ciò che conoscevo. Le persone occupavano la piazza con naturalezza. Bambini, anziani, famiglie e sconosciuti condividevano lo stesso spazio. Avevo capito che la gioia può essere una pratica comunitaria, un modo di dire: siamo qui, siamo vivi.
«E la bambina interiore?»
«La Gioiosa la invita a giocare. Ma evitiamo di usare la bambina come una spiegazione per ogni impulso. A volte desideri semplicemente divertirti, e va bene.»
Mettemmo una musica ritmica. Emma chiuse gli occhi e lasciò muovere le spalle, il bacino e le braccia. Non cercammo una coreografia né un risultato energetico preciso. Il corpo trovò il proprio linguaggio.
Dopo alcuni minuti si fermò. «Mi sento più presente, non più agitata.»
«La danza può trasformare la frenesia in movimento consapevole. Anche un lungo sospiro, una passeggiata o alcuni minuti senza telefono possono aiutarti a distinguere il piacere dall'urgenza.»
Parlammo del consenso, del desiderio e della libertà di cambiare idea. La sensualità appartiene alla donna che la vive; non crea un obbligo verso nessuno. Un sì può essere gioioso, un no può essere altrettanto vivo, e ogni contatto richiede presenza reciproca.
Nel diario della Gioiosa le suggerii di annotare: che cosa mi ha fatto sentire viva oggi? Dopo il piacere mi sento nutrita o svuotata? Sto cercando contatto, approvazione oppure entrambe? Quale gioia semplice posso vivere senza mostrarla a nessuno?
Emma prese la tazza e bevve lentamente.
«Anche questo è piacere.»
«Sì. La Gioiosa non deve sempre fare rumore.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 10
La vagina: la Dea Romantica Solitaria
Pioveva. Emma arrivò avvolta in un cappotto leggero e si sedette sul divano senza togliere subito la sciarpa.
«Oggi avrei potuto restare a casa», disse.
«Eppure sei venuta.»
«Avevo bisogno di stare sola e, nello stesso tempo, di parlare con una persona soltanto.»
«Questa è una qualità molto vicina al centro della vagina.»
Nella tradizione, questo punto è associato a una socialità intima, al desiderio di condividere con poche persone scelte, alla profondità e all'interiorità. Alcune donne sentono il bisogno di ritirarsi e trovare il proprio punto zero.
«L'ho chiamata Romantica Solitaria», spiegai. «Ama la propria stanza, la luce bassa, un libro, una conversazione vera e il silenzio che non deve essere riempito.»
Emma si tolse finalmente la sciarpa. «La sua luce è il raccoglimento.»
«Sì. Ritirarsi può essere un modo per recuperare energia, ascoltare il corpo e lasciare sedimentare ciò che è accaduto.»
«E l'ombra è l'isolamento.»
«Quando la grotta perde la porta. Potresti allontanarti sperando che qualcuno ti insegua, oppure evitare anche le persone che potrebbero offrirti un contatto buono. Il silenzio diventa freddo e il telefono viene usato per cercare conferme casuali, senza desiderare davvero un incontro.»
Emma annuì. «A volte scompaio e poi mi sento ferita perché nessuno capisce che avevo bisogno di essere cercata.»
«Puoi comunicare il bisogno senza rinunciare allo spazio. Una frase come: “Ho bisogno di stare un po' con me stessa, ma mi fa bene sapere che restiamo in contatto”.»
«Mi sembra vulnerabile.»
«Lo è. È anche più chiaro dell'assenza usata come messaggio.»
Preparammo altra tisana. La pioggia sul tetto creava un ritmo regolare. Parlammo dell'intimità come territorio personale: il corpo, la sessualità, il ciclo e le esperienze legate alla vagina meritano un linguaggio rispettoso, libero da vergogna e da generalizzazioni. Un libro spirituale non può trasformare ogni sensazione intima in un segnale energetico. Dolore, cambiamenti o preoccupazioni richiedono, quando necessario, una valutazione sanitaria.
«Qual è la pratica di questa Dea?» domandò Emma.
«Creare una grotta di luce. Uno spazio semplice, con una coperta, una candela o una luce morbida. Restare alcuni minuti con le mani appoggiate sul basso ventre, senza contrazioni forzate e senza cercare un effetto. Ascoltare il respiro e chiedersi: ho bisogno di solitudine, di intimità oppure di aiuto?»
«E Sat Kriya?»
«Può essere una pratica importante del Kundalini Yoga, ma va appresa correttamente. Nel libro la nominiamo e spieghiamo perché è preferibile ricevere istruzioni dirette, invece di ridurla a poche righe.»
Nel diario della Romantica Solitaria, Emma avrebbe osservato il bisogno di piccoli gruppi, il desiderio di silenzio, la qualità del riposo, l'uso del telefono e la differenza tra solitudine scelta e isolamento doloroso.
«Come capisco quando devo uscire dalla grotta?»
«Quando il riposo smette di nutrirti e comincia a restringere il mondo. Una piccola uscita, una finestra aperta o una persona affidabile possono riaccendere la luce.»
Emma guardò la pioggia.
«Oggi avevo bisogno di una sola persona.»
«E hai saputo cercarla.»
IL DIARIO LUNARE DI EMMA
Capitolo 11
L'interno delle cosce: la Dea Manifestatrice
Emma arrivò con una lista.
«Ho pulito la cucina, risposto a tutte le e-mail, sistemato un armadio e preparato il programma del mese. Sono soltanto le dieci.»
«Benvenuta, Manifestatrice.»
La parte interna delle cosce viene associata nella tradizione alla produttività, all'organizzazione, alle liste, alla cura dei dettagli e alla determinazione. Può diventare quasi ossessiva, perché ogni cosa lasciata in sospeso sembra chiedere di essere conclusa immediatamente.
«Finalmente una Dea pratica», disse Emma.
«Tutte sono pratiche a modo loro. Questa rende visibile ciò che le altre hanno immaginato, sentito e scelto.»
«La sua luce è l'azione.»
«Un'azione concreta, capace di portare un desiderio verso la materia. La Manifestatrice prepara il tavolo, telefona, scrive, costruisce, pulisce e completa.»
«E la Resistenza?»
«Può comparire in due forme. La prima è l'iperattività: fai moltissimo, ma eviti proprio il gesto più importante. La seconda è il blocco: la lista diventa così grande che il corpo si ferma.»
Emma guardò il foglio. «Ho riordinato tutto per non iniziare una proposta che mi fa paura.»
«Ecco. Il fare può diventare un rifugio dall'azione vera.»
«Qual è la differenza?»
«L'azione vera ti avvicina a ciò che desideri, anche di poco. L'attività può soltanto riempire il tempo.»
Le raccontai di quando avevo immaginato il primo incontro dedicato alle donne. Avevo passato giorni a scegliere tazze, cuscini e colori. Tutto sembrava necessario, ma la cosa che temevo era inviare l'invito.
«Poi l'hai mandato?»
«Sì, imperfetto e molto più tardi del previsto. In quel momento il progetto ha cominciato a esistere fuori dalla mia testa.»
Emma prese la penna. «Quindi oggi devo scrivere la prima pagina della proposta.»
«O anche soltanto il titolo e il primo paragrafo. Il Primo Passo deve essere abbastanza piccolo da poter essere compiuto.»
Uscimmo a camminare. Le cosce sostenevano il movimento e ricordavano che manifestare significa anche rispettare il ritmo del corpo. La produttività non è una prova di valore. Riposo, delega e revisione fanno parte dell'azione saggia.
«Questa Dea potrebbe farmi dimenticare di fermarmi», disse Emma.
«Sì. La sua ombra crede che tutto dipenda da lei e che ogni pausa sia una perdita. La Manifestatrice matura conosce la differenza tra costanza e sfruttamento di sé.»
Parlammo di Sodarshan Chakra Kriya, pratica tradizionalmente associata a concentrazione e disciplina. Anche in questo caso il testo non avrebbe fornito una versione semplificata come sostituto dell'insegnamento diretto.
Nel diario Emma avrebbe annotato: quali compiti mi chiamano davvero? Che cosa sto facendo per evitare il gesto centrale? Ho bisogno di un passo, di una pausa o di aiuto? Quale azione concreta posso concludere oggi senza chiedere al corpo di superare ogni limite?
Rientrammo. Emma aprì il computer e scrisse il titolo della proposta.
«È poco», disse.
«È reale.»
Dopo qualche minuto scrisse la prima frase.
«Adesso esiste.»
«La Manifestatrice non aspetta che il cammino sia completo. Crea il punto dal quale il cammino può iniziare.»
UNA TISANA CON EMMA
Le undici donne interiori e i centri lunari femminili
Un viaggio di consapevolezza tra le colline e il mare della Toscana
Versione estesa e dialogata
Indice
Dedica
Le radici di questo viaggio
Prologo - La vecchia casa di pietra
Il cerchio delle undici donne
1. L'attaccatura dei capelli - La Dea Sciamana
2. Le sopracciglia - La Dea Creativa
3. Le guance - La Dea Magica
4. Le labbra - La Dea Libera
5. I lobi delle orecchie - La Dea Regina
6. La parte posteriore del collo - La Dea Romantica
7. I seni e i capezzoli - La Dea Curandera
8. L'ombelico - Pacha Mama
9. Il clitoride - La Dea Gioiosa
10. La vagina - La Dea Romantica Solitaria
11. L'interno delle cosce - La Dea Manifestatrice
Epilogo - La sequenza personale
Parte seconda - Il diario lunare di Emma
Tre pratiche importanti
Nota dell’autrice
Fonti e riferimenti
Parole finali
UNA TISANA CON EMMA
Dedica
A te, donna, che cammini tra luce e ombra.
A tutte le versioni di te che si presentano nel corso dei giorni: quella intuitiva, quella creativa, quella che desidera parlare, quella che ha bisogno di silenzio, quella che vuole fare tutto e quella che chiede soltanto di riposare.
Questo libro è per te.
Per ricordarti che il cambiamento non è un difetto.
Sei marea, respiro, movimento.
E puoi imparare ad ascoltare ogni voce senza consegnarle l'intera regia della tua vita.
Le radici di questo viaggio
Questo libro nasce dagli insegnamenti sui centri lunari femminili trasmessi nella tradizione del Kundalini Yoga e dalla mia esperienza personale come donna, insegnante di Kundalini Yoga e operatrice Shiatsu.
Secondo questo insegnamento, nel corpo femminile esistono undici punti lunari, associati a differenti qualità della percezione, delle emozioni e del modo di entrare in relazione con il mondo. Ciascuna donna attraverserebbe questi punti secondo una sequenza individuale, con una permanenza indicativa di circa due giorni e mezzo in ogni centro e un ciclo complessivo di circa ventotto giorni.
Questa conoscenza viene presentata qui come una mappa spirituale ed esperienziale. Non è una teoria scientifica o medica sulla biologia femminile e non pretende di spiegare ogni cambiamento d'umore, ogni comportamento o ogni esperienza del corpo.
Il mio invito è più semplice: osserva.
Attraverso il diario, la meditazione, il movimento e l'ascolto del corpo puoi verificare personalmente quali qualità riconosci, quali ritornano e quale significato assumono nella tua vita. Potresti percepire una sequenza con chiarezza, oppure incontrare passaggi meno definiti. Nessuna esperienza deve essere forzata per adattarsi al libro.
Partendo dalle caratteristiche tradizionalmente attribuite agli undici centri, ho scelto di dare a ciascuno il volto simbolico di una Dea. La Sciamana, la Creativa, la Magica, la Libera, la Regina, la Romantica, la Curandera, Pacha Mama, la Gioiosa, la Romantica Solitaria e la Manifestatrice sono la mia elaborazione personale. Sono nate dalla formazione, dalla pratica, dall'insegnamento e dagli incontri con altre donne.
Le pratiche proposte sono inviti gentili all'auto-osservazione. Non sostituiscono cure mediche, psicologiche o terapeutiche. In presenza di dolore, disagio persistente o condizioni particolari è importante rivolgersi a professioniste qualificate. Le kriya e le meditazioni più profonde del Kundalini Yoga vanno apprese con una guida competente, rispettando il proprio corpo e la propria esperienza.
La tua esperienza rimane sempre la voce più importante.
UNA TISANA CON EMMA
Prologo
La vecchia casa di pietra
Emma arrivò nel pomeriggio, quando il sole cominciava a inclinarsi sui campi. La strada era ancora calda e l'aria profumava di erba secca, rosmarino e terra. La vidi attraversare il giardino con un quaderno stretto sotto il braccio. Aveva camminato in fretta, ma davanti alla porta rallentò, come se avesse bisogno di lasciare fuori qualcosa.
«Entra», le dissi.
Nella casa di pietra faceva fresco. Il vecchio divano occupava quasi tutta la parete del soggiorno. Non era elegante: la stoffa aveva perso il colore in alcuni punti e i cuscini conservavano la forma di molte conversazioni. Proprio per questo mi piaceva. Era un luogo che non chiedeva di apparire.
Preparai una tisana e posai le tazze sul tavolino basso.
Emma osservò le travi, la finestra aperta sul giardino e la piccola candela accesa accanto ai libri.
«Hai sempre vissuto qui?» domandò.
Sorrisi. «No. Sono nata nei Paesi Bassi. I miei primi ricordi hanno il vento dentro: le biciclette, i campi di tulipani, i canali e i mulini. Quando avevo nove anni la mia vita si spostò in Toscana, vicino a Lucca. All'inizio mi sembrava che il paesaggio parlasse una lingua completamente diversa.»
«E poi?»
«Poi ho imparato ad ascoltarla. I cipressi, le colline, la Val d'Orcia, il mare e quei tramonti che trasformano ogni cosa per pochi minuti. I Paesi Bassi mi avevano insegnato l'orizzonte; la Toscana mi ha insegnato la profondità.»
Emma prese la tazza tra le mani. «E il Kundalini Yoga?»
«È arrivato più tardi. Durante una formazione sentii parlare per la prima volta degli undici centri lunari della donna. Non conoscevo ancora bene quell'insegnamento, eppure provai un riconoscimento immediato. Era come se qualcuno avesse dato un nome a molte donne che avevano sempre vissuto dentro di me.»
«Undici donne?»
«Undici modi di percepire la realtà. In alcuni giorni mi sentivo chiara e intuitiva. In altri ero piena di idee, oppure desideravo parlare con chiunque. A volte avevo bisogno di chiudere la porta e stare sola. Altre volte volevo fare, organizzare, spostare mobili, iniziare tre progetti contemporaneamente.»
Emma rise. «Pensavo fosse semplicemente il mio carattere incoerente.»
«Anch'io l'ho pensato. La mappa dei centri lunari mi offrì un'altra possibilità: osservare il cambiamento senza trasformarlo immediatamente in un giudizio.»
«Quindi ogni due giorni e mezzo diventiamo un'altra persona?»
«Restiamo noi. Cambia la finestra dalla quale guardiamo. Secondo l'insegnamento del Kundalini Yoga, ogni centro rimane attivo per circa due giorni e mezzo. Gli undici passaggi formano un ciclo di circa ventotto giorni. La sequenza sarebbe personale e non dipenderebbe necessariamente dalle fasi astronomiche della Luna o dal ciclo mestruale.»
Emma appoggiò il quaderno sulle ginocchia. «Come si scopre la sequenza?»
«Con pazienza. Osservando per più cicli, scrivendo e confrontando ciò che senti con le qualità dei centri. Il primo mese serve soprattutto a imparare a guardarti.»
«E se mi sbaglio?»
«Il diario non è un esame. Puoi correggere, cambiare idea e lasciare una giornata senza nome. La mappa deve aiutarti a conoscere te stessa, non obbligarti a diventare brava nel riconoscere un sistema.»
Fuori una cicala riprese a cantare. Emma aprì il quaderno.
«Da dove cominciamo?»
«Dalla donna che sa.»
Il cerchio delle undici donne
Prima di entrare nei singoli centri, raccontai a Emma come erano nati i miei incontri al femminile.
«All'inizio eravamo poche», dissi. «Ci sedevamo in cerchio con tappetini, cuscini e una tazza calda. Nessuna doveva dimostrare nulla. Parlavamo del corpo, della creatività, della rabbia, delle relazioni e del bisogno di solitudine. Molte donne arrivavano dicendo: “Non capisco perché ieri ero così sicura e oggi dubito di tutto”.»
«E tu spiegavi che era il centro lunare?»
«Presentavo la possibilità. Dicevo: secondo questa tradizione, oggi potresti osservare una determinata qualità. Poi lasciavo che ognuna verificasse dentro di sé.»
Emma scrisse una frase.
«Che cosa hai annotato?»
«La possibilità, non la sentenza.»
«Esatto. La consapevolezza nasce quando riesci a dire: “In questo momento sento confusione”, invece di “Io sono confusa e lo sarò sempre”. Oppure: “Oggi desidero stare sola”, senza concludere che non ami più nessuno.»
«Quindi non dobbiamo liberarci delle ombre.»
«Le ombre contengono informazioni. L'ossessione può nascondere paura. La rabbia può proteggere un confine. La frenesia può coprire il timore di fermarsi. Il ritiro può essere riposo oppure diventare isolamento. Il compito non è cancellare una parte, ma riconoscerne il bisogno e scegliere come rispondere.»
«È questo che intendi quando parli della regista?»
«Sì. Le undici donne possono salire sul palcoscenico. Ognuna ha una voce, un talento e una vulnerabilità. La regista le ascolta tutte, ma resta al centro.»
UNA TISANA CON EMMA
Capitolo 1
L'attaccatura dei capelli: la Dea Sciamana
La mattina seguente Emma tornò con i capelli raccolti in modo disordinato.
«Oggi sembro una creatura del bosco», disse entrando.
«Perfetto. La Sciamana non ha bisogno di una piega impeccabile.»
Ci sedemmo vicino alla finestra. Le indicai la linea in cui la fronte incontra i capelli.
«Nella tradizione questo punto viene chiamato linea d'arco. È associato a fermezza, stabilità, intuizione, chiarezza e capacità di comunicare con autorevolezza.»
Emma passò lentamente le dita sull'attaccatura. «La donna che sa.»
«Sì. La Sciamana ascolta un'informazione sottile e la riconosce prima ancora di riuscire a spiegarla. La sua qualità luminosa non è l'infallibilità. È una presenza concentrata che unisce sensibilità e discernimento.»
«Perché fai questa distinzione?»
«Perché l'intuito è prezioso, ma non sostituisce la realtà. Una decisione importante merita anche tempo, informazioni e responsabilità. Quando siamo centrate, il corpo può offrirci un segnale chiaro. Quando siamo impaurite, lo stesso segnale può confondersi con il desiderio di controllare.»
Emma rimase in silenzio.
«Conosci quei momenti», continuai, «in cui la prima risposta arriva semplice? Poi la mente comincia a cercare cento conferme, analizza ogni parola e costruisce scenari sempre più complicati.»
«Sì. E alla fine non so più quale fosse la prima sensazione.»
«Quella è l'ombra che ho chiamato Ossessione. La Sciamana perde il contatto con il silenzio e cerca sicurezza attraverso il pensiero ripetitivo. La mente gira intorno alla stessa domanda perché spera di eliminare l'incertezza.»
«Come faccio a capire se è intuito o paura?»
«Osserva la qualità. L'intuito tende a essere essenziale. La paura insiste, accelera e pretende una garanzia. L'intuito può suggerire prudenza senza umiliarti. L'ossessione ti stringe e ti convince che devi risolvere tutto immediatamente.»
Le raccontai di un periodo in cui avevo riletto più volte lo stesso messaggio, cercando un significato nascosto in ogni parola. Più analizzavo, più perdevo chiarezza. Avevo finalmente chiuso il telefono, appoggiato una mano sulla fronte e una sul cuore, e aspettato che il corpo rallentasse.
«La risposta è arrivata?» chiese Emma.
«È arrivata una cosa più utile: ho riconosciuto che in quel momento non ero pronta a decidere.»
Emma sorrise. «Anche questa è chiarezza.»
Le proposi un gesto semplice. Sedemmo con i piedi a terra e lasciammo che il respiro trovasse un ritmo naturale. Senza trattenere il fiato e senza forzare, portammo l'attenzione alla fronte. Dopo alcuni minuti le chiesi di scrivere la prima frase che affiorava.
Emma lesse: «Posso lasciare una domanda aperta.»
«Questa è la medicina della Sciamana: creare spazio. In una pratica più strutturata, Kirtan Kriya può accompagnare il lavoro sulla mente e sulle transizioni, ma va appresa con precisione da un'insegnante qualificata.»
«E nel diario?»
«Annota quando senti una certezza calma e quando inizi a rimuginare. Scrivi anche che cosa accade nel corpo: la fronte si distende o si irrigidisce? Il respiro diventa ampio o corto? Il tuo compito è riconoscere la differenza.»
Emma chiuse il quaderno.
«La Sciamana non mi promette che avrò sempre ragione.»
«Ti ricorda che puoi ascoltare profondamente senza trasformare l'ascolto in controllo.»
Emma non chiuse subito il quaderno. Rimase a osservare la propria fronte nel riflesso scuro della finestra.
«Quando sentii parlare per la prima volta di questo punto», le raccontai, «pensai a tutte le volte in cui avevo saputo qualcosa senza possedere ancora le parole per dirlo. A volte era una persona che mi sembrava affidabile fin dal primo incontro. Altre volte era una strada che, pur apparendo perfetta, mi lasciava un piccolo nodo nello stomaco.»
«E hai sempre seguito quel nodo?»
«No. Alcune volte l’ho ignorato. Altre gli ho attribuito troppa importanza. È così che ho imparato che l’ascolto interiore richiede anche umiltà. Non ogni timore è una profezia e non ogni entusiasmo è una conferma.»
Emma si appoggiò allo schienale. «Allora come si diventa Sciamana?»
«Non diventando onnisciente. Diventando intima con il proprio modo di percepire. La Sciamana conosce il bosco perché lo attraversa molte volte. Impara quali rumori appartengono al vento e quali indicano davvero un cambiamento.»
Le chiesi di ricordare una decisione presa con serenità. Emma pensò a lungo.
«Quando decisi di lasciare un lavoro che non mi somigliava più. Avevo paura, ma sotto la paura c’era una calma strana.»
«Quella calma è un dettaglio importante. La chiarezza può convivere con la paura. Non sempre ci fa sentire coraggiose; a volte ci fa semplicemente smettere di mentire a noi stesse.»
«E l’ossessione?»
«Vuole cancellare il rischio. Ti fa controllare il telefono, rileggere una frase, interrogare cinque persone e poi dubitare anche delle loro risposte. Il problema non è pensare molto. Il problema è quando il pensiero non produce più comprensione e diventa una ruota che consuma energia.»
Emma rise piano. «La conosco bene, quella ruota.»
«Allora costruisci un piccolo rito di interruzione. Quando te ne accorgi, posa entrambi i piedi a terra. Nomina tre cose che vedi, tre suoni che senti e tre punti del corpo che stanno toccando qualcosa. Prima torni nel presente, poi decidi se la domanda richiede davvero un’azione.»
Le raccontai di una partecipante a un incontro che aveva scritto per giorni lo stesso nome nel proprio diario. Cercava di capire se una relazione fosse destinata a continuare. Ogni pensiero sembrava un segno e ogni silenzio una minaccia.
«Che cosa le hai detto?» chiese Emma.
«Le ho chiesto di smettere per un giorno di interpretare l’altra persona e di osservare come si sentiva lei nella relazione. Dormiva bene? Poteva essere se stessa? Le parole e i fatti coincidevano? La spiritualità non deve allontanarci dai dati semplici della vita.»
Emma sottolineò una frase. «Le parole e i fatti.»
«La Sciamana autentica non usa l’intuito per inventare ciò che desidera. Lo mette in dialogo con la realtà.»
Fuori il vento mosse le foglie dell’ulivo. Parlammo anche della maternità, perché l’immagine della donna che protegge la vita viene spesso collegata alla linea d’arco.
«Posso usare questa immagine nel libro?» domandò Emma.
«Sì, come immagine poetica dell’attenzione e della presenza. Eviterei però di affermare che durante tutta la gravidanza una donna rimanga biologicamente in questo centro. Possiamo onorare il mistero della maternità senza trasformare una metafora in una legge universale.»
«È una differenza sottile.»
«Ed è proprio la Sciamana a insegnarci le differenze sottili.»
Prima che se ne andasse, le proposi tre domande da portare nel diario:
Qual è stata la mia prima percezione?
Quali fatti la sostengono o la mettono in discussione?
Posso lasciare aperto ciò che oggi non possiede ancora una risposta?
Emma le copiò lentamente.
«Quindi la medicina non è avere una certezza.»
«La medicina è restare presente anche davanti all’incertezza.»
Capitolo 2
Le sopracciglia: la Dea Creativa
Emma arrivò con una cartella piena di fogli.
«Stanotte ho avuto cinque idee», annunciò. «Una più bella dell'altra.»
«E quante ne hai già iniziate?»
«Quattro.»
Ridemmo. Le sopracciglia, nella mappa dei centri lunari, sono associate alla fantasia, alla visione e alla capacità di immaginare possibilità fuori dall'ordinario.
«Questa è la Creativa», spiegai. «Vede una porta dove gli altri vedono una parete. Scrive storie, inventa un lavoro, cambia la disposizione di una stanza, gioca con i bambini e permette alla realtà di diventare più ampia.»
Emma aprì la cartella. C'erano disegni, titoli, frecce e appunti scritti in diagonale.
«La riconosco.»
«La sua luce è la fantasia. La sua ombra è la dispersione. Una mente piena di visioni può innamorarsi di ogni possibilità e perdere il contatto con ciò che può essere realmente nutrito.»
«Quindi in quei giorni non dovrei creare?»
«Al contrario. Sono giorni preziosi per creare, immaginare e raccogliere idee. È saggio rimandare, quando possibile, le decisioni economiche o definitive finché l'entusiasmo non ha incontrato anche la realtà.»
Emma prese un foglio bianco. «Come faccio a non perdere le idee?»
«Dai loro una casa. Scrivile tutte. Poi scegli un solo seme da annaffiare oggi.»
Le raccontai della bambina che ero stata nei Paesi Bassi. Pedalavo lungo i campi e inventavo storie su ogni casa, ogni mulino e ogni finestra illuminata. Quando arrivai in Toscana, quella fantasia mi aiutò a entrare in un paesaggio nuovo. Le colline diventarono animali addormentati, i cipressi sentinelle e il mare una grande pagina in movimento.
«La creatività ti ha aiutata ad adattarti», disse Emma.
«Sì. Ma per anni ho anche creduto che creare fosse una distrazione, qualcosa da fare soltanto dopo i compiti importanti. La Creativa mi ha insegnato che immaginare è un modo di conoscere.»
«E se qualcuno ha ricevuto molti no da bambina?»
«Può avere imparato a nascondere il proprio gesto creativo. In quel caso non direi che esiste un “dono originario” preciso da scoprire come una verità già scritta. Direi che esiste una parte che merita nuove possibilità. Può provare, sbagliare, cambiare linguaggio e sorprendersi.»
Spargemmo sul tavolo matite, carta e piccoli pezzi di argilla. Emma modellò una forma senza sapere che cosa sarebbe diventata.
«Mi viene voglia di correggerla», disse.
«Aspetta. La prima forma ha il diritto di essere incompleta.»
Rimanemmo in silenzio. Il gesto delle mani rallentò il ritmo delle idee.
«Questa è la medicina?»
«La Visione che incontra la materia. Puoi anche chiudere gli occhi, portare dolcemente l'attenzione al punto tra le sopracciglia e osservare le immagini che arrivano, senza interpretarle subito. Poi scegli cinque parole per descriverle.»
Emma guardò la piccola forma d'argilla. Somigliava a una barca.
«Nel diario scrivo le idee?»
«Sì. Scrivi anche quali rimangono vive dopo due o tre giorni. La Creativa non deve realizzare tutto. Il suo compito è aprire il cielo. La regista sceglierà quale stella seguire.»
Emma continuò a girare la piccola barca d’argilla tra le dita.
«Da bambina disegnavo continuamente», disse. «Poi una maestra mi fece capire che non ero particolarmente brava. Ho smesso quasi senza accorgermene.»
«Molte donne confondono la creatività con il talento riconosciuto dagli altri. Ma la Creativa non nasce per vincere una gara. Nasce per creare un ponte tra ciò che senti e una forma che prima non esisteva.»
«Anche una torta può essere creativa?»
«Certo. Una ricetta, un giardino, il modo di apparecchiare, una soluzione imprevista, una lezione, una lettera. La creatività non appartiene soltanto alle artiste. È una funzione della vita.»
Le raccontai dei miei primi anni in Toscana. In Olanda avevo conosciuto linee dritte, canali e orizzonti ampi; vicino a Lucca incontrai strade che giravano dietro i muri, colline sovrapposte e case di pietra che sembravano custodire secoli di voci. Per comprendere quel paesaggio avevo dovuto reinventare il mio sguardo.
«Forse per questo ami tanto le immagini», disse Emma.
«Forse. Ogni luogo ci offre un vocabolario. I tulipani mi hanno insegnato il colore ordinato; i cipressi la verticalità; il mare la possibilità di cambiare forma restando se stesso.»
Emma annotò la frase sul mare.
«Quando la fantasia è molto forte», continuai, «potresti sentirti finalmente vicina alla tua verità. È una sensazione bellissima, ma merita tempo. Una visione può essere importante senza dover diventare immediatamente un progetto.»
«Io invece compro subito il materiale.»
«La Creativa ama i materiali», dissi ridendo. «Puoi darle un contenitore. Stabilisci una piccola somma, uno scaffale o un quaderno nel quale raccogliere le idee. Così la fantasia riceve spazio senza occupare tutta la casa e tutto il conto bancario.»
«Molto spirituale.»
«La materia è spirituale quando la trattiamo con consapevolezza.»
Parlammo della dispersione. Non era soltanto iniziare troppe cose: poteva manifestarsi anche come incapacità di concludere una frase, bisogno continuo di nuovi stimoli o frustrazione perché il mondo reale non si muove alla velocità dell’immaginazione.
«È allora che divento impaziente», disse Emma. «Vedo già il risultato e mi irrita dover attraversare tutti i passaggi.»
«La visione è istantanea; la costruzione è lenta. Il ponte tra le due è fatto di piccoli gesti ripetuti.»
Le suggerii un esercizio. Divise una pagina in tre colonne: immagine, primo gesto, tempo di verifica. Nella prima scrisse tutte le possibilità. Nella seconda una sola azione concreta. Nella terza una data futura nella quale avrebbe riletto l’idea con occhi più calmi.
«Così non la abbandono», disse, «ma non devo sposarla oggi.»
«Esatto. La Creativa può innamorarsi senza celebrare subito il matrimonio.»
Emma mi chiese se il punto tra le sopracciglia avesse davvero un rapporto anatomico particolare con il sistema nervoso.
«Nel linguaggio yogico è un luogo di concentrazione e visione interiore», spiegai. «Nel libro preferisco rimanere su questo piano simbolico ed esperienziale. Non abbiamo bisogno di aggiungere spiegazioni fisiologiche non dimostrate per rendere preziosa la pratica.»
«Quindi posso dire che sento quel punto più vivo?»
«Sì. Puoi raccontare ciò che senti. È diverso dal dichiarare una regola anatomica valida per tutte.»
Prima di salutarla le feci scegliere una delle cinque idee della notte. Emma indicò quella più semplice.
«Perché proprio questa?»
«Perché continua a piacermi anche adesso che ne parliamo con calma.»
«Allora portala con te. Le altre non sono perdute. Riposano nel cielo della Creativa.»
UNA TISANA CON EMMA
Capitolo 3
Le guance: la Dea Magica
Quel giorno Emma aveva gli occhi lucidi.
«È successo qualcosa?» le domandai.
«Niente di preciso. Questa mattina ero piena di energia. Poi una canzone mi ha ricordato una persona e ho iniziato a piangere.»
Le guance sono descritte nella tradizione come un centro di forte reattività emotiva e imprevedibilità. Alcuni testi usano parole dure per raccontarlo. Io preferisco un linguaggio che lasci dignità all'esperienza.
«Ho chiamato questa donna la Magica», dissi. «Perché porta in superficie ciò che normalmente rimane nascosto. La sua magia non consiste nel controllare gli eventi. Consiste nel trasformare un'emozione in consapevolezza.»
«E il fascino?»
«Quando abiti pienamente il volto e il corpo, la tua presenza può diventare luminosa. Ma il centro delle guance può anche renderti molto sensibile a un ricordo, a un tono di voce o a una delusione. La luce è la presenza viva. L'ombra è la reazione che corre più veloce della comprensione.»
Emma si toccò una guancia. «Quindi le mie lacrime non significano necessariamente che sto male adesso.»
«Possono appartenere all'oggi, al passato oppure a entrambi. Prima di costruire una storia, puoi chiederti: quanti anni sento di avere in questo momento?»
«A volte ne sento dodici.»
«Allora la donna adulta può avvicinarsi a quella ragazza. Non serve dirle che sta esagerando. Puoi ricordarle che oggi possiedi risorse che allora non avevi.»
Le raccontai di una sera sul mare. Il tramonto era bellissimo, e proprio quella bellezza aveva aperto una memoria dolorosa. Per qualche minuto avevo creduto che la tristezza cancellasse tutto il resto. Poi avevo lasciato scorrere le lacrime e avevo sentito il corpo tornare nel presente: i piedi nella sabbia, il vento sulle braccia, il rumore delle onde.
«Hai guarito il passato?» chiese Emma.
«Non uso più questa frase con leggerezza. Il passato può trasformarsi, perdere peso e ricevere un significato nuovo. Alcune ferite richiedono anche un percorso terapeutico. In quel momento, semplicemente, ho smesso di combattere le lacrime.»
Portai una ciotola d'acqua fresca. Ci bagnammo lentamente il viso.
«L'acqua non cancella ciò che è accaduto», dissi. «Può diventare un simbolo: lascio scorrere ciò che il corpo è pronto a lasciare.»
Emma respirò più profondamente.
«La Magica ha anche una parte pratica?»
«Sì. Quando l'emozione è intensa, rimanda le parole definitive. Mangia, riposa, cammina e cerca un contatto affidabile. Se il disagio dura, si ripete con forza o rende difficile la vita quotidiana, chiedere aiuto è un atto di cura.»
«Che cosa scrivo?»
«Il fatto, l'emozione e la storia che la mente ha costruito. Tre righe separate. Ti aiuterà a distinguere ciò che è accaduto da ciò che hai temuto.»
Emma annotò lentamente.
«La magia è questa?»
«Vedere più di una realtà nello stesso momento. La ferita è vera. Anche il presente lo è.»
Emma si asciugò il viso con un piccolo asciugamano e rimase davanti allo specchio.
«Perché l’hai chiamata Magica se nella tradizione questo punto è descritto soprattutto come instabile?»
«Perché volevo restituire dignità a un’esperienza spesso raccontata con parole giudicanti. La reattività può creare confusione, ma può anche rivelare quanto profondamente veniamo toccate dal mondo. La magia sta nella trasformazione: ciò che sale in superficie può diventare ascolto, scelta e creatività.»
«Quindi non devo vergognarmi quando reagisco?»
«La vergogna raramente aiuta. La responsabilità sì. Possiamo riconoscere che una parola ci ha ferite e, nello stesso tempo, assumerci la responsabilità di non ferire a nostra volta.»
Le raccontai di una mattina in cui mi ero sentita brillante, efficiente e capace di risolvere ogni problema. Avevo preparato una lezione, risposto a messaggi e organizzato la settimana con una facilità insolita. Nel pomeriggio una frase apparentemente innocua aveva riaperto un ricordo e tutta quella lucidità si era trasformata in malinconia.
«Come se fossero due donne diverse», disse Emma.
«Eppure entrambe vere. La Dea Magica può mostrarci quanto rapidamente il volto interiore cambi espressione. Il pericolo nasce quando crediamo che l’emozione del momento racconti tutta la nostra vita.»
«Quando sono triste riscrivo anche il passato», ammise Emma. «Tutto mi sembra sempre stato sbagliato.»
«È una cosa importante da osservare. L’emozione colora la memoria. Per questo nel diario separiamo il fatto, la sensazione e l’interpretazione.»
Prese una pagina e scrisse:
Fatto: una persona non ha risposto al mio messaggio.
Sensazione: peso nel petto e tristezza.
Interpretazione: non sono importante per nessuno.
Rilesse e scosse la testa. «Quando lo vedo scritto, l’ultima frase sembra enorme.»
«E può essere vera come ferita, senza essere vera come descrizione del presente.»
Parlammo delle lacrime. In molti percorsi spirituali vengono chiamate purificazione. Io preferivo dire che, per alcune persone, piangere permette al corpo di esprimere un’emozione trattenuta. Per altre, invece, le lacrime arrivano difficilmente. Nessuna delle due esperienze rende una donna più evoluta.
«Allora il rituale dell’acqua non deve promettere di lavare via il passato.»
«Esatto. Può simboleggiare il desiderio di alleggerire il peso. Il simbolo sostiene l’intenzione; non cancella la storia.»
Emma mi domandò anche del fascino della Magica.
«Quando una donna è molto presente, il volto cambia. Lo sguardo diventa vivo, le guance si accendono, le parole arrivano con precisione. Possiamo chiamarlo fascino senza trasformarlo in un obbligo estetico. La Dea Magica non deve essere bella secondo uno standard: è magnetica perché abita ciò che sente.»
«E quando l’emozione diventa troppo intensa?»
«Prima di tutto sicurezza e cura concreta. Bere, mangiare, dormire, uscire all’aria aperta, rimandare una discussione, chiamare una persona affidabile. Le pratiche yogiche possono sostenere, ma non devono sostituire un aiuto professionale quando il dolore è persistente o ingestibile.»
Emma restò qualche minuto in silenzio.
«Mi piace che la magia non sia fare sparire il dolore.»
«La magia è non lasciare che il dolore faccia sparire tutto il resto.»
Nel quaderno aggiunse tre domande:
Che cosa è accaduto davvero?
Quale età sembra avere la parte di me che reagisce?
Che cosa può fare oggi la donna adulta per prendersene cura?
Poi si guardò ancora nello specchio.
«Le guance sono sempre le stesse.»
«Sì. È lo sguardo che ora contiene più spazio.»
Capitolo 4
Le labbra: la Dea Libera
Emma entrò parlando. Mi raccontò una telefonata, un incontro al mercato, una discussione e un messaggio che aveva ancora voglia di inviare. Posò la borsa e si fermò.
«Sto parlando troppo?»
«Oggi le labbra hanno molte cose da dire.»
Nella mappa tradizionale questo centro è associato alla comunicazione, alla voglia di incontrare, parlare, baciare e stabilire un contatto. La stessa energia può rendere le parole efficaci oppure impulsive.
«La Dea Libera conosce il potere della voce», dissi. «La sua luce è la Parola Vera. La sua ombra è il Rumore.»
«Il rumore è parlare senza dire niente?»
«Anche. Può essere parlare per evitare il silenzio, giustificarti troppo, promettere prima di sapere o usare le parole per colpire. A volte il rumore nasce dal desiderio di essere capita immediatamente.»
Emma abbassò lo sguardo. «Quando temo che l'altra persona si allontani, spiego tutto cinque volte.»
«La parola perde forza quando deve inseguire qualcuno. Una frase semplice può essere più libera.»
Le chiesi di formulare ciò che desiderava comunicare in una sola frase.
«Mi ha ferita il modo in cui mi hai parlato e ho bisogno di tempo.»
«Questa frase contiene verità, confine e rispetto.»
«E se l'altra persona la interpreta male?»
«Puoi chiarire, ma non puoi controllare ogni interpretazione. La libertà della voce comprende anche il rischio di non essere accolta come speravi.»
Parlammo del bacio, della sensualità e del diritto di esprimere desiderio senza vergogna. La Dea Libera non usa la bocca soltanto per parlare: assapora, ride, canta e sceglie il contatto.
«La libertà non significa dire o fare tutto», aggiunsi. «Significa essere presente nel tuo sì e nel tuo no.»
Accendemmo una candela e restammo in silenzio per un minuto intero. All'inizio Emma sorrise nervosamente. Poi il viso si distese.
«Il silenzio sembra più lungo quando ho qualcosa da dimostrare», disse.
«Il Silenzio Sacro non punisce la parola. Le restituisce radici.»
Le suggerii tre domande prima di una comunicazione importante: è vero per me? È il momento adatto? Posso dirlo in modo rispettoso? Non sono regole rigide, ma porte da attraversare.
«Nel diario posso segnare quante volte ho telefonato?»
«Puoi, ma osserva soprattutto la qualità. Dopo aver parlato ti senti più integra o più dispersa? Hai ascoltato? Hai detto sì mentre il corpo diceva no?»
Emma prese il telefono e cancellò il lungo messaggio che aveva preparato. Ne scrisse uno più breve.
«Lo mando?»
«Respira una volta. Poi scegli tu.»
Emma versò altra tisana e per qualche momento osservò il vapore salire dalla tazza.
«Quando parlo troppo me ne accorgo soltanto dopo», disse. «Durante la conversazione mi sembra tutto necessario.»
«Per questo la Libera ha bisogno di una soglia. Le labbra sono una porta: qualcosa passa dall’interno verso il mondo. Prima di aprirla possiamo domandarci che cosa desideriamo creare.»
«E se desidero semplicemente sfogarmi?»
«Può essere legittimo. Ma è utile scegliere il luogo e la persona. Uno sfogo affidato a un’amica consapevole è diverso da una parola lanciata contro qualcuno nel momento della rabbia.»
Le raccontai di una cena estiva nel giardino. Le cicale cantavano, il tavolo era lungo e le persone parlavano tutte insieme. In quel clima mi ero sentita brillante, capace di tenere viva la conversazione e di far sentire ciascuno accolto. Più tardi, però, avevo continuato a parlare anche quando ero stanca e avevo raccontato qualcosa che non mi apparteneva.
«Pettegolezzo?» chiese Emma.
«Sì. Non cattiveria deliberata, ma mancanza di centro. Il giorno dopo mi sono chiesta quale bisogno avessi cercato di soddisfare.»
«E quale era?»
«Essere interessante. Quando non mi sentivo abbastanza, avevo usato le parole per occupare spazio.»
Emma abbassò lo sguardo. «A volte faccio lo stesso. Racconto troppo di me e poi mi sento esposta.»
«La libertà comprende anche la scelta di custodire. Non tutto ciò che è vero deve essere detto a tutti, e non tutto deve essere detto oggi.»
Le proposi una pratica in tre passaggi. Prima di una conversazione importante, avrebbe scritto la frase centrale. Poi l’avrebbe ridotta ancora. Infine avrebbe lasciato un respiro prima di pronunciarla.
Emma scrisse: Mi sento ignorata quando cambi programma senza avvisarmi e desidero che tu me lo dica prima.
«Molto diverso da: “Non ti importa mai di me”», osservò.
«La Parola Vera descrive l’esperienza e formula una richiesta. Il Rumore accusa, generalizza o parla per ottenere una reazione.»
Parlammo anche del bacio. Nel simbolismo di questo centro le labbra appartengono alla comunicazione e alla sensualità.
«Il desiderio di baciare è una forma di parola?» domandò Emma.
«Può esserlo. Il corpo comunica vicinanza, curiosità e desiderio. Ma la Dea Libera ricorda che ogni gesto intimo vive di consenso. La libertà non consiste nel seguire ogni impulso; consiste nel poter scegliere, ascoltare l’altra persona e cambiare idea.»
«Anche il silenzio deve essere consensuale?»
«Il silenzio personale è un diritto. Il silenzio usato per punire è un’altra cosa. Se hai bisogno di tempo puoi dirlo: “Non riesco a parlarne adesso, ma desidero riprendere la conversazione domani”. Così il confine non diventa abbandono.»
Emma sfiorò il centro delle labbra. «Mi piace l’immagine del sigillo dorato, ma toglierei la frase “parlo per guarire”.»
«Sono d’accordo. Le parole possono confortare, chiarire o ferire, ma non possiamo promettere guarigione. Potresti dire: “Scelgo parole che rispettano me e chi mi ascolta”.»
La ripeté lentamente.
Prima di uscire, Emma aggiunse nel diario:
Che cosa voglio realmente comunicare?
Sto parlando per creare contatto, per difendermi o per riempire il silenzio?
Quale parte di questa storia appartiene a me e quale appartiene a un’altra persona?
«La Dea Libera non mi chiede di parlare sempre.»
«Ti chiede di sentire quando la tua voce è necessaria e quando il silenzio è la forma più precisa della tua libertà.»
UNA TISANA CON EMMA
Capitolo 5
I lobi delle orecchie: la Dea Regina
Emma si presentò con una domanda che sembrava averle tolto il sonno.
«Come faccio a capire quale scelta è giusta?»
«Prima raccontami che cosa stai scegliendo.»
«È proprio questo il problema. Ho già immaginato tutte le conseguenze possibili. Ogni possibilità mi sembra giusta per cinque minuti e sbagliata nei cinque successivi.»
Le indicai i lobi delle orecchie.
«Nell'insegnamento dei centri lunari questo punto è collegato ai valori, all'etica, alla capacità di analizzare e alla sensibilità verso ciò che percepiamo come giusto o ingiusto. Io lo associo alla Regina.»
«Perché una regina?»
«Perché deve ascoltare molte voci senza abbandonare il proprio centro. Riceve consigli, considera le conseguenze e poi assume la responsabilità della scelta.»
Emma sfiorò i lobi. «E il dubbio?»
«È l'ombra di questo centro. L'analisi diventa giudizio, la coscienza diventa un tribunale e ogni scelta sembra una prova del tuo valore. Invece di domandarti che cosa desideri, inizi a chiederti che cosa penserebbero tutti gli altri.»
«Esattamente.»
«La Regina non elimina il dubbio. Gli assegna un posto al tavolo, ma non gli offre il trono.»
Le raccontai di una scelta professionale che avevo rimandato a lungo. Avevo raccolto opinioni da persone competenti e da persone che conoscevano appena la situazione. Alla fine non riuscivo più a distinguere la prudenza dalla paura di deludere.
«Che cosa ti ha aiutata?»
«Ho scritto i miei tre valori principali. Poi ho osservato quale possibilità li rispettava meglio. Non esisteva una decisione senza rischio, ma esisteva una decisione più coerente con la donna che desideravo essere.»
Emma prese una pagina nuova.
«I miei valori oggi sono rispetto, libertà e affidabilità.»
«Ora guarda le opzioni attraverso questi tre criteri. Evita di cercare la certezza assoluta. Cerca coerenza sufficiente per compiere il passo successivo.»
«E se cambio idea?»
«Una Regina può correggere una decisione. La dignità non consiste nel non sbagliare mai. Consiste nel riconoscere ciò che hai imparato e agire di conseguenza.»
Parlammo anche della sensibilità alle ingiustizie. In questa qualità una donna può sentire il bisogno di intervenire, difendere una persona o impegnarsi in una causa. È una forza preziosa quando nasce dalla chiarezza. Diventa pesante quando ogni differenza viene trasformata in una battaglia morale.
«Come faccio a sapere se sto difendendo un valore o soltanto giudicando?»
«Chiediti se la tua azione crea responsabilità oppure umiliazione. Puoi essere ferma senza ridurre l'altra persona a un errore.»
Ci sedemmo con la schiena sostenuta e i piedi a terra. Emma immaginò un trono semplice, non fatto d'oro, ma di legno solido. Respirò e lasciò depositare le opinioni raccolte.
«Sento ancora dubbio», disse.
«Va bene. Che cosa senti sotto il dubbio?»
«Che desidero provarci.»
«Quella è un'informazione. Adesso verifica che la scelta sia sostenibile e poi decidi i tempi.»
Nel diario della Regina le proposi di annotare: quale valore sto proteggendo? Sto cercando una risposta o una garanzia? Il mio sì nasce da coerenza oppure da paura? Il mio no protegge qualcosa di importante oppure evita ogni rischio?
Emma chiuse il quaderno con calma.
«Il trono interiore non è un posto in cui non ho più dubbi.»
«È il posto in cui il dubbio non decide al posto tuo.»
Emma prese tra le dita i lobi delle orecchie, come per verificarne il peso.
«Perché proprio qui i dubbi sembrano così solenni?» domandò.
«Perché la Regina non si limita a scegliere che cosa mangiare o quale vestito indossare. Interroga i valori. Si domanda che cosa sia giusto, quale direzione onori la dignità e quali conseguenze una scelta porterà nel tempo.»
«E per questo può diventare pesante.»
«Sì. Ogni possibilità sembra un verdetto sull’intera vita.»
Le raccontai di una donna incontrata durante un workshop. Aveva ricevuto due proposte di lavoro: una sicura e ben pagata, l’altra incerta ma vicina a ciò che desiderava fare. Chiedeva a tutti quale fosse la scelta giusta e ogni risposta aumentava la confusione.
«Come l’hai aiutata?»
«Non scegliendo per lei. Le ho chiesto quali valori voleva proteggere in quella fase: stabilità economica, tempo, creatività, famiglia, apprendimento. Quando li mise in ordine, capì che la decisione non riguardava la scelta perfetta, ma la priorità del momento.»
Emma annuì. «Una Regina governa anche sapendo che non può avere tutto.»
«Esatto. La sovranità comprende il limite.»
Parlammo del giudizio. La Regina, nella sua luce, possiede discernimento; nella sua ombra può diventare severa con sé e con gli altri. Osserva ogni dettaglio, confronta, valuta e costruisce un tribunale interiore.
«Quando sono in quella modalità», disse Emma, «trovo difetti in ogni scelta. Se resto, sono codarda. Se parto, sono egoista.»
«Il tribunale cambia accusa, ma conserva la condanna.»
«Come si esce?»
«Sostituendo il giudizio con la responsabilità. Il giudizio dice: “Sono sbagliata”. La responsabilità dice: “Questa scelta ha avuto un effetto; che cosa posso imparare o riparare?”»
Emma scrisse le due frasi una accanto all’altra.
Tornammo sul tema della crisi e della tristezza. Alcune versioni dell’insegnamento usavano collegamenti troppo diretti con la depressione, soprattutto dopo il parto.
«Questa parte non la manteniamo», dissi. «La depressione, compresa quella post-partum, è una condizione seria che non può essere attribuita a un punto lunare. Possiamo raccontare il dubbio, la vulnerabilità e il bisogno di sostegno, aggiungendo che uno stato profondo o persistente merita una valutazione professionale.»
«Così il libro non perde profondità.»
«Al contrario, guadagna rispetto.»
Le proposi il rito del Trono Interiore. Emma si sedette con la schiena sostenuta, i piedi ben appoggiati e le mani sulle cosce. Non cercammo una posizione regale; cercammo stabilità. Le chiesi di nominare tre valori e una scelta piccola capace di incarnarne uno.
«Rispetto, libertà e affidabilità», disse. «Oggi posso mantenere una promessa che ho fatto a me stessa.»
«Questa è sovranità concreta.»
«E il respiro a scatola?»
«Può essere utile per alcune persone, purché non venga forzato. Nel testo generale preferisco un respiro regolare, senza lunghe ritenzioni, e ricordo che le pratiche più strutturate richiedono una guida. Non tutte le donne vivono bene le sospensioni del respiro.»
Emma sembrò sollevata. «La Regina può anche scegliere una pratica più semplice.»
«La Regina sceglie ciò che serve, non ciò che appare più impressionante.»
Nel diario aggiunse:
Quali valori sono realmente in gioco?
Sto cercando una scelta o una garanzia?
Quale conseguenza posso accettare con maggiore integrità?
Poi si alzò.
«Pensavo che il trono fosse il posto in cui si hanno tutte le risposte.»
«È il posto in cui accetti di essere responsabile anche senza averle tutte.»
Capitolo 6
La parte posteriore del collo: la Dea Romantica
Quella sera uscimmo in giardino. Il caldo del giorno si era sciolto e un vento leggero muoveva le foglie. Emma sollevò i capelli, lasciando scoperta la nuca.
«Questo punto mi piace già», disse.
«La parte posteriore del collo è associata al romanticismo, alla sensibilità, al fascino e al desiderio di sperimentare qualcosa di nuovo.»
«Quindi è la Dea Romantica.»
«Sì. È la donna che si accorge della luce sul muro, compra fiori senza una ragione e sente la vita passare attraverso la pelle. La sua luce è la Bellezza.»
Emma respirò il profumo del gelsomino. «E la sua ombra?»
«La Fretta. Quando desideriamo intensamente una connessione, possiamo confondere un gesto con una promessa, uno sguardo con un destino e l'entusiasmo con l'affidabilità.»
«Mi è successo.»
«È umano. Il romanticismo apre. Proprio per questo ha bisogno di tempo.»
Ci sedemmo sul gradino davanti alla porta. Le raccontai di un incontro che avevo idealizzato. Avevo colmato con l'immaginazione tutti gli spazi che ancora non conoscevo. La realtà non era stata falsa; era semplicemente più piccola della storia che avevo costruito.
«Ti sei sentita sciocca?»
«Per un po'. Poi ho capito che la fantasia aveva espresso un bisogno vero: desideravo essere vista e corteggiata. La persona non era la risposta, ma il bisogno meritava ascolto.»
«Quindi la Fretta non va repressa.»
«Va tradotta. Che cosa stai cercando di ottenere subito? Sicurezza? Conferma? Intimità? Una via d'uscita dalla solitudine?»
Emma rimase pensierosa.
«A volte voglio una risposta immediata perché l'attesa mi fa sentire senza potere.»
«La Dolce Attesa restituisce potere. Ti permette di osservare se le parole diventano azioni e se l'interesse sa restare anche nei giorni ordinari.»
Parlammo del corpo. La nuca è una zona vulnerabile, delicata, spesso coperta. Scoprirla può diventare un gesto di fiducia. Ma ogni apertura ha bisogno di consenso e di rispetto.
«La Romantica non deve diventare ingenua», dissi. «Può godere della bellezza e mantenere i propri confini.»
Emma si massaggiò lentamente il collo con un olio neutro. Evitammo promesse energetiche e gesti complicati. Il rituale era semplice: toccare con cura una parte del corpo e ricordarsi di non accelerare una scelta per paura di perdere l'occasione.
«Che frase posso usare?»
«Il mio sì cresce insieme alla fiducia.»
Emma la ripeté piano.
Nel diario della Romantica le suggerii di osservare ciò che la rendeva più sensibile alla bellezza, il desiderio di flirtare o cambiare programmi, la tendenza a immaginare il futuro di una relazione e la capacità di attendere. Poteva annotare anche un gesto di bellezza offerto a se stessa: un abito, una passeggiata, una tavola preparata con cura, un tramonto guardato senza telefono.
«La cosa più romantica che posso fare è corteggiare la mia vita», disse.
«E lasciare che gli altri dimostrino, con il tempo, come desiderano entrarvi.»
Emma si alzò per aprire la porta sul giardino. L’aria della sera entrò nella stanza e le mosse i capelli sulla nuca.
«Questo punto mi sembra più sottile degli altri», disse.
«È una qualità fatta di atmosfera. La parte posteriore del collo è associata al romanticismo, alla sensibilità, all’attrazione e alla leggerezza. A volte basta una voce, un profumo o un dettaglio per cambiare il colore della giornata.»
«Io inizio subito a immaginare il resto della storia.»
«La Romantica è una grande narratrice. Vede un incontro e già immagina una casa, un viaggio, una vita.»
Emma rise. «Colpevole.»
Le raccontai di una passeggiata lungo la costa. Avevo incontrato una persona interessante, avevamo parlato per meno di un’ora e, tornando a casa, la mente aveva già trasformato quella conversazione in un segno del destino. L’entusiasmo era piacevole, ma conoscevo appena quella persona.
«Che cosa hai fatto?»
«Ho custodito il piacere dell’incontro e lasciato il futuro vuoto. Ho aspettato che la realtà mostrasse continuità.»
«È difficile. Sembra di spegnere la magia.»
«La Dolce Attesa non spegne la magia. Le permette di diventare relazione oppure di restare un bel momento, senza pretendere che sia qualcosa di più.»
Parlammo della fretta. Nella sua ombra la Romantica non sopporta l’incertezza affettiva. Cerca di definire subito, interpreta ogni gesto, cede ai desideri dell’altra persona per paura di perderla oppure confonde intensità con intimità.
«Qual è la differenza?» chiese Emma.
«L’intensità può nascere in un istante. L’intimità richiede tempo, coerenza, conoscenza reciproca e la possibilità di mostrarsi anche nei giorni ordinari.»
Emma si toccò la nuca. «Quando mi piace qualcuno divento velocissima. Anche il mio corpo corre.»
«Allora ascolta il corpo senza considerarlo un ordine. Il desiderio è un’informazione, non un contratto. Puoi sentire attrazione e scegliere di attendere.»
Le ricordai che ogni incontro intimo richiede consenso, libertà e rispetto dei tempi di entrambe le persone. Il romanticismo non deve diventare una ragione per ignorare segnali di incoerenza o pressione.
«E la bellezza?»
«È la medicina quotidiana di questa Dea. Non la bellezza per sedurre, ma quella che nutre i sensi: un lenzuolo pulito, una rosa, la luce sul muro, un olio profumato, la musica. Corteggiare la propria vita evita di affidare a un’altra persona tutta la responsabilità di farci sentire vive.»
Emma guardò la stanza. «Il vecchio divano, però, non è molto romantico.»
«Dipende. Ha ascoltato più verità di molti salotti perfetti.»
Ridemmo.
Le proposi di scrivere una lettera d’amore senza destinatario. Non una lettera a un partner, ma alla vita che desiderava abitare. Emma scrisse di lentezza, mare, conversazioni profonde e libertà.
«Questa lettera mi dice più di quello che cerco rispetto all’elenco delle qualità di una persona», osservò.
«Perché parla dell’esperienza che vuoi vivere, non del personaggio che dovrebbe offrirla.»
Nel diario avrebbe annotato:
Sto conoscendo ciò che esiste o sto completando i vuoti con la fantasia?
Il mio corpo si sente libero di dire sì, no e non ancora?
Quale gesto di bellezza posso offrire oggi a me stessa?
Prima di salutarci, Emma lasciò che il vento toccasse ancora la nuca.
«Posso essere romantica senza perdere il centro.»
«Puoi lasciarti commuovere e mantenere i piedi sulla terra.»
UNA TISANA CON EMMA
Capitolo 7
I seni e i capezzoli: la Dea Curandera
Emma arrivò con una borsa piena di cose per gli altri: un libro da prestare, una torta, un maglione che pensava potesse servire a un'amica.
«Hai portato qualcosa per te?» le chiesi.
Guardò la borsa e rise. «A quanto pare no.»
«Allora oggi incontriamo la Curandera.»
Nella tradizione il centro dei seni e dei capezzoli è associato alla compassione, all'intimità, al nutrimento e alla tendenza a donare. La sua luce è un cuore capace di accogliere. La sua ombra appare quando il dono diventa sacrificio e i confini si dissolvono.
«Mi viene naturale prendermi cura», disse Emma.
«È un dono. Diventa pesante quando senti di dover essere necessaria per meritare amore o appartenenza.»
«Come si capisce?»
«Osserva ciò che resta dopo aver dato. Se senti calore e libertà, il dono probabilmente è nato da una scelta. Se senti stanchezza, rabbia o il bisogno che l'altra persona riconosca immediatamente ciò che hai fatto, potresti aver superato il tuo limite.»
Emma guardò la torta. «A volte preparo cose per tutti e poi mi irrito perché nessuno si accorge di quanto lavoro c'è dietro.»
«Il risentimento spesso segnala un sì che avrebbe avuto bisogno di condizioni, aiuto oppure di diventare un no.»
Le raccontai degli anni in cui avevo lavorato con le persone attraverso yoga e Shiatsu. Il contatto può creare un luogo di ascolto profondo, ma una professionista non possiede il corpo o il percorso dell'altra persona. Accompagna, osserva, rispetta competenze e limiti.
«Quindi Curandera non significa guaritrice nel senso medico», disse Emma.
«Esatto. Nel libro è un archetipo: la parte che sa offrire presenza, calore e nutrimento. Non sostituisce una diagnosi o una cura. La Curandera matura riconosce quando è il momento di affidarsi a una professionista diversa.»
Posammo una mano sul cuore e l'altra davanti al corpo, con il palmo aperto.
«Questa mano accoglie», dissi indicando quella sul petto. «L'altra definisce lo spazio.»
Emma inspirò. «Posso amare senza abbandonarmi.»
«Questa è la medicina del Confine del Cuore.»
Parlammo anche del ricevere. Alcune donne sanno anticipare ogni bisogno altrui, ma diventano tese quando qualcuno offre loro aiuto. Ricevere le espone, perché non possono controllare completamente lo scambio.
«Da dove posso cominciare?»
«Accetta qualcosa di piccolo senza restituirlo subito. Un complimento, un passaggio, una tazza preparata per te. Lascia che il gesto arrivi.»
Nel diario della Curandera le proposi di annotare: che cosa ho offerto oggi? Era una scelta libera? Che cosa avrei desiderato ricevere? Quale limite avrebbe protetto la qualità del mio sì?
Emma tagliò la torta e mise da parte la prima fetta per sé.
«Mi sembra un gesto minuscolo.»
«Molti confini importanti iniziano così.»
Emma appoggiò le mani sul petto e rimase qualche momento in ascolto.
«La Curandera mi somiglia molto», disse. «Quando qualcuno sta male, sento subito che devo fare qualcosa.»
«Che cosa succede se non puoi fare nulla?»
«Mi sento inutile.»
«Ecco l’ombra più delicata di questo centro: confondere l’amore con l’essere indispensabile.»
Le raccontai di anni in cui avevo offerto ascolto, tempo e presenza con grande generosità, ma senza riconoscere quando ero stanca. Credevo che il cuore aperto dovesse essere sempre disponibile. Poi il corpo aveva cominciato a rispondere con irritazione e desiderio di fuggire.
«Il risentimento», disse Emma.
«Sì. Spesso il risentimento segnala un sì pronunciato quando dentro viveva un no o un limite.»
«Ma se dico di no, l’altra persona potrebbe soffrire.»
«Un confine può dispiacere e restare necessario. La Curandera matura non promette di evitare ogni dolore. Offre ciò che può senza abbandonarsi.»
Parlammo del seno come simbolo di nutrimento. Questa immagine può richiamare la maternità, ma appartiene anche alle donne che non sono madri, a chi non desidera esserlo e a chi vive un rapporto complesso con il proprio corpo.
«È importante», disse Emma. «Altrimenti sembra che il valore del seno sia soltanto materno.»
«Esatto. Può rappresentare accoglienza, intimità, piacere, vulnerabilità, identità corporea e memoria personale. Ogni donna gli attribuisce un significato diverso.»
Emma mi domandò della parola Curandera.
«Nel libro è un archetipo simbolico», spiegai. «Indica la donna che sa creare uno spazio di ascolto. Non significa medico o terapeuta e non autorizza a promettere guarigioni.»
«Allora la sua medicina è la presenza.»
«Presenza, ascolto e limite.»
Facemmo un piccolo esercizio. Emma immaginò tre cerchi: nel primo scrisse ciò che poteva offrire con gioia; nel secondo ciò che poteva offrire soltanto in alcuni momenti; nel terzo ciò che non le apparteneva.
Nel primo mise: ascolto, una passeggiata, cucinare insieme.
Nel secondo: ospitare qualcuno per diversi giorni, rispondere di notte, accompagnare continuamente.
Nel terzo: risolvere le scelte altrui, mantenere segreti che la facevano stare male, accettare mancanza di rispetto.
«Vederlo scritto cambia tutto», disse.
«Il Confine del Cuore non è un muro. È una forma che permette all’amore di rimanere respirabile.»
Parlammo anche del ricevere. Alcune donne si sentono sicure soltanto nel ruolo di chi offre. Accettare aiuto le rende vulnerabili, perché significa lasciare che qualcun altro veda il bisogno.
«Io dico sempre: non preoccuparti, faccio io.»
«Prova a rispondere: grazie. Senza minimizzare, senza restituire subito il favore.»
Emma sorrise con imbarazzo. «È più difficile di Sat Kriya.»
«Per molte persone sì.»
Nel diario aggiunse:
Sto offrendo per amore, paura o bisogno di essere necessaria?
Che cosa posso dare senza diventare vuota?
Che cosa sono disposta a ricevere oggi?
Prima di uscire mi chiese: «Come faccio a sapere se un limite è giusto?»
«Osserva ciò che accade dopo. Un limite sano può portare tristezza o senso di colpa, ma nel corpo crea anche un po’ più di spazio. Il sacrificio continuo, invece, restringe e indurisce.»
Emma inspirò profondamente.
«Posso amare senza portare tutti sulle spalle.»
«E puoi lasciare che chi ami scopra anche le proprie gambe.»
Capitolo 8
L'ombelico: Pacha Mama
Emma arrivò irritata. Posò il quaderno sul tavolo con più forza del necessario.
«Qualcuno ha criticato un mio progetto e da allora non riesco a pensare ad altro.»
«Dove lo senti?»
Portò una mano all'ombelico. «Qui. Come un vuoto e insieme un nodo.»
Nella descrizione tradizionale, il centro dell'ombelico è collegato alla vulnerabilità, all'insicurezza e alla sensibilità alle critiche. Io ho scelto per questo punto l'archetipo di Pacha Mama, la Madre Terra, perché la sua medicina è il radicamento.
«Quindi Pacha Mama non rappresenta soltanto forza?» domandò Emma.
«Rappresenta una forza che nasce dall'incontro con la vulnerabilità. Quando ti senti esposta, puoi cercare sicurezza fuori di te oppure tornare al corpo e alla terra.»
«E la rabbia?»
«Spesso arriva per proteggere qualcosa. Una critica può toccare una ferita, ma può anche segnalare un confine superato o una parte del progetto da rivedere. La rabbia è energia. La regista decide come usarla.»
Emma raccontò ciò che era accaduto. La critica conteneva un'osservazione utile, ma il tono era stato svalutante.
«Puoi separare le due cose», dissi. «Prendi l'informazione che ti serve e lascia il modo in cui è stata consegnata alla responsabilità di chi ha parlato. Se necessario, puoi anche nominare il confine.»
«Vorrei rispondere subito.»
«Prima lascia che il corpo ritrovi stabilità.»
Uscimmo. Camminammo lentamente sul terreno, sentendo il peso passare dal tallone alla pianta e alle dita. Non cercammo un effetto speciale. La terra era semplicemente lì: irregolare, concreta, affidabile.
«La forza gentile è questa», dissi. «Non devi irrigidirti per stare in piedi.»
Emma respirò portando l'attenzione al ventre senza spingere o trattenere. Per le pratiche specifiche sul punto dell'ombelico, come Sat Kriya o il Respiro di Fuoco, le ricordai che postura, ritmo e controindicazioni richiedono insegnamento competente. Nel libro preferivo non trasformare una tecnica profonda in un esercizio universale.
«Ma tu sei insegnante», osservò.
«Proprio per questo so che una descrizione scritta non vede il corpo della lettrice. Posso indicare una direzione e invitare a imparare la pratica in presenza.»
Rientrammo e dividemmo una pagina in due colonne. Nella prima Emma scrisse: “Sono arrabbiata perché...”. Nella seconda: “Ciò che desidero proteggere o cambiare è...”.
Dopo qualche minuto disse: «Voglio proteggere il valore del mio lavoro. E posso migliorare una parte del progetto senza accettare di essere trattata con superiorità.»
«Pacha Mama ti riporta a una forza concreta.»
Nel diario le suggerii di osservare la sensibilità alle critiche, il bisogno di rassicurazione, la rabbia, la qualità dell'energia fisica e ciò che la aiutava a sentirsi sostenuta. Poteva annotare anche il rapporto con il cibo, il riposo e il movimento, senza trasformare ogni sensazione in un segno del centro lunare.
«La terra non mi dice che ho sempre ragione», concluse Emma.
«Ti ricorda che il tuo valore non scompare quando qualcuno non approva ciò che fai.»
Emma rimase con le mani sull’ombelico.
«Perché hai scelto Pacha Mama per un centro che in molte descrizioni parla di insicurezza?»
«Perché ho voluto dare un volto alla medicina possibile. Quando l’ombelico si sente vulnerabile, cerca terra. Pacha Mama rappresenta la forza che accoglie, sostiene e permette di ritrovare il centro.»
«Non una forza aggressiva.»
«Una forza capace di dire basta senza distruggere.»
Le raccontai di una discussione avvenuta anni prima. Una critica aveva toccato un punto fragile e avevo reagito con durezza. In quel momento mi sembrava di difendere la mia dignità; in realtà cercavo di coprire la vergogna.
«La rabbia proteggeva l’insicurezza», disse Emma.
«Sì. La rabbia è spesso una guardiana. Se la ascoltiamo, può indicare un confine, un bisogno o una ferita. Se la lanciamo immediatamente, rischia di colpire anche chi non è responsabile del dolore originario.»
«Come si ascolta senza reprimerla?»
«Prima la senti nel corpo. Calore, tensione, pugni, mascella, impulso a parlare. Poi nomini ciò che protegge: rispetto, tempo, spazio, sicurezza. Infine scegli un’azione proporzionata.»
Emma scrisse un esempio: Sono arrabbiata perché il mio tempo è stato dato per scontato. Desidero chiedere che i cambiamenti vengano comunicati prima.
«Questa frase contiene già una direzione», osservò.
«È la differenza tra il fuoco che illumina e quello che incendia.»
Parlammo dell’ombelico come luogo simbolico di centratura, volontà e azione. Evitammo di definirlo il centro più importante o di attribuirgli un equilibrio fisico e mentale perfetto.
«Ogni centro è importante nel proprio linguaggio», dissi. «E ogni donna vive il corpo in modo diverso.»
Emma mi chiese della gravidanza e del periodo dopo il parto.
«Possiamo riconoscere il valore simbolico dell’ombelico nella connessione e nella nascita», spiegai. «Ma non diremo che la madre rimane nove mesi in questo punto né proporremo esercizi generici per il post-partum. In quel periodo il corpo merita indicazioni individuali e competenti.»
«E il Respiro di Fuoco?»
«È una pratica importante in alcune sequenze di Kundalini Yoga, ma non è adatta in ogni situazione. Non scriverei che purifica la rabbia o i rancori. Direi che, quando è appropriato e ben insegnato, può far parte di una pratica più ampia di consapevolezza e vitalità.»
Uscimmo nel giardino. Camminammo lentamente, sentendo i piedi sul terreno asciutto. Emma voleva capire il radicamento senza trasformarlo in un’idea astratta.
«Radicarsi significa percepire il peso», dissi. «Sapere dove finisce il corpo, riconoscere la superficie che ti sostiene e ricordare che non devi risolvere tutto nello stesso minuto.»
«Sembra molto semplice.»
«Le pratiche semplici sono spesso quelle che riusciamo davvero a usare durante una discussione.»
Le proposi di fermarsi prima di rispondere a una critica e di verificare tre cose: C’è qualcosa di vero? C’è qualcosa che non mi appartiene? Quale risposta rispetta il mio valore senza umiliare l’altra persona?
Emma ripeté le domande ad alta voce.
Nel diario avrebbe osservato la qualità dell’energia, il bisogno di rassicurazione, la reazione alle critiche, la rabbia e il rapporto con il riposo e il nutrimento.
«Pacha Mama non mi rende invulnerabile», concluse.
«Ti offre un terreno sul quale restare mentre attraversi la vulnerabilità.»
UNA TISANA CON EMMA
Capitolo 9
La clitoride: la Dea Gioiosa
Emma arrivò canticchiando. Aveva indossato un vestito colorato e, prima ancora di sedersi, aprì le finestre.
«Oggi ho voglia di uscire, incontrare persone e ballare», disse.
«La Gioiosa è già entrata nella stanza.»
Nella mappa dei centri lunari, la clitoride è associata alla socialità, alla luminosità, alla voglia di parlare e di creare contatti. Io ho ampliato questa qualità attraverso l'archetipo della Gioiosa: la donna che riconosce il piacere come una forma di vitalità.
«Piacere significa sessualità?» domandò Emma.
«Anche, ma non soltanto. È il piacere del movimento, del cibo assaporato con presenza, di una risata, del sole sulla pelle, di un incontro e della curiosità. La clitoride ci ricorda in modo molto concreto che il corpo femminile possiede una capacità di piacere che non ha bisogno di giustificarsi attraverso una funzione produttiva.»
Emma sorrise. «Questa Dea mi piace.»
«La sua luce è la spontaneità. La sua ombra è la frenesia.»
«Quando voglio tutto subito?»
«Sì. Quando la gioia diventa inseguimento continuo di stimoli. Una festa deve essere seguita da un'altra festa, un messaggio da una risposta immediata, un progetto da un risultato istantaneo. Oppure quando hai bisogno di essere vista per sentirti viva.»
Emma guardò il telefono. «Oggi ho già controllato tre volte chi ha reagito a una foto.»
«Puoi godere di essere vista e restare libera dal numero delle reazioni. La Gioiosa matura condivide la propria luce; non la misura soltanto nello sguardo degli altri.»
Le raccontai dei primi anni in Toscana, quando la musica delle feste di paese mi sembrava diversa da tutto ciò che conoscevo. Le persone occupavano la piazza con naturalezza. Bambini, anziani, famiglie e sconosciuti condividevano lo stesso spazio. Avevo capito che la gioia può essere una pratica comunitaria, un modo di dire: siamo qui, siamo vivi.
«E la bambina interiore?»
«La Gioiosa la invita a giocare. Ma evitiamo di usare la bambina come una spiegazione per ogni impulso. A volte desideri semplicemente divertirti, e va bene.»
Mettemmo una musica ritmica. Emma chiuse gli occhi e lasciò muovere le spalle, il bacino e le braccia. Non cercammo una coreografia né un risultato energetico preciso. Il corpo trovò il proprio linguaggio.
Dopo alcuni minuti si fermò. «Mi sento più presente, non più agitata.»
«La danza può trasformare la frenesia in movimento consapevole. Anche un lungo sospiro, una passeggiata o alcuni minuti senza telefono possono aiutarti a distinguere il piacere dall'urgenza.»
Parlammo del consenso, del desiderio e della libertà di cambiare idea. La sensualità appartiene alla donna che la vive; non crea un obbligo verso nessuno. Un sì può essere gioioso, un no può essere altrettanto vivo, e ogni contatto richiede presenza reciproca.
Nel diario della Gioiosa le suggerii di annotare: che cosa mi ha fatto sentire viva oggi? Dopo il piacere mi sento nutrita o svuotata? Sto cercando contatto, approvazione oppure entrambe? Quale gioia semplice posso vivere senza mostrarla a nessuno?
Emma prese la tazza e bevve lentamente.
«Anche questo è piacere.»
«Sì. La Gioiosa non deve sempre fare rumore.»
Emma rimase in piedi vicino alla finestra, muovendo ancora leggermente un piede a ritmo della musica.
«Perché il piacere fa tanta paura?» domandò.
«Perché una donna che riconosce il proprio piacere diventa più difficile da guidare attraverso il senso di colpa. Sa distinguere ciò che la nutre da ciò che la spegne.»
«Eppure spesso ci insegnano che il piacere deve essere meritato.»
«Prima il dovere, poi forse la gioia. La Gioiosa rovescia questa logica: la vitalità non è soltanto una ricompensa. È anche una risorsa che ci aiuta a vivere.»
Parlammo della clitoride con semplicità, senza trasformarla in un simbolo astratto che cancellasse il corpo reale. È una parte anatomica legata al piacere sessuale e merita un linguaggio rispettoso, libero da vergogna e da false promesse energetiche.
«Nel libro possiamo nominarla apertamente?»
«Dobbiamo. Il silenzio sul corpo femminile ha creato molta ignoranza. Ma la nominiamo senza dire che ogni emozione o comportamento deriva direttamente da questo punto.»
Emma annuì. «La Dea Gioiosa nasce dall’associazione tradizionale con socialità e luminosità, ma è la tua interpretazione.»
«Esatto. Ho aggiunto il piacere e la danza come linguaggio archetipico.»
Le raccontai di una festa di paese in Toscana. Una donna anziana aveva ballato da sola al centro della piazza, senza preoccuparsi di apparire elegante. Il movimento era semplice e pieno di presenza. Guardandola avevo compreso che la gioia non appartiene a un’età né a un tipo di corpo.
«Forse era la Gioiosa», disse Emma.
«Sicuramente lo era nel mio sguardo.»
L’ombra, però, poteva prendere la forma del tutto e subito: bisogno di risposta immediata, paura che la festa finisca, acquisti impulsivi, eccesso di impegni sociali o ricerca continua di approvazione.
«Come faccio a sapere se un piacere mi nutre?»
«Osserva il dopo. Ti senti più presente, morbida e viva? Oppure agitata, vuota e subito in cerca di un altro stimolo? Non è una regola morale; è ascolto delle conseguenze.»
Emma guardò il telefono. «Le reazioni sui social durano pochissimo.»
«E possono essere piacevoli. Il problema nasce quando diventano l’unico specchio.»
Parlammo anche del consenso e della possibilità di cambiare idea durante un incontro. Il desiderio può crescere, diminuire o scomparire. Essere gioiosa non significa essere sempre disponibile.
«Un no può appartenere alla Gioiosa?»
«Certo. Protegge il piacere autentico. Un sì pronunciato contro il corpo non è libertà.»
Le proposi un giorno di piaceri invisibili: fare qualcosa di piacevole senza fotografarlo, raccontarlo o trasformarlo in produttività. Emma scelse una nuotata e una fetta di pane con pomodoro mangiata lentamente in giardino.
«È quasi rivoluzionario», disse.
«La gioia semplice lo è.»
Nel diario annotò:
Che cosa ha acceso la mia vitalità?
Che cosa cercavo attraverso l’attenzione degli altri?
Dopo questa esperienza mi sento nutrita o svuotata?
Quale piacere posso vivere soltanto per me?
Prima di uscire fece un piccolo giro su se stessa.
«La Gioiosa non deve essere sempre euforica.»
«No. Può anche sorridere in silenzio mentre assapora una pesca.»
Capitolo 10
La vagina: la Dea Romantica Solitaria
Pioveva. Emma arrivò avvolta in un cappotto leggero e si sedette sul divano senza togliere subito la sciarpa.
«Oggi avrei potuto restare a casa», disse.
«Eppure sei venuta.»
«Avevo bisogno di stare sola e, nello stesso tempo, di parlare con una persona soltanto.»
«Questa è una qualità molto vicina al centro della vagina.»
Nella tradizione, questo punto è associato a una socialità intima, al desiderio di condividere con poche persone scelte, alla profondità e all'interiorità. Alcune donne sentono il bisogno di ritirarsi e trovare il proprio punto zero.
«L'ho chiamata Romantica Solitaria», spiegai. «Ama la propria stanza, la luce bassa, un libro, una conversazione vera e il silenzio che non deve essere riempito.»
Emma si tolse finalmente la sciarpa. «La sua luce è il raccoglimento.»
«Sì. Ritirarsi può essere un modo per recuperare energia, ascoltare il corpo e lasciare sedimentare ciò che è accaduto.»
«E l'ombra è l'isolamento.»
«Quando la grotta perde la porta. Potresti allontanarti sperando che qualcuno ti insegua, oppure evitare anche le persone che potrebbero offrirti un contatto buono. Il silenzio diventa freddo e il telefono viene usato per cercare conferme casuali, senza desiderare davvero un incontro.»
Emma annuì. «A volte scompaio e poi mi sento ferita perché nessuno capisce che avevo bisogno di essere cercata.»
«Puoi comunicare il bisogno senza rinunciare allo spazio. Una frase come: “Ho bisogno di stare un po' con me stessa, ma mi fa bene sapere che restiamo in contatto”.»
«Mi sembra vulnerabile.»
«Lo è. È anche più chiaro dell'assenza usata come messaggio.»
Preparammo altra tisana. La pioggia sul tetto creava un ritmo regolare. Parlammo dell'intimità come territorio personale: il corpo, la sessualità, il ciclo e le esperienze legate alla vagina meritano un linguaggio rispettoso, libero da vergogna e da generalizzazioni. Un libro spirituale non può trasformare ogni sensazione intima in un segnale energetico. Dolore, cambiamenti o preoccupazioni richiedono, quando necessario, una valutazione sanitaria.
«Qual è la pratica di questa Dea?» domandò Emma.
«Creare una grotta di luce. Uno spazio semplice, con una coperta, una candela o una luce morbida. Restare alcuni minuti con le mani appoggiate sul basso ventre, senza contrazioni forzate e senza cercare un effetto. Ascoltare il respiro e chiedersi: ho bisogno di solitudine, di intimità oppure di aiuto?»
«E Sat Kriya?»
«Può essere una pratica importante del Kundalini Yoga, ma va appresa correttamente. Nel libro la nominiamo e spieghiamo perché è preferibile ricevere istruzioni dirette, invece di ridurla a poche righe.»
Nel diario della Romantica Solitaria, Emma avrebbe osservato il bisogno di piccoli gruppi, il desiderio di silenzio, la qualità del riposo, l'uso del telefono e la differenza tra solitudine scelta e isolamento doloroso.
«Come capisco quando devo uscire dalla grotta?»
«Quando il riposo smette di nutrirti e comincia a restringere il mondo. Una piccola uscita, una finestra aperta o una persona affidabile possono riaccendere la luce.»
Emma guardò la pioggia.
«Oggi avevo bisogno di una sola persona.»
«E hai saputo cercarla.»
La pioggia continuava a battere sul tetto. Emma si sistemò meglio sul divano.
«La parola vagina porta ancora imbarazzo in molte conversazioni», disse.
«Proprio per questo merita normalità e rispetto. Il corpo femminile non diventa più sacro quando lo rendiamo misterioso al punto da non poterlo nominare.»
«Eppure la Grotta di Luce è un’immagine molto misteriosa.»
«È un simbolo dell’interiorità, non una spiegazione anatomica. Possiamo usare poesia e precisione insieme.»
Parlammo della differenza tra riservatezza e vergogna. La Romantica Solitaria custodisce ciò che è intimo perché lo considera prezioso, non perché lo considera sbagliato.
«Da ragazza», raccontò Emma, «pensavo che avere bisogno di solitudine significasse essere poco socievole.»
«La cultura spesso premia la disponibilità continua. Ma alcune esperienze richiedono sedimentazione. Il raccoglimento permette di distinguere ciò che abbiamo assorbito dagli altri da ciò che sentiamo davvero.»
«Quanto deve durare?»
«Non esiste una misura uguale per tutte. Il criterio è la qualità. Dopo un tempo sola ti senti più presente e disponibile alla vita? Oppure più chiusa, spaventata e incapace di cercare contatto?»
Emma riconobbe che, quando il ritiro era nutriente, leggeva, cucinava, dormiva e poi desiderava spontaneamente uscire. Quando diventava isolamento, passava ore al telefono, osservava la vita altrui e si sentiva sempre più lontana.
«La grotta può essere piena di rumore», disse.
«Sì. Essere sole non significa essere in contatto con se stesse.»
Le raccontai di una giornata d’inverno nella casa di pietra. Avevo spento il telefono, acceso la stufa e trascorso ore senza parlare. Non era tristezza: era una sensazione di ricomposizione. Il silenzio aveva restituito ordine alle emozioni.
«E come hai saputo che era il momento di riaprire la porta?»
«Mi è venuta voglia di preparare il tè per qualcuno.»
Emma sorrise.
Parlammo anche della salute intima. Dolore, sanguinamenti insoliti, irritazioni o altri cambiamenti non vanno interpretati come segnali di un centro lunare. Richiedono, quando necessario, una valutazione sanitaria.
«Questo deve essere molto chiaro nel libro», disse Emma.
«Sì. L’ascolto spirituale non sostituisce la cura medica.»
«E le contrazioni del pavimento pelvico?»
«Non le proporrei come esercizio universale. Alcune donne hanno bisogno di rafforzare, altre di rilassare, e in presenza di dolore è utile una valutazione competente. Nel nostro rituale restiamo sull’ascolto e sul respiro naturale.»
Emma appoggiò le mani sul basso ventre. Non cercò di modificare nulla. Seguì il movimento lieve dell’inspirazione e dell’espirazione.
«La Grotta di Luce potrebbe essere semplicemente una stanza interiore in cui nessuno mi chiede niente.»
«Esatto. E una porta che puoi aprire quando scegli il contatto.»
Le suggerii una frase da comunicare alle persone vicine: Ho bisogno di un po’ di silenzio. Non mi sto allontanando da te; sto tornando verso di me.
«È molto più chiaro che sparire.»
«E permette all’altra persona di rispettarti senza dover indovinare.»
Nel diario aggiunse:
La solitudine di oggi mi nutre o mi restringe?
Quale tipo di contatto desidero: nessuno, una persona, un piccolo gruppo?
Che cosa posso fare per mantenere una porta verso la vita?
Quando la pioggia rallentò, Emma si alzò.
«Adesso ho voglia di tornare a casa e stare sola.»
«Allora la tua grotta ti sta chiamando.»
«Ma domani ti scrivo.»
«La porta rimane visibile.»
UNA TISANA CON EMMA
Capitolo 11
L'interno delle cosce: la Dea Manifestatrice
Emma arrivò con una lista.
«Ho pulito la cucina, risposto a tutte le e-mail, sistemato un armadio e preparato il programma del mese. Sono soltanto le dieci.»
«Benvenuta, Manifestatrice.»
La parte interna delle cosce viene associata nella tradizione alla produttività, all'organizzazione, alle liste, alla cura dei dettagli e alla determinazione. Può diventare quasi ossessiva, perché ogni cosa lasciata in sospeso sembra chiedere di essere conclusa immediatamente.
«Finalmente una Dea pratica», disse Emma.
«Tutte sono pratiche a modo loro. Questa rende visibile ciò che le altre hanno immaginato, sentito e scelto.»
«La sua luce è l'azione.»
«Un'azione concreta, capace di portare un desiderio verso la materia. La Manifestatrice prepara il tavolo, telefona, scrive, costruisce, pulisce e completa.»
«E la Resistenza?»
«Può comparire in due forme. La prima è l'iperattività: fai moltissimo, ma eviti proprio il gesto più importante. La seconda è il blocco: la lista diventa così grande che il corpo si ferma.»
Emma guardò il foglio. «Ho riordinato tutto per non iniziare una proposta che mi fa paura.»
«Ecco. Il fare può diventare un rifugio dall'azione vera.»
«Qual è la differenza?»
«L'azione vera ti avvicina a ciò che desideri, anche di poco. L'attività può soltanto riempire il tempo.»
Le raccontai di quando avevo immaginato il primo incontro dedicato alle donne. Avevo passato giorni a scegliere tazze, cuscini e colori. Tutto sembrava necessario, ma la cosa che temevo era inviare l'invito.
«Poi l'hai mandato?»
«Sì, imperfetto e molto più tardi del previsto. In quel momento il progetto ha cominciato a esistere fuori dalla mia testa.»
Emma prese la penna. «Quindi oggi devo scrivere la prima pagina della proposta.»
«O anche soltanto il titolo e il primo paragrafo. Il Primo Passo deve essere abbastanza piccolo da poter essere compiuto.»
Uscimmo a camminare. Le cosce sostenevano il movimento e ricordavano che manifestare significa anche rispettare il ritmo del corpo. La produttività non è una prova di valore. Riposo, delega e revisione fanno parte dell'azione saggia.
«Questa Dea potrebbe farmi dimenticare di fermarmi», disse Emma.
«Sì. La sua ombra crede che tutto dipenda da lei e che ogni pausa sia una perdita. La Manifestatrice matura conosce la differenza tra costanza e sfruttamento di sé.»
Parlammo di Sodarshan Chakra Kriya, pratica tradizionalmente associata a concentrazione e disciplina. Anche in questo caso il testo non avrebbe fornito una versione semplificata come sostituto dell'insegnamento diretto.
Nel diario Emma avrebbe annotato: quali compiti mi chiamano davvero? Che cosa sto facendo per evitare il gesto centrale? Ho bisogno di un passo, di una pausa o di aiuto? Quale azione concreta posso concludere oggi senza chiedere al corpo di superare ogni limite?
Rientrammo. Emma aprì il computer e scrisse il titolo della proposta.
«È poco», disse.
«È reale.»
Dopo qualche minuto scrisse la prima frase.
«Adesso esiste.»
«La Manifestatrice non aspetta che il cammino sia completo. Crea il punto dal quale il cammino può iniziare.»
Emma fissò il titolo che aveva appena scritto sullo schermo.
«Perché una cosa così piccola mi fa sentire più coraggiosa?»
«Perché hai attraversato la soglia tra immaginare e fare. Finché un progetto vive soltanto nella mente può essere perfetto. La prima frase lo rende reale, e quindi modificabile, esposto e vivo.»
«È anche il momento in cui può fallire.»
«Sì. La Manifestatrice incontra la paura del fallimento proprio perché porta le cose nel mondo.»
Le raccontai del primo workshop organizzato nella casa. Avevo immaginato ogni dettaglio: cuscini, tisane, musica, luce, parole. Ero molto occupata, ma evitavo la sola azione che avrebbe potuto rendere possibile l’incontro: invitare le donne.
«Perché?»
«Finché non invitavo nessuno, potevo continuare a credere che sarebbe stato bellissimo. Inviare il messaggio significava accettare che qualcuno potesse non rispondere.»
«Quindi la resistenza proteggeva il sogno perfetto.»
«Esatto. A volte protegge anche il corpo dalla stanchezza. Per questo non dobbiamo trattarla sempre come un nemico.»
Emma osservò la propria lista. Alcuni compiti erano rimasti lì per settimane.
«Come distinguo la paura dalla mancanza di energia?»
«Chiediti che cosa succede quando immagini di iniziare. Se senti un’attivazione nervosa, molte scuse e improvviso desiderio di pulire, potrebbe esserci paura. Se senti peso, confusione, sonno e il corpo chiede realmente riposo, forse hai bisogno di recuperare. Le due cose possono anche convivere.»
«E se il progetto non mi appartiene più?»
«La Manifestatrice sa anche interrompere. Portare a compimento non significa sempre finire come avevamo previsto. A volte significa riconoscere che un ciclo è concluso.»
Parlammo dell’attività compulsiva. Alcune giornate piene sembrano produttive, ma lasciano tutto ciò che conta ancora intatto. Rispondere a venti messaggi può essere più facile che scrivere una pagina importante.
«Io chiamo questa cosa prepararmi», disse Emma.
«Prepararsi è utile finché prepara davvero. Poi diventa un corridoio senza porta.»
Le proposi la regola dei quindici minuti. Prima delle attività secondarie, avrebbe lavorato per un quarto d’ora sul gesto centrale. Senza obbligo di finire.
«Quindici minuti sembrano troppo pochi.»
«Proprio per questo il corpo può accettarli. La costanza trasforma un tempo piccolo in una struttura.»
Parlammo del rapporto tra cosce e movimento. Il corpo porta letteralmente il progetto attraverso lo spazio, ma non è una macchina. Dolore e stanchezza meritano ascolto. La produttività non dimostra il valore di una persona.
«Questa parte è importante», disse Emma. «La Manifestatrice potrebbe diventare una nuova forma di pressione.»
«Il suo scopo non è farti fare di più. È aiutarti a fare ciò che conta, rispettando le risorse reali.»
Emma mi chiese di Sodarshan Chakra Kriya.
«La nominiamo come pratica tradizionalmente importante per concentrazione e disciplina», risposi. «Ma senza ridurla a istruzioni incomplete. La durata, il respiro e le sospensioni richiedono un apprendimento diretto e un adattamento responsabile.»
Nel diario scrisse:
Qual è il gesto centrale di oggi?
Quale attività sto usando per evitarlo?
Ho bisogno di un primo passo, di una pausa, di aiuto o di lasciare andare?
Quale misura posso sostenere anche domani?
Emma tornò al computer e scrisse un secondo paragrafo.
«Ora non è più soltanto un titolo.»
«E non deve essere già un libro intero.»
Rimanemmo a guardare le parole sullo schermo. Erano poche e imperfette, ma possedevano una qualità che nessuna idea poteva avere: occupavano uno spazio nel mondo.
«Forse manifestare significa questo», disse Emma. «Dare alla vita qualcosa con cui poter lavorare.»
«Sì. La regista non aspetta una scena perfetta. Dice: cominciamo da qui.»
Epilogo
La sequenza personale
Quando terminammo l'undicesima conversazione, Emma dispose sul tavolo undici fogli. Su ciascuno aveva scritto il nome di una Dea.
«Le incontrerò sempre in questo ordine?» domandò.
«No. L'ordine dei capitoli è stato scelto per presentare i centri con chiarezza. Secondo l'insegnamento, ogni donna possiede una propria sequenza, che tende a ripetersi.»
«La sequenza nasce con noi?»
«Alcune fonti della tradizione affermano che si formi già durante lo sviluppo nel grembo materno. Presentiamo questa idea come parte dell'insegnamento, senza trasformarla in una conclusione scientifica. Ciò che possiamo fare concretamente è osservare la nostra esperienza nel presente.»
«E rimane sempre uguale?»
«La tradizione la descrive come personale e stabile. Altre testimonianze suggeriscono che traumi, stress e grandi cambiamenti possano influire sul modo in cui i centri vengono percepiti. Per questo il diario deve restare aperto. Non useremo la teoria per negare ciò che senti.»
Emma fece scorrere un dito sui fogli.
«Il primo ciclo mi basterà?»
«Probabilmente no. Ventotto giorni sono un primo incontro. In due o tre cicli potresti riconoscere ripetizioni più chiare. Potresti anche confondere centri simili o vedere una qualità soltanto dopo che è passata.»
«E se non trovo una sequenza?»
«Il lavoro non è fallito. Avrai imparato a osservare emozioni, corpo, relazioni e bisogni. La consapevolezza non dipende dalla capacità di compilare perfettamente una ruota.»
Emma raccolse i fogli e li rimise nel quaderno.
«Allora le Dee non sono caselle.»
«Sono linguaggi. La Sciamana ti parla di intuito e controllo. La Creativa di immaginazione e dispersione. La Magica di reattività e trasformazione. La Libera di parola e silenzio. La Regina di valori e dubbio. La Romantica di bellezza e fretta. La Curandera di cura e confini. Pacha Mama di vulnerabilità e radicamento. La Gioiosa di piacere e frenesia. La Romantica Solitaria di raccoglimento e isolamento. La Manifestatrice di azione e resistenza.»
«E la regista?»
«Sei tu, quando riesci ad ascoltare una voce senza credere che sia l'unica verità possibile.»
Il sole era sceso dietro gli alberi. Emma chiuse il quaderno.
«Credevo di dover scegliere quale donna essere.»
«Puoi diventare abbastanza ampia da ospitarle tutte.»
UNA TISANA CON EMMA
Parte seconda
Il diario lunare di Emma
Il primo ciclo di ventotto giorni non serve a dimostrare una teoria. Serve a conoscere il tuo modo di osservarti.
Ogni sera dedica alcuni minuti al diario. Puoi scrivere poche parole oppure una pagina intera. Cerca di distinguere ciò che è accaduto da ciò che hai sentito e dal significato che hai attribuito all'esperienza.
Durante il primo mese evita di forzare un'identificazione. Puoi scrivere il nome di una Dea come ipotesi, lasciarlo in bianco oppure indicarne due quando percepisci qualità simili. Dopo ventotto giorni rileggi senza giudicarti. Il secondo e il terzo ciclo potranno mostrare ripetizioni, differenze e passaggi che la prima volta erano rimasti nascosti.
UNA TISANA CON EMMA
Introduzione
Una tisana
con Emma
«Ti sei già
rannicchiata comodamente su quel vecchio divano?Emma?»
Lei sorride e raccoglie le gambe sotto la coperta.
«Sì. E questa tisana profuma meravigliosamente. Che cosa ci hai messo dentro?»
«Erbe, fiori e un pizzico di magia toscana», le rispondo sorridendo.
Il vapore sale lentamente dalle nostre tazze e si mescola al profumo del legno e delle pietre antiche della stanza. Fuori dalla finestra, la luce attraversa il giardino e si posa sulle foglie. Qui dentro il tempo rallenta e prende un ritmo diverso.
Emma mi guarda incuriosita.
«È qui che comincia il tuo libro?»
«Sì. Comincia qui, tra due donne sedute una davanti all’altra. Voglio raccontarti questa storia a modo mio, come farei durante uno dei miei workshop. Tu potrai interrompermi, farmi domande, raccontarmi ciò che senti. Io condividerò con te ciò che ho studiato, vissuto e riconosciuto nel mio corpo e negli occhi delle tante donne incontrate durante il mio cammino.»
Emma stringe la tazza calda tra le mani.
«Allora questo libro sarà anche una conversazione?»
«Sarà un incontro. Un cerchio intimo. Un viaggio da donna a donna.»
La guardo per qualche istante.
«Forse sei arrivata qui durante un momento di cambiamento. Forse cerchi una risposta. Forse senti che dentro di te esiste una voce che desidera essere ascoltata. Qualunque sia la ragione, adesso sei qui. E questo basta per cominciare.»
«Credi che esista una ragione per cui scegliamo un determinato libro?» mi chiede Emma.
«Credo che certi incontri arrivino quando una parte profonda di noi è pronta. Può essere una persona, una parola, un insegnamento oppure un libro. A volte pensiamo di avere scoperto qualcosa di nuovo. Poi ascoltiamo più profondamente e comprendiamo che quella conoscenza viveva già dentro di noi. Aspettava soltanto di essere riconosciuta.»
Emma abbassa lo sguardo verso la tisana.
«Come un ricordo?»
«Esattamente. Come un ricordo antico che ritorna.»
Rimaniamo in silenzio per qualche respiro. Poi lei solleva gli occhi verso di me.
«Prima di parlarmi degli undici centri lunari, raccontami chi sei.»
Sorrido.
«Sono nata in Olanda, in una terra fatta di cieli larghi, luce chiara e orizzonti che sembrano continuare oltre lo sguardo.
La mia infanzia aveva il ritmo delle lunghe pedalate in bicicletta. Pedalavo accompagnata dal vento, attraversando immense distese di tulipani che coloravano la terra. Incontravo antichi mulini che, ai miei occhi di bambina, sembravano incantati.
Ricordo le loro grandi pale muoversi lentamente nel cielo, come braccia misteriose capaci di raccogliere il vento e trasformarlo in una forza invisibile.
Forse già allora imparavo ad ascoltare ciò che vive oltre le parole: il vento sulla pelle, il silenzio degli orizzonti, il movimento della natura e quella magia sottile che abita nelle cose più semplici.»
«E poi sei arrivata in Italia?» domanda Emma.
«Sì. Quando avevo nove anni, la mia vita cambiò direzione. Arrivai in Toscana, vicino a Lucca.
Ero ancora una bambina e ignoravo quanto profondamente quella terra sarebbe entrata nella mia storia.
La Toscana mi accolse con una luce diversa, calda e dorata. Una luce che si posava sulle case, sulle pietre antiche e sui campi, trasformando ogni cosa.
Ricordo il profumo degli alberi, le strade strette, i piccoli borghi e quel modo italiano di vivere le emozioni con intensità, lasciandole affiorare negli sguardi, nelle parole e nei gesti.
Poi c’era il mare.»
«Ti piace il mare?» chiede Emma.
«Profondamente. Amo la costa toscana, l’aria salata, il suono delle onde e quella linea azzurra che sembra unire la terra al cielo.
Amo osservare il sole mentre scende lentamente sull’acqua. I tramonti al mare possiedono qualcosa di sacro: il cielo cambia colore, la luce diventa morbida e per qualche istante tutto sembra fermarsi.
Davanti a quei tramonti le parole diventano superflue.
Basta respirare.
Basta esserci.»
Emma chiude gli occhi per un momento, come se riuscisse a vedere quel tramonto.
«E le colline?» mi domanda.
«Amo anche le passeggiate tra i cipressi, alti e silenziosi come antichi custodi della terra. Le strade bianche che attraversano i campi, il profumo dell’erba riscaldata dal sole e le incantevoli colline della Val d’Orcia, che si rincorrono dolcemente fino all’orizzonte.
Esistono luoghi in cui la terra sembra respirare. La Val d’Orcia, per me, è uno di questi.
Le sue curve, i casolari solitari e i filari di cipressi sembrano comporre una preghiera silenziosa. Ogni volta che mi trovo davanti a quel paesaggio, sento qualcosa aprirsi dentro di me e penso: “Ma com’è bella la Toscana”.
È una bellezza viva, antica, sensuale. Porta con sé la forza del sole, il silenzio delle pietre, la profondità del mare e la memoria di tutte le persone che hanno camminato su questa terra prima di noi.»
«Quindi dentro di te convivono due mondi», osserva Emma.
«Sì. Da una parte porto le mie radici olandesi: lo spazio, gli orizzonti aperti, le lunghe pedalate, i tulipani e i mulini mossi dal vento.
Dall’altra vive la Toscana: la sua passione, il calore, il mare, i tramonti, i cipressi, le colline e la sua bellezza imperfetta e profondamente viva.
Essere nata in Olanda e cresciuta vicino a Lucca ha reso la mia voce semplice, diretta e istintiva. Una voce che sceglie parole sincere e cerca la vicinanza con chi ascolta.»
Emma sorseggia la tisana e poi mi chiede:
«Quando hai incontrato per la prima volta gli undici centri lunari?»
Poso la mia tazza sul tavolino.
«Forse la parola più adatta è riconosciuti. Perché ciò che accadde quel giorno somigliò più a un ricordo che a una scoperta.»
«Raccontami.»
«La sala era semplice e silenziosa. I tappetini e i cuscini erano disposti in cerchio. Nell’aria si sentivano il profumo dell’incenso e quello caldo del legno.
Parlavamo a bassa voce, quasi per proteggere qualcosa che stava già accadendo.
Osservavo le altre donne mentre preparavano il proprio spazio, sistemavano i cuscini, si sedevano e chiudevano gli occhi.
Ero emozionata come una bambina.
Iniziammo con una sessione di Kundalini Yoga. Dopo la pratica ci fu una breve pausa e poi arrivò il momento di ascoltare l’insegnamento sugli undici centri lunari della donna.
Fu allora che accadde.
Una frase, un’immagine, forse una vibrazione.
Fu come un lampo improvviso.
Un’emozione fortissima attraversò tutto il mio corpo. Sentii qualcosa muoversi dentro di me, qualcosa di antico e, allo stesso tempo, profondamente familiare.
Era come se una parte di me stesse dicendo:
“Io questo lo so già.”
Il mio corpo vibrava. Avevo la sensazione di diventare leggerissima, quasi capace di sollevarmi da terra.
Era come svegliarmi dopo un sonno molto lungo.
Per un istante vidi chiaramente il mio futuro. Lo vidi come una direzione, un sentiero, una certezza.
Sentii con assoluta chiarezza che quella era la mia strada.»
Emma rimane in silenzio, poi domanda:
«Lo capisti con la mente?»
«Fu una comprensione che attraversò il corpo. Avevo ancora molto da studiare e tante esperienze da vivere, eppure dentro di me tutto appariva limpido.
Era come ricordare qualcosa che avevo sempre saputo.
Riconobbi quelle energie perché le avevo già vissute. Avevo attraversato i loro cambiamenti, le aperture, le ombre e le contraddizioni, pur senza conoscere i loro nomi.
In quel momento iniziai a guardare la mia vita con occhi diversi.
Potevo finalmente vedermi e riconoscermi.
Era come trovarmi davanti a uno specchio capace di mostrarmi il mio volto e, insieme, tutte le donne che vivevano dentro di me.»
«E come ti sentisti?» chiede Emma.
«Accompagnata.
Compresi che i miei cambiamenti facevano parte di un movimento più grande. La sensibilità, la mutevolezza e le tante sfumature del mio sentire iniziarono ad avere un significato.
Stavo incontrando parti diverse di me.
Seduta in quella sala, circondata da donne che forse stavano vivendo qualcosa di simile, sentii di essere esattamente nel posto giusto.
Quel cammino mi avrebbe condotta a studiare, praticare, incontrare tante donne e creare molti workshop.
In quel momento potevo soltanto percepirlo. Eppure una cosa la sapevo già.
Un giorno avrei raccontato tutto questo ad altre donne.»
Emma sorride.
«E oggi lo stai raccontando a me.»
«Sì, Emma. Oggi lo sto raccontando a te.»
Il cerchio delle undici
donne
Emma rimane
in silenzio per qualche istante. Tiene la tazza tra le mani e osserva il vapore che sale lentamente verso il soffitto.
«Quando hai sentito che quella era la tua strada, hai capito subito anche che cosa dovevi fare?»
«Ho percepito la direzione. Il cammino, invece, si è rivelato passo dopo passo.»
«Come accade quando si cammina nella nebbia?»
«Proprio così. Vedi soltanto il tratto di strada davanti ai tuoi piedi. Poi fai un passo e la nebbia si apre ancora un poco.»
Emma annuisce.
«E il primo passo quale fu?»
«Studiare. Praticare. Osservarmi. Avevo incontrato una mappa capace di dare un nome a tante parti di me, e desideravo conoscerla profondamente. Volevo comprendere come quelle undici energie si muovevano nel mio corpo, nelle mie emozioni, nelle mie relazioni e nelle mie scelte.»
«E poi hai iniziato a lavorare con le altre donne.»
«Sì. Col tempo nacquero i miei incontri al femminile.»
Fuori dalla finestra, una folata di vento attraversa il giardino. Le foglie degli alberi si sfiorano e creano un suono leggero, simile a un sussurro.
«Immagina un cerchio di donne», dico a Emma. «Tappetini e cuscini disposti sul pavimento, una candela accesa al centro, il profumo dell’incenso e un silenzio capace di accogliere ogni storia.»
«Come la sala in cui hai ricevuto per la prima volta l’insegnamento.»
«Sì. Forse, in qualche modo, ho cercato di ricreare quella stessa sensazione.»
«Che cosa accadeva durante i tuoi incontri?»
«Le donne arrivavano portando con sé la propria giornata. Alcune entravano sorridendo, piene di energia. Altre avevano lo sguardo stanco. Alcune desideravano parlare subito, altre cercavano un angolo tranquillo e rimanevano in silenzio.»
«E tu che cosa facevi?»
«Le accoglievo.»
Emma sorride.
«Soltanto questo?»
«Accogliere è già moltissimo. Significa offrire uno spazio in cui una donna possa togliere per un momento i ruoli che indossa ogni giorno. La compagna, la madre, la figlia, la professionista, la donna forte, quella che risolve tutto. Nel cerchio poteva semplicemente respirare ed essere presente.»
«Senza dover dimostrare qualcosa.»
«Esatto. Nel cerchio esistono specchi, ascolto e presenza. Ogni donna può riconoscere una parte di sé nella storia dell’altra.»
Raccolgo la mia tazza e bevo un piccolo sorso.
«Durante gli incontri spiegavo che, secondo gli insegnamenti del Kundalini Yoga, l’energia femminile attraversa undici centri lunari. Ogni centro rimane attivo per circa due giorni e mezzo e porta con sé un modo particolare di sentire e interpretare la vita.»
Emma aggrotta leggermente le sopracciglia.
«Quindi ogni due giorni e mezzo cambia la nostra personalità?»
«La nostra essenza rimane. Cambia il punto dal quale osserviamo il mondo.»
«Puoi spiegarmelo meglio?»
«Pensa a una casa con undici finestre. La casa sei tu. Il paesaggio esterno può essere sempre lo stesso: gli alberi, il cielo, il giardino, la strada. Eppure, guardando da una finestra diversa, cambia la prospettiva. Da una finestra vedi il mare. Da un’altra scorgi le colline. Da un’altra ancora entra poca luce e senti il desiderio di raccoglierti.»
«Quindi ogni centro è una finestra.»
«Una finestra, una porta, una donna interiore.»
«E anche una Dea?»
«Mi piace immaginarle come undici Dee. Ognuna possiede una qualità luminosa e una zona d’ombra. Una ci dona l’intuito, un’altra la fantasia, un’altra ancora la capacità di organizzare, amare, parlare, creare o agire.»
«E l’ombra?»
«L’ombra è la stessa energia che ha perso il proprio equilibrio. L’intuito può diventare ossessione. La generosità può trasformarsi in sacrificio. La forza può diventare rabbia. Il desiderio di raccoglimento può scivolare nell’isolamento.»
Emma abbassa lo sguardo.
«Quando mi trovo dentro un’emozione, però, mi sembra sempre reale. Come se dovesse durare per sempre.»
«Questa è una delle esperienze più profonde dei centri lunari. Quando una certa energia guarda il mondo attraverso i nostri occhi, tutto assume il suo colore.»
«Come se indossassi degli occhiali.»
«Sì. Se attraversi l’energia della malinconia, anche una giornata luminosa può sembrarti pesante. Se vivi l’energia dell’azione, senti di poter smuovere una montagna. Se arriva il tempo della solitudine sacra, desideri chiudere la porta, accendere una candela e ascoltare il silenzio.»
«E in quel momento credo di essere davvero così.»
«Ti identifichi con l’onda e dimentichi di essere il mare.»
Emma rimane immobile.
«Ripetilo.»
«Ti identifichi con l’onda e dimentichi di essere il mare.»
Il suo viso si distende lentamente.
«Questa frase mi arriva dentro.»
«È accaduto anche a me. Per anni ho creduto di essere l’emozione del momento. Se mi sentivo insicura, pensavo di essere una donna insicura. Se provavo rabbia, temevo che la rabbia fosse la mia verità. Se desideravo ritirarmi, pensavo di avere perso la mia forza.»
«Poi hai compreso che era un passaggio.»
«Un’energia temporanea. Una marea che arriva, porta un messaggio e poi si ritira.»
«Allora basta aspettare che passi?»
«Possiamo fare molto più che aspettare. Possiamo accorgerci.»
«Accorgerci di che cosa?»
«Di quale energia sta parlando attraverso di noi. Questo semplice atto crea spazio tra la donna e l’emozione.»
Appoggio una mano al centro del petto.
«Posso svegliarmi con una sensazione pesante e dire: “Oggi sento paura”. La frase “sento paura” lascia aperta una porta. Dire “sono una donna paurosa” la chiude.»
Emma inspira lentamente.
«La prima frase descrive un’esperienza. La seconda diventa un’identità.»
«Esatto. Accorgersi significa diventare testimone di ciò che accade dentro di noi. L’emozione continua a esistere, ma perde il potere di governare ogni scelta.»
«È questo che intendi quando parli di diventare la regista della propria vita?»
«Sì. Una regista conosce tutti i personaggi della sua storia. Ascolta le loro voci e permette a ciascuno di esprimersi. Alla fine, però, sceglie lei come prosegue la scena.»
«Quindi anche le ombre hanno il diritto di parlare.»
«Le ombre portano informazioni preziose. L’ossessione può mostrarci dove cerchiamo di controllare la vita. La rabbia può rivelare un confine oltrepassato. Le lacrime possono riportare alla luce un dolore che desidera essere accolto. La resistenza può dirci che la nostra energia ha bisogno di una nuova direzione.»
Emma si avvicina leggermente.
«E come posso imparare a riconoscere le mie undici energie?»
«Con la costanza.»
«Quella parola piace poco alla mia parte impaziente.»
Rido.
«La conosco bene. Eppure la costanza può essere dolce. Bastano pochi minuti al giorno.»
«Che cosa dovrei fare?»
«Osservarti. Scrivere. Portare attenzione al corpo. Annotare l’emozione dominante, i pensieri, i sogni, le reazioni e le scelte. Giorno dopo giorno inizierai a vedere un disegno.»
«Come un diario lunare.»
«Esattamente. Questo libro sarà anche il tuo diario lunare. Durante ogni capitolo incontrerai un centro, la sua luce, la sua ombra e alcune pratiche per ritrovare equilibrio.»
«Yoga, respirazioni e rituali?»
«Sì. Alcune pratiche saranno profonde, altre semplici e quotidiane. A volte basterà respirare. A volte danzeremo. A volte useremo un mantra, un gesto, una passeggiata o una pagina bianca.»
«Dovrò fare tutto?»
«Sceglierai ciò che risuona nel tuo corpo. Questo viaggio è un invito all’esperienza.»
Emma appoggia la tazza sul tavolino.
«Sono pronta a incontrare la prima donna.»
La guardo e sorrido.
«Allora cominciamo dalla parte più alta del nostro volto, proprio nel punto in cui la fronte incontra i capelli.»
Capitolo
primo
L’attaccatura dei
capelli
La Dea
Sciamana
Intuito e
ossessione
«Porta le dita qui, Emma.»
Sollevo la mano e sfioro lentamente la linea in cui la fronte incontra la radice dei capelli.
Lei ripete il gesto.
«Qui?»
«Sì. Questa viene chiamata anche linea d’arco. È il primo degli undici centri lunari.»
Emma tiene i polpastrelli sulla fronte e chiude gli occhi.
«Che cosa dovrei sentire?»
«Per adesso niente di preciso. Ascolta soltanto il contatto delle dita sulla pelle.»
Restiamo in silenzio per alcuni respiri.
«Questo centro è legato all’intuito», le spiego. «Quando la sua energia è luminosa ed equilibrata, dentro di noi si risveglia la Dea Sciamana.»
«Che tipo di donna è?»
«È la donna che sa.»
«Che cosa sa?»
«Sa riconoscere la propria direzione. Sa ascoltare i segnali del corpo. Sa entrare in una stanza e percepire ciò che vive dietro le parole. Sa distinguere ciò che la nutre da ciò che allontana dalla sua verità.»
Emma apre gli occhi.
«Come fa a saperlo?»
«Attraverso l’intuito. Una conoscenza che nasce prima del ragionamento.»
«Una sensazione nella pancia?»
«Può arrivare nella pancia, nel cuore, nella pelle o attraverso un’immagine improvvisa. Per alcune donne è una voce interiore. Per altre è una certezza silenziosa.»
«E si può sempre seguire?»
«Quando l’intuito è limpido, possiede una qualità calma. Arriva come una frase semplice: “Questa è la strada”. Sente poca necessità di convincere o giustificare.»
«Quindi l’intuito parla piano.»
«Spesso sì. La paura, invece, tende a gridare.»
Emma sorride.
«La mia paura ha una voce molto forte.»
«Anche la mia conosce bene il palcoscenico.»
Ridiamo insieme.
Poi le racconto di una mattina in cui avevo percepito chiaramente l’energia dell’attaccatura dei capelli.
«Mi ero appena svegliata. Andai davanti allo specchio con i capelli completamente scarduffati. In altri giorni avrei cercato subito qualcosa da sistemare. Quella mattina vedevo una bellezza autentica.»
«Ti sentivi bella?»
«Mi sentivo vera. È una differenza sottile e potente. Sentivo di essere profondamente in sintonia con me stessa. La mia mente era limpida, il corpo presente e ogni scelta sembrava trovare naturalmente il proprio posto.»
«Come se tutto fluisse.»
«Sì. In quei giorni possiamo sentirci autorevoli, concentrate e capaci di comunicare con chiarezza. È un’energia preziosa quando dobbiamo prendere una decisione importante.»
«Perché ci fidiamo di noi stesse.»
«Esatto. La Dea Sciamana cerca dentro di sé la risposta prima di chiederla al mondo.»
Emma si sfiora ancora la fronte.
«Mi piace questa donna.»
«È una donna antica. Vive in tutte noi. Conosce i cicli della natura, ascolta i sogni e percepisce ciò che si muove sotto la superficie.»
«È una guaritrice?»
«Può diventarlo. Prima di tutto, però, impara a riconoscere se stessa.»
«E che cosa accade quando questa energia entra nell’ombra?»
La mia voce rallenta.
«L’intuito perde la sua limpidezza e diventa ossessione.»
«Come faccio a capire la differenza?»
«L’intuito apre. L’ossessione stringe.»
«Spiegami.»
«L’intuito porta chiarezza anche quando indica una scelta difficile. L’ossessione crea tensione, ripetizione e bisogno di controllo. La mente gira intorno allo stesso pensiero e cerca continuamente conferme.»
Emma annuisce.
«Conosco questa sensazione. Ripenso cento volte a una conversazione. Analizzo ogni parola e immagino ciò che l’altra persona voleva davvero dire.»
«Quella è una delle forme dell’ossessione. A volte riguarda una relazione. Altre volte il lavoro, il corpo, una decisione o la paura di avere sbagliato.»
«E tutto diventa enorme.»
«Un piccolo dubbio si trasforma in una stanza piena di specchi. Ovunque guardi, incontri lo stesso pensiero.»
«In quei momenti credo che, continuando a pensare, troverò la soluzione.»
«E invece il pensiero si nutre di se stesso.»
Emma sospira.
«Che cosa posso fare?»
«Prima di tutto, accorgerti. Puoi dire: “La mia mente sta cercando di proteggermi attraverso il controllo”.»
«Quindi anche l’ossessione cerca di aiutarmi?»
«A modo suo. Teme l’incertezza e prova a creare sicurezza attraverso il pensiero. Ma la vita rimane viva, imprevedibile e misteriosa. La mente può accompagnarla, mai dominarla completamente.»
«E come torno all’intuito?»
«Rientrando nel corpo.»
Mi siedo più dritta sul divano.
«Facciamo una piccola pratica insieme.»
Emma sistema la coperta e appoggia entrambi i piedi sul pavimento.
Il respiro della
chiarezza
«Chiudi gli
occhi. Porta la mano destra davanti al viso.»
Lei segue le mie indicazioni.
«Chiudi delicatamente la narice destra con il pollice. Inspira lentamente dalla narice sinistra.»
Emma inspira.
«Adesso chiudi la narice sinistra con l’anulare. Libera la destra ed espira.»
Ripetiamo il movimento alcune volte, con calma.
«Continua così», le dico. «Inspira da sinistra, espira da destra. Lascia che il respiro crei spazio tra un pensiero e l’altro.»
Dopo alcuni cicli, Emma abbassa la mano.
«Sento la fronte più fresca.»
«Il respiro riporta l’attenzione al presente. E nel presente l’ossessione trova meno nutrimento.»
«Posso farlo ogni volta che la mente gira troppo?»
«Sì. Scegli sempre un ritmo confortevole. Il respiro deve sostenerti.»
Restiamo ancora un momento in ascolto.
Il gesto della linea
limpida
«Adesso
immagina di avere una goccia d’acqua sulla punta delle dita», continuo. «Passale lentamente lungo l’attaccatura dei capelli, da una tempia all’altra.»
Emma compie il gesto.
«Mentre tocchi questo punto, puoi dire dentro di te:
“La mia mente ritrova
spazio.
La mia
visione diventa limpida.
Ascolto la
voce calma che vive dentro di me.”»
Emma ripete le parole a bassa voce.
Poi apre gli occhi.
«È semplice.»
«Le pratiche semplici possono diventare porte potenti quando vengono ripetute con presenza.»
«E il mantra Saa Taa Naa Maa?»
«Lo useremo come pratica più profonda.»
«Che cosa significa?»
«Rappresenta il ciclo della vita: nascita, esistenza, trasformazione e rinascita. Nel Kirtan Kriya viene accompagnato dal movimento delle dita.»
Le mostro lentamente la sequenza:
«Con Saa, il pollice incontra
l’indice.
Con Taa,
incontra il medio.
Con Naa,
l’anulare.
Con Maa, il
mignolo.»
Emma prova.
«Saa. Taa. Naa. Maa.»
«Puoi ripeterlo mentalmente o con la voce, mantenendo un respiro naturale. Immagina una luce che entra dalla sommità della testa e scende al centro della fronte. Poi lascia che esca in avanti, come un raggio.»
«Una luce a forma di L.»
«Esattamente. È un’immagine tradizionale della pratica. Può aiutarti a focalizzare la mente e a lasciare scorrere i pensieri ripetitivi.»
«Quanto tempo?»
«Per iniziare bastano tre minuti. La costanza vale più della durata.»
Emma continua ancora per qualche istante a muovere le dita.
«Sento che questa Dea Sciamana è molto seria.»
«Possiede anche una parte selvaggia.»
«In che senso?»
«Quando è libera, smette di chiedere il permesso per essere se stessa. Cammina con rispetto, ma conosce la propria forza. Segue la bussola interiore e riconosce il legame con la natura.»
«Come una donna che balla con i lupi.»
«Sì. Una donna capace di ascoltare il vento, il corpo e i sogni.»
Emma mi guarda con un’espressione pensierosa.
«Hai detto che, quando hai incontrato gli undici centri, ti sei sentita meno sola. Forse era perché finalmente avevi incontrato anche lei.»
«La mia Sciamana interiore?»
«Sì.»
Sorrido.
«Credo che tu abbia ragione.»
Fuori, il sole è sceso un poco. La luce entra nella stanza con un’inclinazione più morbida.
«Prima di passare al prossimo centro», dico, «vorrei lasciarti alcune domande.»
Emma prende il quaderno che aveva appoggiato accanto a sé.
Il diario di
Emma
«Scrivi
senza cercare risposte perfette.
Quando hai seguito il tuo intuito e hai scoperto che ti stava guidando bene?
In quale situazione la tua mente tende a entrare nell’ossessione?
Come si manifesta il bisogno di controllo nel tuo corpo?
Qual è la voce calma che continua a parlarti anche quando la paura fa rumore?
Quale decisione aspetta da tempo di essere ascoltata?»
Emma scrive lentamente. Dopo qualche minuto posa la penna.
«L’ultima domanda mi mette un po’ in difficoltà.»
«Lasciala riposare. Alcune risposte arrivano quando smettiamo di inseguirle.»
«Come un animale selvatico che si avvicina soltanto quando rimani ferma.»
«Esattamente.»
Emma chiude il quaderno.
«Quindi, durante i giorni dell’attaccatura dei capelli, posso prendere decisioni importanti?»
«Quando senti la luce di questo centro — chiarezza, stabilità e intuito calmo — può essere un buon momento per ascoltare una decisione. Se percepisci ossessione, tensione e bisogno urgente di agire, concediti spazio e torna al respiro.»
«La stessa energia può guidarmi oppure confondermi.»
«Ogni Dea porta una medicina e una prova.»
«E la medicina della Sciamana è la chiarezza.»
«La chiarezza, la presenza e la fiducia nella propria voce interiore.»
Emma riprende la tazza. La tisana ormai è tiepida.
«Credo di avere già incontrato questa donna molte volte.»
«Tutte le hai già incontrate. Durante il nostro viaggio imparerai a riconoscerle.»
«Chi viene dopo la Sciamana?»
Le indico lo spazio appena più in basso, lungo la linea delle sopracciglia.
«La Dea Creativa.»
«Che cosa porta con sé?»
«La fantasia, le visioni e un dono nascosto che spesso aspetta da anni di essere liberato.»
Emma sorride.
«Allora versami ancora un po’ di tisana. Voglio conoscerla.»
Capitolo
secondo
Le
sopracciglia
La Dea
Creativa
Fantasia e
dispersione
Verso ancora un poco di tisana nelle nostre tazze. Emma si sistema sul divano e porta istintivamente una mano al viso.
«Quindi adesso scendiamo qui?» domanda, sfiorando la linea delle sopracciglia.
«Esattamente. Il secondo centro lunare vive lungo le sopracciglia e nello spazio sottile che le separa.»
Emma chiude gli occhi e appoggia delicatamente un dito tra le sopracciglia.
«Sento una leggera pulsazione.»
«Questo punto è profondamente legato alla visione interiore, alla fantasia e alla capacità di immaginare qualcosa che ancora deve nascere.»
«È il luogo del terzo occhio?»
«Nel linguaggio dello yoga, lo spazio tra le sopracciglia è collegato alla visione intuitiva. Nel viaggio dei centri lunari rappresenta l’energia della Dea Creativa.»
«Mi piace già», dice Emma sorridendo. «Che tipo di donna è?»
«È la donna che vede possibilità ovunque.»
«Anche dove gli altri vedono soltanto problemi?»
«Soprattutto lì. La Dea Creativa guarda una stanza vuota e immagina un luogo pieno di vita. Guarda un pezzo di stoffa e vede già l’abito. Osserva una pagina bianca e sente una storia che desidera essere scritta.»
Emma abbassa lo sguardo verso il suo quaderno.
«Forse è lei che mi ha portata qui.»
«Forse sì. Ogni progetto nasce prima come immagine interiore. Qualcosa appare nella mente, si muove nel cuore e cerca una strada per entrare nel mondo.»
«Quindi la fantasia crea la realtà?»
«La fantasia apre una porta. Poi servono tempo, presenza e azione per attraversarla.»
«E in questi due giorni e mezzo vediamo più porte?»
«La mente diventa ampia, leggera e ricettiva. Le idee arrivano con facilità. Possiamo sentirci entusiaste, ispirate e capaci di cogliere connessioni invisibili tra le cose.»
Emma guarda fuori dalla finestra.
«Come quando osservo una nuvola e dentro vedo un animale, un volto o un intero paesaggio.»
«Esattamente. La Dea Creativa conserva lo sguardo della bambina. La bambina vede un ramo e lo trasforma in una bacchetta magica. Trova una pietra e le affida un significato. Inventa mondi con ciò che ha davanti.»
«Poi cresciamo e ci dicono di essere concrete.»
«La concretezza ha il suo valore. Anche la fantasia possiede una saggezza profonda. Ci mostra direzioni che la mente razionale riesce a vedere soltanto più tardi.»
Emma sfiora ancora le sopracciglia.
«Hai vissuto personalmente questa energia?»
«Molte volte. Durante questi giorni sento spesso arrivare idee per nuovi incontri, pratiche, rituali o progetti. Posso ascoltare una musica e vedere già un intero workshop.»
«Tutto insieme?»
«Sì. Le immagini arrivano complete: il luogo, le donne, i colori, i profumi, persino le sensazioni che desidero creare.»
«Dev’essere bellissimo.»
«È una marea luminosa. Ti senti attraversata da qualcosa di vivo. Le mani vogliono creare, il corpo desidera muoversi e la mente scopre strade nuove.»
«E qual è il dono nascosto di questa Dea?»
«La capacità di rivelarti una parte di te che aspetta di essere espressa.»
Emma rimane in silenzio.
«Un talento?»
«Un talento, un desiderio, una passione oppure una forma di vita che hai tenuto a lungo chiusa in una stanza interiore.»
«Perché l’abbiamo chiusa?»
«A volte, da bambine, abbiamo ricevuto un giudizio. Qualcuno ci ha detto che cantavamo male, che disegnavamo in modo strano, che sognavamo troppo oppure che le nostre idee erano poco realistiche.»
Emma annuisce lentamente.
«Quando ero piccola scrivevo storie. Una volta le lessi ad alta voce e alcune compagne risero. Smisi quasi del tutto.»
«Eppure quella bambina continua a vivere dentro di te.»
«Pensi che la Dea Creativa possa riportarla fuori?»
«Può aprire la porta della stanza in cui si è nascosta.»
Gli occhi di Emma si riempiono di una luce diversa.
«Forse è per questo che ogni tanto sento una voglia improvvisa di scrivere.»
«Ascoltala. Durante il transito delle sopracciglia possono emergere tracce del nostro dono originario. Arrivano come immagini, desideri, sogni o intuizioni creative.»
«Come faccio a capire quale sia il mio vero dono?»
«Osserva ciò che ti fa dimenticare il tempo.»
«La scrittura mi fa questo effetto.»
«Allora la scrittura conosce già una strada verso di te.»
Emma sorride e passa una mano sulla copertina del quaderno.
«Dovrei iniziare subito un progetto importante?»
«Questa energia ama generare visioni. Possiede meno interesse per i dettagli pratici.»
«Quindi potrei entusiasmarti per un’idea meravigliosa e scoprire dopo che è irrealizzabile.»
«Può accadere. Nei giorni della Dea Creativa raccogli le immagini, scrivile, disegnale e lasciale respirare. Le decisioni definitive possono aspettare che l’energia trovi radici più profonde.»
«È il momento di seminare, allora.»
«Sì. Semina senza pretendere che il fiore nasca nello stesso istante.»
Emma ride.
«La mia parte impaziente sta già protestando.»
«Ed è proprio lì che incontriamo l’ombra di questo centro.»
«Qual è?»
«La fantasia può trasformarsi in dispersione. Le idee diventano così tante che la mente corre in ogni direzione. Vuoi iniziare dieci progetti, cambiare vita, spostare i mobili, partire per un viaggio e imparare tre nuove lingue nello stesso pomeriggio.»
«Mi è successo!» esclama Emma. «Preparo liste infinite e alla fine mi sento stanca prima ancora di cominciare.»
«La creatività ha bisogno di uno spazio capace di contenerla. Altrimenti diventa un fiume che esce dagli argini.»
«E la positività? Anche quella può diventare un’ombra?»
«Può trasformarsi nell’illusione che ogni cosa debba accadere subito. Vedi chiaramente una possibilità e senti già il desiderio di renderla reale.»
«Quando la realtà procede più lentamente, arriva la frustrazione.»
«Esatto. La Dea Creativa conosce l’arte della visione. Deve ancora imparare la pazienza della terra.»
Emma guarda la tazza, come se cercasse una risposta tra le erbe rimaste sul fondo.
«Quindi il problema arriva quando provo a forzare l’immagine.»
«Quando insegui un’idea con troppa fretta, la fantasia perde leggerezza e diventa ansia. Inizi a temere che l’ispirazione svanisca oppure che qualcun altro realizzi il progetto prima di te.»
«E allora voglio controllare anche la creatività.»
«La creatività respira meglio quando riceve fiducia.»
Emma si tocca lo spazio tra le sopracciglia.
«Che cosa posso fare quando ho troppe idee?»
«Raccoglierle senza doverle realizzare tutte.»
«Come?»
«Con una pagina che chiamiamo il giardino delle visioni.»
Emma apre il quaderno.
Il giardino delle
visioni
«Scrivi al
centro della pagina una parola, un’immagine oppure un desiderio che ti accompagna in questo momento.»
Emma pensa per qualche secondo e scrive.
«Che parola hai scelto?»
«Voce.»
«Adesso lascia che da questa parola nascano dei rami. Scrivi tutto ciò che arriva: immagini, colori, luoghi, emozioni e progetti. Segui il movimento della mente senza giudicarlo.»
Emma comincia a riempire la pagina.
Scrive lentamente, poi più velocemente. Traccia linee, cerchi e piccole frecce. A un certo punto disegna persino una luna.
«Sto facendo confusione», dice ridendo.
«La creatività ama una certa forma di disordine. La chiarezza arriverà dopo.»
Quando posa la penna, la pagina è diventata una piccola mappa.
«Che cosa vedi?» le chiedo.
«Vedo che desidero scrivere per dare una voce alle cose che sento. E vedo anche il mare.»
«Che cosa rappresenta il mare?»
«Lo spazio. Il movimento. La libertà.»
«Questa pagina custodisce già un messaggio.»
«Adesso devo decidere che cosa farne?»
«Oggi puoi semplicemente osservarla. Domani oppure tra qualche giorno potrai rileggerla con occhi diversi.»
Emma chiude il quaderno, ma tiene un dito tra le pagine, come per proteggere ciò che ha appena trovato.
«Hai anche una pratica con il corpo?»
«Sì. La Dea Creativa ha bisogno di uno spazio calmo nel quale posare le proprie visioni.»
Il respiro della
visione
«Siediti con
la schiena comoda. Chiudi gli occhi e porta delicatamente lo sguardo interiore verso lo spazio tra le sopracciglia.»
Emma segue la mia voce.
«Lascia il viso morbido. Inspira lentamente dal naso e immagina di creare spazio dietro la fronte. Espira e lascia scendere ogni tensione verso il pavimento.»
Respiriamo insieme.
«Ora immagina un cielo scuro e limpido dietro le palpebre. Ogni pensiero è una stella. Puoi osservarla senza raggiungerla.»
Dopo alcuni minuti, Emma apre lentamente gli occhi.
«Le idee c’erano ancora, ma sembravano più lontane.»
«Hai creato spazio tra te e le immagini. La creatività può continuare a vivere senza trascinarti.»
«Posso farlo prima di scrivere?»
«Sì. Ti aiuterà a scegliere una visione e ad ascoltarla con maggiore profondità.»
«C’è anche un gesto con le mani?»
«È il Mudra del Loto. Apriamo insieme questo fiore.»
Il loto della
creatività
Porto le
mani davanti al petto.
«Unisci i polsi, i mignoli e i pollici. Lascia che le altre dita si aprano come i petali di un fiore.»
Emma imita il gesto.
«È bello.»
«Puoi portarlo davanti al cuore oppure davanti al viso. Immagina che il loto raccolga le tue idee e offra loro uno spazio protetto.»
«Che cosa devo pensare?»
«Puoi ripetere lentamente:
“Accolgo le mie
visioni.
Onoro il mio
dono.
Lascio che
la mia creatività trovi il proprio tempo.”»
Emma pronuncia le parole.
La stanza sembra diventare ancora più silenziosa.
«Sento qualcosa nelle mani», sussurra. «Come un calore.»
«Rimani per qualche respiro. Lascia che il gesto diventi un contenitore.»
Dopo un poco abbassiamo le mani.
«Questa energia mi sembra più leggera della Sciamana», dice Emma.
«La Sciamana conosce la direzione. La Creativa immagina tutti i mondi che potrebbero esistere lungo quella strada.»
«Hanno bisogno l’una dell’altra.»
«Tutte le nostre Dee si sostengono. La visione ha bisogno dell’intuito. L’intuito ha bisogno della fantasia per vedere oltre ciò che esiste già.»
Emma guarda la pagina appena riempita.
«Penso ancora alla bambina che scriveva storie.»
«Che cosa vorresti dirle oggi?»
Emma rimane in silenzio. Poi prende la penna.
Il diario di
Emma
«Scrivi
direttamente a lei», le propongo.
Emma comincia:
“Alla bambina che inventava storie…”
Si ferma e mi guarda.
«Posso continuare più tardi?»
«Quella lettera appartiene a voi due. Prendetevi tutto il tempo che desiderate.»
Le lascio anche alcune domande da portare con sé:
Quale attività ti faceva sentire libera durante l’infanzia?
Quale parte creativa di te hai nascosto per paura del giudizio?
Quali idee ritornano periodicamente nella tua vita?
Quando senti entusiasmo, riesci a lasciarlo maturare oppure desideri trasformarlo immediatamente in azione?
Che cosa creeresti se ti sentissi completamente libera di esprimerti?
Emma legge le domande e sorride.
«Questa Dea mi mette allegria, ma sento anche un po’ di tristezza.»
«La tristezza può arrivare quando ritroviamo una parte di noi lasciata sola per molto tempo.»
«Come posso accoglierla?»
«Creando qualcosa per lei. Un disegno, una poesia, un piccolo oggetto, una danza. Il risultato conta poco. Il gesto le dice: “Adesso puoi tornare”.»
Emma guarda verso la finestra.
«Vorrei modellare l’argilla.»
«Allora ascolta questo desiderio.»
«Anche se viene fuori qualcosa di storto?»
«Le forme storte possiedono una bellezza viva.»
«Come la Toscana.»
«Come la Toscana.»
Ridiamo.
Poi Emma torna seria.
«Durante questi giorni posso sognare di più?»
«Molte donne raccontano sogni intensi o immagini particolarmente vive. Puoi tenere un quaderno accanto al letto e scrivere ciò che ricordi appena ti svegli.»
«Anche una sola parola?»
«Una parola può aprire un intero mondo.»
«E se sogno qualcosa che mi spaventa?»
«Accoglilo come un simbolo. Chiediti quale emozione porta e quale parte della tua vita sta cercando di raggiungere. I sogni parlano attraverso immagini, proprio come la Dea Creativa.»
Emma appoggia la testa allo schienale del divano.
«Credo che questa donna dentro di me abbia aspettato molto.»
«Adesso sa che sei pronta ad ascoltarla.»
«La sua medicina è creare?»
«Creare, immaginare e concedere tempo alle visioni.»
«E la sua prova è evitare di perdersi in tutte le possibilità.»
«Esattamente. Puoi raccogliere cento semi e sceglierne uno da piantare.»
Emma chiude gli occhi per un istante.
«Ho scelto la scrittura.»
«Allora la tua Dea Creativa ha già cominciato il suo lavoro.»
La luce del pomeriggio disegna una linea dorata sulle pietre della stanza. Emma riapre il quaderno e osserva la pagina piena di parole, rami e piccoli simboli.
«Chi incontreremo adesso?» domanda.
Le indico le guance.
«La Dea Magica.»
«Che cosa sa fare?»
«Sa organizzare il mondo con fascino e precisione. E custodisce anche le lacrime del passato.»
Emma passa le dita sulle guance.
«Una donna capace di fare i conti e piangere nello stesso giorno?»
«Forse perfino nella stessa ora.»
Emma ride.
«Questa devo proprio conoscerla.»
Capitolo
terzo
Le
guance
La Dea
Magica
Fascino,
lucidità e lacrime del passato
Verso ancora un poco di tisana nella tazza di Emma.
Lei la prende tra le mani, ma prima di bere si sfiora le guance con la punta delle dita.
«Hai detto che la prossima donna sa organizzare il mondo e piangere nella stessa ora.»
«Sì. È una donna piena di sorprese.»
«Dove vive?»
«Qui.»
Porto entrambe le mani al viso e appoggio delicatamente i palmi sulle guance.
Emma ripete il gesto.
«Questo è uno dei centri che alcune donne raccontano di percepire anche attraverso lo specchio», le spiego. «Le guance possono apparire più luminose, calde o leggermente arrossate.»
Emma si volta verso il piccolo specchio appoggiato sul mobile di legno.
«Quindi basta guardare se ho le guance rosse?»
«Il corpo offre segnali, ma ogni donna li manifesta a modo proprio. Lo specchio più importante rimane sempre il tuo sentire.»
«Che cosa sento quando questa energia è luminosa?»
«Ti senti affascinante, lucida e incredibilmente capace. La mente diventa veloce, pratica e organizzata. Riesci a mettere ordine nelle cose con una facilità che in altri giorni sembra quasi impossibile.»
Emma ride.
«Quindi è la Dea che mi serve quando devo sistemare fatture, documenti e armadi.»
«Esattamente. È una vera Charmant Manager.»
«Una manager affascinante?»
«Sì. Possiede determinazione e dolcezza. Organizza senza irrigidirsi, decide senza schiacciare e risolve i problemi mantenendo il contatto con le persone.»
«Mi piace. È elegante.»
«Molto. Entra in una stanza e sente subito che cosa serve. Sa distribuire i compiti, trovare una soluzione e portare avanti più cose insieme.»
«Senza sentirsi travolta?»
«Quando l’energia è equilibrata, tutto sembra incastrarsi naturalmente. La mente lavora con precisione e il corpo sostiene il movimento.»
Emma si sistema meglio sul divano.
«Hai un ricordo legato a questa Dea?»
«Sì. Ricordo alcune mattine in cui mi svegliavo con una chiarezza straordinaria. Guardavo una scrivania piena di carte e, invece di sentirmi sopraffatta, vedevo subito l’ordine possibile.»
«Come se ogni cosa avesse già il proprio posto.»
«Proprio così. Facevo i conti, rispondevo ai messaggi, organizzavo gli incontri e trovavo anche il tempo per ascoltare un’amica.»
«Questa Dea si prende cura degli altri?»
«Lo fa attraverso la sua lucidità. Le persone cercano spesso il suo consiglio perché riesce a osservare una situazione da più punti di vista.»
«Quindi sa trovare soluzioni.»
«Sì. E possiede anche un fascino particolare. Le guance illuminate rendono il volto aperto, vivo, presente.»
Emma mi osserva con curiosità.
«Che cosa intendi per fascino?»
«Il fascino è una forma di presenza. Una donna affascinante sente di abitare pienamente il proprio corpo. Guarda, ascolta e partecipa. La sua energia arriva prima ancora delle parole.»
«Quindi va oltre la bellezza esteriore.»
«Molto oltre. Il fascino nasce quando ciò che senti dentro e ciò che esprimi fuori cominciano a parlare la stessa lingua.»
Emma porta nuovamente le dita alle guance.
«E perché la chiami Dea Magica?»
«Perché sembra capace di trasformare il caos in ordine. Prende ciò che è sparso e crea una forma. Inoltre, nelle guance vive una magia ancora più profonda.»
«Quale?»
«Il passaggio tra il presente e il passato.»
Il sorriso di Emma si fa più serio.
«Questa energia porta i ricordi?»
«Sì. Le guance custodiscono anche le lacrime.»
Rimaniamo in silenzio per un momento.
«Allora la stessa donna che organizza tutto può improvvisamente sentirsi fragile», dice Emma.
«Può accadere. Una mattina sei lucida, efficiente e piena di energia. Poi una parola, un profumo o una canzone apre una porta.»
«E ritorna qualcosa del passato.»
«Un volto, una casa, una persona, una frase ricevuta molti anni prima.»
Emma abbassa gli occhi.
«A volte mi capita di sentire una tristezza improvvisa. Arriva da un luogo che faccio fatica a spiegare.»
«Il corpo conserva memorie profonde. Alcune aspettano un momento di apertura per tornare in superficie.»
«Perché proprio quando mi sento forte?»
«Forse perché in quel momento possiedi abbastanza energia per incontrarle.»
Emma riflette sulle mie parole.
«Quindi le lacrime arrivano quando sono pronta?»
«A volte sì. Le lacrime possono diventare una forma di rilascio. L’acqua trova una strada e porta con sé ciò che il corpo ha trattenuto.»
«E se piango senza sapere perché?»
«Puoi lasciarti attraversare senza cercare subito una spiegazione. Il cuore conosce linguaggi che la mente comprende più lentamente.»
Emma inspira profondamente.
«Io cerco sempre il motivo.»
«La mente ama le spiegazioni. Il corpo ama il movimento. Una lacrima può completare un’emozione rimasta sospesa per anni.»
«Questa è la parte ombra della Dea Magica?»
«L’ombra arriva quando il passato assorbe tutta la luce del presente. Un ricordo diventa così grande da farci dimenticare chi siamo oggi.»
«Come se tornassi a essere la bambina che ha vissuto quella situazione.»
«Esattamente. Il corpo sente l’emozione antica come se l’evento stesse accadendo ancora.»
«E posso dire parole dure alle persone che ho davanti, anche se appartengono a un’altra storia.»
«Sì. Quando le emozioni si muovono velocemente, rischiamo di reagire dal passato. Una persona tocca una ferita e riceve una risposta che appartiene a qualcun altro.»
Emma si porta una mano al petto.
«Questo mi è successo.»
«È accaduto a molte di noi.»
«Poi arriva il senso di colpa.»
«E il desiderio di ritirare le parole. Per questo la Dea Magica ci insegna a creare una pausa tra l’emozione e la risposta.»
«Come si crea questa pausa?»
«Prima riconosci ciò che sta accadendo. Puoi dirti: “Questo sentimento è vero, e forse porta con sé anche una storia antica”.»
«Il sentimento è vero, ma la sua origine può essere lontana.»
«Esatto. Poi riporti attenzione al corpo.»
Emma si appoggia allo schienale.
«Facciamo una pratica?»
«Cominciamo con un respiro rinfrescante.»
Il respiro dell’acqua
fresca
«Porta la
lingua leggermente fuori dalla bocca e prova ad arrotolarla come un piccolo tubo.»
Emma prova e scoppia a ridere.
«La mia lingua si rifiuta.»
Rido con lei.
«Alcune persone riescono ad arrotolarla, altre preferiscono socchiudere le labbra come se bevessero l’aria attraverso una cannuccia.»
Emma forma una piccola apertura con le labbra.
«Così?»
«Perfetto. Inspira lentamente attraverso la bocca e senti l’aria fresca entrare.»
Emma inspira.
«Poi chiudi la bocca ed espira dolcemente dal naso.»
Ripetiamo il respiro diverse volte.
«Immagina che l’aria fresca passi sulle guance e calmi il calore delle emozioni», le dico. «Ogni espirazione crea uno spazio più morbido nel cuore.»
Dopo alcuni cicli, Emma apre gli occhi.
«È come bere aria fresca.»
«Questo respiro viene chiamato Sitali, quando la lingua assume la forma di un piccolo canale. Può accompagnarti quando senti troppo calore, agitazione o parole che desiderano uscire in fretta.»
«Quindi prima respiro e poi parlo.»
«Esattamente. Tre respiri consapevoli possono cambiare il destino di una conversazione.»
Emma sorride.
«Questa frase la scrivo.»
Prende il quaderno e annota:
Tre respiri consapevoli possono cambiare il destino di una conversazione.
L’abbraccio che
contiene
«Ora
incrocia le braccia davanti al petto», continuo. «Porta la mano destra sotto l’ascella sinistra e la mano sinistra sotto quella destra.»
Emma assume la posizione.
«Sembra un abbraccio.»
«È un abbraccio che crea contenimento. Solleva leggermente le spalle e lascia che le braccia sostengano il torace.»
Emma chiude gli occhi.
«Respira lentamente. Senti che puoi accogliere l’emozione senza esserne trascinata.»
Restiamo così per qualche minuto.
«Immagina di tenere tra le braccia tutte le tue età», le sussurro. «La bambina, l’adolescente, la giovane donna e la donna che sei oggi.»
Il viso di Emma cambia.
Una lacrima scende lentamente lungo la sua guancia.
Rimango in silenzio.
Dopo un poco, Emma inspira e apre gli occhi.
«È arrivato un ricordo.»
«Vuoi raccontarmelo?»
«Da bambina cercavo di essere sempre brava e organizzata. Pensavo che, facendo tutto bene, avrei reso felici le persone intorno a me.»
«E quella bambina vive ancora dentro la tua manager.»
Emma annuisce.
«Quando qualcosa va storto, sento subito di aver deluso tutti.»
«Forse la Dea Magica desidera mostrarti che puoi essere capace e, allo stesso tempo, umana.»
«Posso organizzare il mondo senza portarlo tutto sulle spalle.»
«Esattamente.»
Emma si asciuga la lacrima con la punta delle dita.
«Pensavo che piangere significasse perdere il controllo.»
«A volte piangere permette al corpo di lasciare andare il controllo.»
«Quindi le lacrime fanno parte della magia.»
«Sono acqua che attraversa una porta rimasta chiusa.»
Il lavaggio della
memoria
Prendo una
piccola ciotola d’acqua dal tavolino.
Emma la guarda, sorpresa.
«Era già tutto preparato?»
«In un workshop sciamanico anche l’acqua sa aspettare il proprio momento.»
Immergo la punta delle dita nella ciotola.
«Bagna leggermente le mani e portale sulle guance.»
Emma raccoglie un poco d’acqua e accarezza il viso.
«Chiudi gli occhi. Immagina che l’acqua accolga le parole antiche, i rimpianti e le lacrime trattenute.»
Emma ripete il gesto lentamente.
«Adesso puoi dire:
“Accolgo la donna capace che
vive in me.
Accolgo la
bambina che desiderava sentirsi amata.
La mia
lucidità crea ordine.
Le mie
lacrime creano spazio.”»
Emma ripete le frasi a voce bassa.
«Mi piace “creano spazio”», dice.
«Perché?»
«Perché sento che alcune ferite hanno bisogno di tempo. L’acqua apre uno spazio, poi il resto del cammino continua.»
«È una comprensione molto saggia.»
Emma tampona il viso con un piccolo panno.
«Quindi la Dea Magica sa essere sia manager sia custode della memoria.»
«Sì. La sua vera forza nasce dall’unione delle due parti.»
«La donna efficiente e la donna che sente.»
«Quando collaborano, la lucidità diventa compassionevole. Sai risolvere un problema e riesci anche a comprendere l’emozione che vive dietro.»
«E quando si separano?»
«La manager può diventare rigida e cercare di controllare tutto. La parte emotiva può sentirsi travolta dai ricordi. Il centro ritrova equilibrio quando la mente e il cuore tornano a parlarsi.»
Emma guarda verso il giardino.
«Forse per questo, in certi giorni, riesco a dare consigli bellissimi agli altri e poi mi perdo nelle mie emozioni.»
«Vedere la strada di un’altra persona può essere più semplice che attraversare la propria.»
«La Dea Magica deve imparare a rivolgere a se stessa la stessa lucidità gentile che offre agli altri.»
«Esatto.»
Emma prende la penna.
«Quali domande mi lasci questa volta?»
Il diario di
Emma
«Scrivi
lentamente e lascia che le risposte arrivino anche attraverso immagini e ricordi.
In quali momenti ti senti lucida, organizzata e capace di trovare soluzioni?
Quali responsabilità assumi con facilità e quali, invece, appartengono ad altre persone?
Che cosa accade nel tuo corpo quando senti di dover controllare tutto?
Quale ricordo torna più spesso quando ti senti stanca o vulnerabile?
Quali parole avresti desiderato ricevere da bambina?
Riesci a piangere liberamente oppure trattieni le lacrime per sentirti forte?
Come potresti offrire a te stessa la stessa comprensione che doni alle persone che ami?»
Emma legge l’ultima domanda due volte.
«Questa mi accompagnerà a lungo.»
«Le domande migliori continuano a camminare accanto a noi.»
Emma comincia a scrivere.
La luce entra dalla finestra e illumina il lato del suo viso. Ogni tanto si ferma, guarda il giardino e poi torna alla pagina.
Dopo qualche minuto posa la penna.
«Ho scritto una frase.»
«Vuoi leggerla?»
Emma annuisce.
«La mia capacità appartiene alla donna adulta. Le mie lacrime appartengono anche alla bambina. Possono vivere nello stesso corpo senza farsi guerra.»
Rimango a guardarla.
«Questa frase contiene tutta la medicina della Dea Magica.»
Emma chiude il quaderno.
«Durante questi due giorni e mezzo, quindi, posso dedicarmi alle cose pratiche?»
«Quando senti lucidità e leggerezza, è un buon momento per organizzare, fare conti, risolvere questioni e prendere accordi pratici.»
«E quando arrivano le lacrime?»
«Lascia uno spazio più lento. Rimanda, quando puoi, le conversazioni delicate. Respira prima di rispondere e chiediti se stai parlando alla persona presente oppure a una figura del passato.»
«Questa domanda può evitare molti litigi.»
«Sì. Puoi dirti: “Quanti anni ho in questo momento?”»
Emma mi guarda sorpresa.
«Che cosa significa?»
«Quando una ferita antica si attiva, possiamo sentirci improvvisamente molto piccole. Ricordare la nostra età attuale ci riporta alla donna adulta, alle sue risorse e alla sua capacità di scegliere.»
«Quanti anni ho? Dove sono? Che cosa sta accadendo davvero adesso?»
«Esattamente. Tre domande per tornare nel presente.»
Emma le annota nel quaderno:
Quanti anni
ho?
Dove
sono?
Che cosa sta
accadendo davvero adesso?
«Mi sembrano radici», dice.
«Lo sono. Radici che riportano la memoria nel tempo presente.»
Emma prende la tazza e beve l’ultimo sorso.
«Adesso la tisana è fredda.»
«Abbiamo parlato a lungo.»
«Mi piace. Sembra davvero di essere in un workshop.»
«È questo il nostro viaggio.»
Emma si guarda nello specchio.
Le guance sono leggermente rosate.
«Pensi che sia la Dea Magica?»
«Forse. Oppure la tisana, le lacrime e il calore della stanza hanno lavorato insieme.»
«Preferisco pensare che sia magia.»
«Allora custodisci la tua magia.»
Rimaniamo per qualche istante in silenzio.
Poi Emma porta un dito alle labbra.
«Il prossimo centro vive qui, vero?»
«Sì.»
«La Dea della parola?»
«La Dea Libera. Ama parlare, baciare, esprimere idee e assaporare la vita.»
Emma sorride.
«Sembra divertente.»
«Lo è. Ma quando perde il proprio centro, può parlare fino a svuotare tutta la sua energia.»
«Questa donna la conosco molto bene.»
«Allora, prima di incontrarla, prepariamo un’altra tisana.»
Emma ride.
«Forse stavolta dovremmo anche mangiare qualcosa. Con tutte queste Dee, mi è venuta fame.»
Mi alzo dal divano.
«Vieni. In cucina possiamo cominciare a parlare delle labbra, dei sapori e delle parole che nutrono.»
Emma prende il suo quaderno e mi segue.
La Dea Magica rimane per un istante nello specchio: le guance luminose, gli occhi ancora umidi e un sorriso capace di accogliere entrambe le sue verità.
Capitolo
quarto
Le
labbra
La Dea
Libera
Parola,
sensualità e silenzio
Lasciamo le tazze sul tavolino e ci alziamo dal divano.
«Vieni con me», dico a Emma. «Dopo tutte queste parole, credo che ci serva qualcosa da mangiare.»
Lei prende il quaderno e mi segue in cucina.
La luce del pomeriggio entra dalla finestra e si posa sul grande tavolo di legno. Apro una credenza, prendo del pane toscano, qualche pomodoro maturo, olio d’oliva e un piccolo vaso di erbe.
Emma osserva ogni gesto.
«Perché parliamo delle labbra proprio in cucina?»
«Perché le labbra parlano, baciano, assaggiano, sorridono e ricevono il nutrimento. Sono una soglia tra il nostro mondo interiore e quello esterno.»
Emma prende un pomodoro e lo avvicina al viso.
«Quindi tutto ciò che entra e tutto ciò che esce passa da qui.»
«Molto di ciò che ci nutre e di ciò che offriamo al mondo attraversa la bocca.»
Taglio il pane e verso un filo d’olio.
«Le labbra rappresentano il quarto centro lunare. Quando questa energia è luminosa, dentro di noi si risveglia la Dea Libera.»
Emma sorride.
«La donna che parla senza paura?»
«La donna che conosce il valore della propria voce.»
«È la stessa cosa?»
«Parlare senza paura può essere liberatorio. Conoscere il valore della propria voce significa anche sapere quando usarla, come usarla e quando custodirla nel silenzio.»
Emma assaggia un pezzetto di pomodoro.
«Quindi questa Dea ama parlare e stare zitta.»
«Ama la parola che nasce da un luogo autentico. E sa che ogni parola ha bisogno di uno spazio silenzioso dal quale emergere.»
«Che tipo di energia sentiamo in questi due giorni e mezzo?»
«Possiamo sentirci brillanti, comunicative e piene di desiderio di incontrare le persone. Le parole arrivano con facilità. Riusciamo a spiegare concetti complessi in modo semplice e a esprimere ciò che proviamo con chiarezza.»
«Un buon momento per tenere una lezione o parlare davanti a un gruppo.»
«Sì. La voce diventa magnetica. Le persone ascoltano perché percepiscono la presenza dietro le parole.»
Emma appoggia le dita sul labbro inferiore.
«E la sensualità? Le labbra sono legate anche al bacio?»
«Le labbra appartengono alla comunicazione e al piacere. Durante questo transito possiamo sentire più intensamente il desiderio di baciare, assaporare, sorridere e giocare con la nostra espressione.»
«È una Dea sensuale.»
«Molto. La sua sensualità nasce dalla libertà di abitare il proprio corpo. Assaggia la vita con curiosità. Ama i profumi, il cibo, le conversazioni, la musica e la vicinanza.»
Emma ride.
«Sembra la Dea perfetta per una cena italiana.»
«In Toscana si sentirebbe sicuramente a casa.»
Metto nel piatto alcune fette di pane condite con pomodoro, olio e basilico.
«Assaggia lentamente», le dico.
Emma porta il pane alla bocca e chiude gli occhi.
«Che cosa senti?»
«Il pomodoro è dolce. L’olio ha un gusto forte e il basilico arriva dopo.»
«Le labbra e la bocca ci insegnano la presenza. Quando assaggiamo davvero, il tempo rallenta.»
«Come con la tisana sul divano.»
«Sì. La Dea Libera sa godere di ciò che incontra, invece di attraversarlo distrattamente.»
Emma prende un altro boccone.
«Penso spesso di mangiare mentre faccio altro. Rispondo ai messaggi, guardo qualcosa oppure penso già alla cosa successiva.»
«In quei momenti il corpo riceve il cibo, ma una parte di noi rimane altrove.»
«Quindi anche mangiare può diventare una pratica.»
«Ogni gesto può diventare una pratica quando siamo presenti.»
Ci sediamo al tavolo.
«Hai vissuto questa energia durante i tuoi workshop?» mi domanda Emma.
«Molte volte. In certi giorni sentivo le parole fluire attraverso di me come acqua. Guidavo una meditazione e ogni frase arrivava al momento giusto.»
«Preparavi prima ciò che avresti detto?»
«Avevo una struttura, ma la voce seguiva anche ciò che accadeva nel gruppo. Guardavo le donne, ascoltavo il loro respiro e sentivo quali parole potevano accompagnarle.»
«Come se la voce diventasse uno strumento.»
«Esattamente. La parola può aprire, calmare, incoraggiare e creare connessione.»
«Può anche ferire.»
La sua frase rimane sospesa tra noi.
«Sì», rispondo. «La parola possiede una forza immensa. Una frase può rimanere dentro una persona per molti anni.»
Emma abbassa gli occhi.
«Ricordo ancora alcune parole che mi dissero da bambina.»
«E forse ricordi anche parole che ti hanno dato forza.»
Emma pensa.
«Una maestra mi disse che avevo una grande immaginazione. In quel momento mi sentii vista.»
«Ecco il potere della parola. Può diventare una piccola luce che una persona porta con sé per tutta la vita.»
«Qual è l’ombra della Dea Libera?»
«La parola perde il proprio centro e diventa rumore.»
«Quando parliamo troppo?»
«Quando sentiamo il bisogno di riempire ogni silenzio. Le frasi escono prima di avere incontrato il cuore. Possiamo raccontare troppo, giustificarci continuamente, interrompere, lamentarci oppure entrare nel pettegolezzo.»
Emma sorride con un poco di imbarazzo.
«Conosco bene il bisogno di spiegarmi.»
«Che cosa senti quando accade?»
«Temo di essere fraintesa. Allora aggiungo una frase, poi un’altra e un’altra ancora.»
«E alla fine?»
«La mia spiegazione diventa più confusa.»
«La Dea Libera nell’ombra teme che la sua verità abbia bisogno di cento parole per essere accettata.»
«Invece?»
«Una verità profonda può stare anche in una frase semplice.»
Emma resta in silenzio, come se cercasse quella frase dentro di sé.
«A volte parlo anche per evitare una domanda», dice.
«La parola può diventare una porta oppure una tenda dietro la quale ci nascondiamo.»
«E il silenzio fa paura.»
«Perché nel silenzio sentiamo ciò che la voce tenta di coprire.»
Emma guarda verso la finestra.
«Quando qualcuno rimane in silenzio durante una conversazione, penso subito che sia arrabbiato o che mi stia giudicando.»
«Il silenzio può contenere molte cose: riflessione, stanchezza, emozione, presenza. La mente, quando manca una risposta, crea rapidamente una storia.»
«E io riempio quello spazio con parole.»
«La pratica della Dea Libera consiste anche nel lasciare che uno spazio rimanga vuoto abbastanza a lungo da rivelare ciò che contiene.»
Emma si appoggia allo schienale della sedia.
«Come riconosco il momento in cui sto disperdendo la mia energia attraverso la bocca?»
«Osserva il corpo. Forse il respiro diventa corto. La mascella si tende. La voce accelera e senti una pressione nelle labbra o nella gola.»
«A me viene caldo in viso.»
«Quello può essere il tuo segnale. Ogni donna impara a riconoscere il proprio.»
«E poi che cosa faccio?»
«Crei una pausa.»
«Ancora tre respiri?»
«Tre respiri sono una buona medicina anche qui. Questa volta, però, li faremo in modo diverso.»
Il respiro del
silenzio
«Siediti con
la colonna comoda», le dico. «Lascia le mani appoggiate sulle cosce.»
Emma chiude gli occhi.
«Inspira dal naso in quattro piccoli segmenti, come se riempissi lentamente quattro stanze.»
Inspiriamo insieme:
un piccolo sorso
d’aria,
poi un
altro,
un altro
ancora,
e
l’ultimo.
«Trattieni il respiro per qualche istante, senza creare tensione. Poi espira dalle labbra socchiuse in un unico filo d’aria, lungo e silenzioso.»
Emma espira lentamente.
Ripetiamo la respirazione alcune volte.
Quando riapre gli occhi, il suo viso è più disteso.
«Durante l’espirazione sentivo le labbra rilassarsi.»
«Questo respiro invita la parola a rallentare. Puoi usarlo prima di una conversazione importante o quando senti che la voce sta correndo davanti a te.»
«Quattro piccoli respiri e una lunga espirazione.»
«Quattro parti dell’inspirazione e un unico flusso in uscita. Sempre con dolcezza e rispettando il tuo corpo.»
Emma prende il quaderno.
«Scrivo anche questo.»
Le tre porte della
parola
«Prima di
dire qualcosa», continuo, «puoi immaginare che la frase attraversi tre porte.»
Emma solleva lo sguardo.
«Quali?»
«La prima domanda è: ciò che sto per dire è vero per me?»
«Quindi devo essere sincera.»
«Sincera prima di tutto con te stessa. La seconda porta chiede: è il momento adatto per dirlo?»
«Una frase vera può arrivare nel momento sbagliato.»
«Sì. La terza porta chiede: posso esprimerla in un modo che rispetti me e la persona che ho davanti?»
Emma scrive:
È vero per
me?
È il momento
adatto?
Posso dirlo
con rispetto?
«E se la frase supera tutte e tre le porte?»
«Lasciala uscire.»
«E se rimane bloccata alla seconda?»
«Puoi custodirla e scegliere un momento diverso.»
«Questo significa trattenere la propria verità?»
«Significa darle una forma capace di essere ricevuta. La libertà di parola comprende anche la responsabilità.»
Emma annuisce.
«La Dea Libera è meno impulsiva di quanto pensassi.»
«La vera libertà nasce dalla consapevolezza. L’impulso reagisce. La libertà sceglie.»
Il sapore delle
parole
Prendo due
piccoli fogli e ne porgo uno a Emma.
«Scrivi una parola che ti ha ferita.»
Emma rimane ferma per qualche secondo, poi scrive.
«Adesso leggila dentro di te e osserva che cosa accade nel corpo.»
Il suo sguardo si abbassa.
«Sento una stretta nella gola.»
«Appoggia una mano lì. Respira.»
Aspettiamo insieme.
«Ora, sull’altro lato del foglio, scrivi una parola che ti ha dato forza.»
Emma scrive immediatamente.
«Questa arriva più facilmente», dice.
«Leggila dentro di te.»
Il suo viso cambia.
«Sento il petto aprirsi.»
«Le parole possiedono un sapore energetico. Alcune stringono. Altre creano spazio.»
«Che parola hai scelto?» le domando.
Emma esita, poi mi mostra il foglio.
Ha scritto:
Capace.
«Chi te l’ha donata?»
«Mia nonna. Ogni volta che avevo paura di fare qualcosa, mi diceva: “Sei capace. Fai un passo alla volta”.»
«Quella frase continua a vivere nella tua voce.»
Emma sorride.
«E forse un giorno la dirò a un’altra donna.»
«Così le parole viaggiano. Passano da una generazione all’altra e diventano semi.»
«Che cosa faccio con la parola che mi ha ferita?»
«Puoi scegliere se conservarla come memoria, trasformarla oppure lasciarla andare.»
«Come si trasforma una parola?»
«Scrivendo sotto di essa ciò che oggi sai di te.»
Emma guarda il foglio e aggiunge una frase.
«Vuoi leggerla?»
«La parola che mi dissero descriveva il loro sguardo. Oggi scelgo il mio.»
Rimango in silenzio per qualche istante.
«Questa è la voce della Dea Libera.»
Il bacio come
presenza
Emma gira il
foglio tra le dita.
«Hai parlato della parola, del gusto e del silenzio. E il bacio?»
«Il bacio è una forma di comunicazione che precede le frasi.»
«Che cosa comunica?»
«Presenza, desiderio, tenerezza, gioco, saluto, gratitudine. Ogni bacio possiede un linguaggio diverso.»
«E questa energia ci rende più disponibili all’intimità?»
«Può risvegliare il desiderio di vicinanza e di espressione sensuale. Le labbra diventano più presenti nella nostra percezione.»
«Come possiamo vivere questa energia con consapevolezza?»
«Sentendo il nostro sì, il nostro forse e il nostro desiderio di spazio.»
Emma riflette.
«Anche la libertà del bacio comprende la libertà di scegliere.»
«Sempre. La sensualità consapevole nasce dall’ascolto del corpo. Un bacio ha valore quando incontra presenza, rispetto e desiderio condiviso.»
«Quindi la Dea Libera protegge anche i propri confini.»
«Una donna libera conosce il valore del consenso. Sceglie ciò che desidera accogliere e ciò che desidera lasciare fuori dalla propria soglia.»
Emma appoggia delicatamente due dita sulle labbra.
«Mi piace pensare alle labbra come a una soglia.»
«Ogni soglia merita presenza.»
Il rituale delle labbra
consapevoli
Prendo un
piccolo balsamo naturale e lo appoggio sul tavolo.
«Al mattino puoi trasformare un gesto semplice in un rituale.»
Emma apre il vasetto e sente il profumo.
«Sa di rosa.»
«Prendi una piccola quantità e passala lentamente sulle labbra.»
Emma esegue il gesto.
«Poi appoggia l’indice al centro della bocca e respira.»
Chiude gli occhi.
«Puoi ripetere:
“La mia voce nasce dalla mia
verità.
Le mie
parole custodiscono la mia energia.
Scelgo il
silenzio che ascolta
e la parola
che crea.”»
Emma pronuncia le frasi con calma.
Quando apre gli occhi, sorride.
«È come promettere qualcosa alla propria voce.»
«Sì. Una promessa di presenza.»
Il suono che ritorna al
corpo
«C’è anche
una pratica molto semplice con il suono», aggiungo.
«Un mantra?»
«Prima ancora del mantra, possiamo usare il ronzio.»
«Come un’ape?»
«Esattamente. Chiudi le labbra con dolcezza e inspira dal naso. Durante l’espirazione crea un suono lungo: mmmmm.»
Inspiriamo.
Il ronzio riempie la cucina con una vibrazione morbida.
Emma apre gli occhi e ride.
«Sento tutto il viso vibrare.»
«Il suono riporta la voce dentro il corpo. Puoi sentirlo nelle labbra, nelle guance, nel naso e nella fronte.»
Ripetiamo alcune volte.
«Quando hai parlato molto o senti la mente dispersa», le spiego, «qualche minuto di ronzio può raccogliere l’energia.»
«Invece di usare la voce per uscire, la uso per tornare dentro.»
«Proprio così.»
Il diario di
Emma
Torniamo
nella stanza e ci sediamo nuovamente sul divano. Emma apre il quaderno.
«Quali domande mi lascia la Dea Libera?»
«Ascoltale una alla volta.
In quali situazioni senti che la tua voce fluisce con naturalezza?
Quali parole ti riesce difficile pronunciare?
Parli per esprimerti oppure, a volte, per riempire uno spazio che ti mette a disagio?
Che cosa accade nel tuo corpo quando temi di essere fraintesa?
Quale conversazione aspetta una parola vera e rispettosa?
Quali frasi ricevute durante l’infanzia vivono ancora dentro di te?
Quale nuova frase desideri scegliere per raccontare chi sei oggi?
Come vivi il silenzio durante una conversazione?
Quale sapore, profumo o gesto risveglia maggiormente la tua sensualità?
Che cosa significa per te dare e ricevere un bacio con piena presenza?»
Emma scrive lentamente.
Dopo qualche minuto si ferma.
«Mi accorgo che spesso preparo mentalmente le risposte mentre l’altra persona sta ancora parlando.»
«Accade a molte di noi.»
«Quindi ascolto soltanto a metà.»
«L’ascolto profondo richiede di lasciare vuota, per qualche istante, la stanza della risposta.»
«Come posso allenarmi?»
«Durante una conversazione, prova ad aspettare un intero respiro dopo che l’altra persona ha concluso.»
«Un respiro prima di rispondere.»
«Quel piccolo spazio può cambiare la qualità dell’incontro.»
Emma annota anche questo.
«E se durante quel respiro perdo ciò che volevo dire?»
«Forse la frase aveva bisogno di perdersi.»
Emma scoppia a ridere.
«Questa risposta mi piace.»
«Le parole importanti sanno ritrovare la strada.»
La medicina della Dea
Libera
Emma chiude
il quaderno.
«Provo a riassumere. Quando l’energia delle labbra è luminosa, comunico bene, mi sento sensuale, creativa e capace di esprimere ciò che porto dentro.»
«Sì.»
«Quando entra nell’ombra, parlo troppo, mi giustifico, interrompo, racconto cose che avrei preferito custodire oppure uso le parole per evitare il silenzio.»
«Esatto.»
«La medicina è ascoltare prima di parlare.»
«Ascoltare il corpo, il silenzio, la persona che hai davanti e la qualità della frase che desidera uscire.»
«E ricordare le tre porte.»
Emma le ripete:
«È vero per me? È il momento adatto? Posso dirlo con rispetto?»
«Queste domande aiutano la parola a diventare libera e responsabile.»
Emma si sfiora le labbra e guarda verso il giardino.
«Penso a tutte le parole che ho detto e a quelle che ho trattenuto.»
«Ogni giorno puoi scegliere di ricominciare.»
«La voce può rinascere?»
«Ogni volta che pronunci una parola consapevole.»
Emma rimane in silenzio.
Questa volta, invece di riempire immediatamente lo spazio, respira.
Io aspetto.
Dopo qualche istante dice:
«Mi sento bene anche senza parlare.»
Sorrido.
«La Dea Libera ha appena incontrato il proprio silenzio.»
Fuori, il sole sta scendendo. La luce diventa color miele e attraversa le finestre della casa.
Emma porta una mano all’orecchio.
«Il prossimo centro è qui?»
«Sui lobi delle orecchie.»
«Quindi dopo aver imparato a parlare, impariamo ad ascoltare.»
«Esattamente.»
«Chi incontreremo?»
«La Dea Regina.»
Emma solleva le sopracciglia.
«Una Regina che ascolta?»
«Una vera Regina ascolta prima di scegliere la direzione del proprio regno.»
«E qual è la sua ombra?»
«Il dubbio. Le domande diventano così numerose da creare una nebbia intorno alla strada.»
Emma tocca delicatamente i lobi.
«Credo di conoscere anche lei.»
«Tutte le conosci già.»
«Allora torniamo sul divano. Voglio sapere perché una Regina può sentirsi così insicura.»
Raccogliamo le tazze e i piatti.
Prima di uscire dalla cucina, Emma si volta verso il tavolo e osserva il foglio sul quale ha scritto la parola capace.
Lo piega con cura e lo mette tra le pagine del quaderno.
«La porto con me», dice.
«Le parole che nutrono meritano di viaggiare accanto a noi.»
Emma sorride e mi segue nella stanza.
Per qualche istante camminiamo in silenzio.
E questa volta il silenzio, tra noi, ha il sapore della libertà.
Capitolo
quinto
I lobi delle
orecchie
La Dea
Regina
Ascolto,
svolta e dubbio
Torniamo nella stanza e ci sediamo nuovamente sul vecchio divano.
Emma apre il quaderno sulle ginocchia, poi porta entrambe le mani alle orecchie e stringe delicatamente i lobi tra il pollice e l’indice.
«Eccoci qui», dice. «Adesso voglio conoscere la Regina.»
«Prima ascolta.»
«Che cosa?»
«Tutto ciò che riesci a sentire in questo momento.»
Emma rimane immobile.
Fuori, il vento muove le foglie degli alberi. Da qualche parte, in lontananza, un uccello ripete il proprio richiamo. Nella stanza si sente il leggero ticchettio dell’orologio e il respiro lento delle nostre narici.
«Sento il giardino», dice infine. «E sento anche l’orologio, che prima avevo completamente ignorato.»
«I suoni erano già presenti. La tua attenzione li ha invitati a entrare.»
Emma continua a tenere i lobi tra le dita.
«Questo centro parla dell’ascolto?»
«Dell’ascolto profondo. Quello che va oltre le parole.»
«Si può ascoltare oltre le parole?»
«Ogni parola porta con sé un tono, un ritmo, un’esitazione, un respiro. A volte una persona dice “sto bene” e il suo corpo racconta una storia diversa.»
«La Dea Regina riesce a sentirlo.»
«Sì. Perché una vera Regina ascolta il proprio regno prima di prendere una decisione.»
Emma sorride.
«Quando penso a una Regina, immagino qualcuno che dà ordini.»
«Quella è soltanto una parte dell’immagine. La Regina consapevole osserva, ascolta e comprende. Conosce la responsabilità delle proprie scelte.»
«Che cosa rappresentano i lobi delle orecchie?»
«I passaggi importanti. Le svolte. I momenti in cui la vita ci porta davanti a un incrocio.»
«Una scelta tra due strade.»
«A volte tra molte strade. Altre volte la scelta riguarda qualcosa di più sottile: rimanere oppure andare, parlare oppure aspettare, continuare una relazione, cambiare lavoro, iniziare un progetto, chiudere una porta.»
Emma abbassa lo sguardo.
«Questa Dea mi mette già un po’ di agitazione.»
«Perché le scelte ci ricordano che possediamo un potere.»
«E anche una responsabilità.»
«Esattamente. Scegliendo una direzione, lasciamo indietro le altre possibilità. La mente vorrebbe conoscere in anticipo ogni conseguenza.»
«Ma la vita raramente ci dà questa certezza.»
«La Regina impara a decidere anche quando vede soltanto una parte del cammino.»
Emma sfiora ancora i lobi.
«Come si sente questa energia quando è luminosa?»
«Senti una dignità tranquilla. I tuoi valori diventano chiari. Comprendi ciò che desideri accogliere nella tua vita e ciò che ha concluso il proprio tempo.»
«Quindi torno a sapere chi sono.»
«La Dea Sciamana conosce la direzione attraverso l’intuito. La Regina sceglie come trasformare quella conoscenza in una posizione concreta.»
«Puoi farmi un esempio?»
«Puoi sentire intuitivamente che una situazione ti fa soffrire. La Regina arriva quando sei pronta a stabilire un confine, avere una conversazione oppure cambiare strada.»
«La Sciamana sente. La Regina decide.»
«Sì. E decide ricordando il proprio valore.»
Emma appoggia le mani sulle ginocchia.
«Hai vissuto momenti così?»
«Molti. Alcuni erano grandi e visibili. Altri sembravano piccoli, ma hanno cambiato profondamente il mio cammino.»
«Quale ricordi con maggiore chiarezza?»
Rimango in silenzio per qualche istante.
«Ricordo il momento in cui compresi che desideravo dedicare una parte importante della mia vita alle donne e al loro percorso di consapevolezza. Dentro di me quella direzione era già viva. La Regina mi chiese di darle una forma.»
«Eri sicura?»
«Sentivo la chiamata. La sicurezza arrivò camminando.»
«Quindi hai iniziato anche con qualche dubbio.»
«Il dubbio accompagna spesso le soglie importanti.»
«Allora è sempre utile?»
«Può esserlo. Il dubbio ci invita a guardare più attentamente. Ci chiede se la scelta nasce dal cuore, dalla paura, dall’abitudine oppure dal desiderio di compiacere qualcuno.»
«E quando diventa un’ombra?»
«Quando smette di essere una domanda e diventa una stanza senza uscita.»
Emma sospira.
«Conosco quella stanza.»
«Com’è fatta?»
«Ci sono mille porte. Ne apro una, poi penso che l’altra sarebbe stata migliore. Torno indietro, controllo ancora, immagino tutto ciò che potrebbe andare storto.»
«E alla fine rimani ferma al centro.»
«Esattamente.»
«Questa è la nebbia della Dea Regina.»
«La nebbia dei dubbi.»
«La mente cerca la decisione perfetta. Una scelta capace di garantire felicità, sicurezza e assenza di dolore.»
«Che scelta meravigliosa», dice Emma sorridendo amaramente.
«E impossibile. Ogni cammino contiene luce, ombra, imprevisti e trasformazione.»
«Quindi la Regina deve accettare anche il rischio.»
«Deve accettare la vita.»
Emma guarda fuori dalla finestra.
«A volte mi chiedo se amo davvero la persona che ho accanto. Poi, il giorno dopo, quella domanda sembra quasi assurda.»
«Durante certi passaggi interiori possono emergere domande radicali. È importante ascoltarle, ma anche concedere loro tempo.»
«Quindi evito di fare subito le valigie.»
«Puoi prima chiederti quale parte di te sta parlando. La domanda riguarda davvero la relazione oppure una tua stanchezza, una paura, un bisogno rimasto inascoltato?»
«Come faccio a distinguerlo?»
«La risposta profonda tende a restare. L’impulso cambia rapidamente insieme all’emozione.»
«Quindi osservo se la stessa verità ritorna.»
«Sì. Puoi ascoltarla durante giorni diversi, attraverso energie diverse. Quando una direzione continua a presentarsi con calma e coerenza, merita attenzione.»
Emma prende il quaderno.
«Mi piace questa idea. Una decisione importante dovrebbe essere ascoltata da più donne interiori.»
«È un piccolo consiglio di saggezza lunare. La Sciamana può sentire la direzione. La Creativa immagina le possibilità. La Magica organizza gli aspetti pratici. La Libera trova le parole. La Regina compie la scelta.»
«Quindi dentro di me esiste già un consiglio di donne.»
«Un consiglio interiore di undici Dee.»
Emma ride.
«Spero che riescano a parlare una alla volta.»
«Questo libro serve anche a riconoscere chi ha preso la parola.»
La nebbia della
Regina
Emma rimane
pensierosa.
«Che cosa accade nel corpo quando entro nella nebbia del dubbio?»
«Tu che cosa senti?»
«Le spalle diventano pesanti. La testa è piena e allo stesso tempo vuota. Controllo il telefono, cerco risposte, chiedo consiglio a troppe persone.»
«E ogni risposta aggiunge una nuova voce.»
«Sì. Alla fine sento ancora meno la mia.»
«Quando cerchiamo troppe opinioni, il nostro regno si riempie di consiglieri. Alcuni sono saggi, altri parlano attraverso le proprie paure.»
«Come scelgo chi ascoltare?»
«Chiediti se quella persona riesce ad ascoltare la tua verità oppure cerca di consegnarti la propria.»
Emma annuisce lentamente.
«A volte chiedo consiglio sperando che qualcuno decida al posto mio.»
«Perché scegliere espone. Se la decisione appartiene a un altro, immaginiamo di poter evitare la responsabilità.»
«Ma poi la vita la vivo io.»
«Esatto. La Regina può ascoltare molti consigli e, alla fine, torna al proprio trono.»
«Il trono sarebbe il mio centro.»
«Il luogo interiore dal quale riconosci i tuoi valori.»
«E se ancora ignoro quali siano?»
«Li scopri osservando le tue scelte, ciò che difendi, ciò che ti ferisce e ciò che ti fa sentire integra.»
Emma prende la penna.
«Dammi una domanda.»
«Che cosa nella tua vita merita il tuo sì più pieno?»
Scrive.
«E adesso?»
«Che cosa merita un no chiaro e rispettoso?»
Emma resta immobile.
«Questa è più difficile.»
«I no consapevoli proteggono i sì.»
«Quindi una Regina deve saper dire entrambi.»
«Sì. Un regno senza porte lascia entrare tutto. Un regno con porte sempre chiuse perde il contatto con la vita. La saggezza consiste nel riconoscere quando aprire e quando proteggere.»
Il respiro della
sovrana
«Facciamo
una pratica per uscire dalla nebbia», propongo.
Emma chiude il quaderno e appoggia entrambi i piedi sul pavimento.
«Porta la schiena in una posizione comoda. Lascia le mani sulle cosce e senti il peso del corpo.»
Emma inspira.
«Useremo un respiro in quattro parti uguali. Inspira contando lentamente fino a quattro.»
Inspiriamo insieme.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
«Trattieni dolcemente per quattro.»
Aspettiamo.
«Espira in quattro tempi.»
L’aria esce lentamente.
«E rimani per quattro tempi con i polmoni vuoti, soltanto se il corpo lo sente confortevole.»
Ripetiamo alcuni cicli.
Il respiro crea un ritmo regolare nella stanza.
Dopo qualche minuto Emma apre gli occhi.
«Sento meno fretta.»
«Il respiro a scatola crea una forma. Quando i pensieri si disperdono, una struttura semplice può riportarci al presente.»
«Sembra di costruire quattro pareti intorno alla mente.»
«Pareti morbide, capaci di contenere senza imprigionare.»
«Posso farlo prima di prendere una decisione?»
«Sì. Anche due o tre cicli possono aiutarti a separare l’urgenza dalla scelta.»
«E se trattenere il respiro mi crea disagio?»
«Mantieni tempi più brevi oppure respira liberamente. La pratica deve rispettare il corpo. La sovranità comincia proprio da questo ascolto.»
Il gesto della
terra
«Adesso
unisci la punta del pollice e dell’anulare in entrambe le mani», continuo.
Emma crea il mudra e appoggia i polsi sulle ginocchia.
«Che cosa rappresenta?»
«La stabilità, la terra, la capacità di restare presenti mentre la mente osserva molte strade.»
«Devo concentrarmi su qualcosa?»
«Senti il contatto dei piedi con il pavimento. Immagina radici che scendono attraverso le gambe e penetrano nella terra.»
Emma chiude gli occhi.
«Inspira e pensa: “Sono qui”. Espira e pensa: “Scelgo dal mio centro”.»
Respiriamo lentamente.
Il volto di Emma si distende.
«La mente continua a fare domande», dice dopo un poco, «ma le sento più lontane.»
«Le domande possono rimanere. La Regina smette soltanto di inseguirle tutte nello stesso momento.»
«Ne sceglie una.»
«Quella che appartiene al presente.»
Il richiamo dei
lobi
«Ora porta
le mani ai lobi delle orecchie», le dico.
Emma li prende delicatamente tra le dita.
«Massaggiali con piccoli cerchi.»
«Sono caldi», osserva.
«Continua per qualche respiro. Poi tirali dolcemente verso il basso.»
Emma chiude gli occhi.
«Immagina di ascoltare attraverso tutto il corpo. Le orecchie ricevono i suoni. Il cuore riconosce ciò che risuona.»
Restiamo così.
«Adesso ripeti lentamente:
“Io sono
qui.
Ascolto ciò
che è vero per me.
La
confusione si deposita.
La mia
scelta nasce dalla dignità.”»
Emma ripete le parole.
Poi aggiunge spontaneamente:
«Posso aspettare la chiarezza senza abbandonare me stessa.»
Apro gli occhi e la guardo.
«Questa frase appartiene alla tua Regina.»
La voce della
giustizia
Emma
continua a sfiorare i lobi.
«Questa energia è legata anche al senso di giustizia?»
«La Dea Regina sente profondamente ciò che è giusto e ciò che rompe l’equilibrio.»
«Giusto per tutti?»
«Prima di tutto, giusto rispetto ai propri valori. La giustizia autentica cerca equilibrio, dignità e responsabilità.»
«Quindi può spingerci a difendere qualcuno.»
«Sì. Può farci alzare la voce davanti a un’ingiustizia, proteggere una persona vulnerabile oppure correggere una situazione che ferisce.»
«E l’ombra?»
«La ricerca della giustizia può trasformarsi in rigidità. Possiamo convincerci che il nostro modo di vedere sia l’unico possibile.»
«La Regina diventa giudice.»
«E dimentica di ascoltare.»
Emma riflette.
«Quindi anche una causa giusta può essere portata avanti con arroganza.»
«Sì. La Regina luminosa possiede fermezza e umiltà. Sa che la dignità degli altri merita lo stesso rispetto della propria.»
«Come posso sapere se sto agendo per giustizia o per rabbia?»
«Chiediti che cosa desideri creare. Se vuoi umiliare, punire o vincere a ogni costo, probabilmente la ferita ha preso il comando. Se desideri proteggere, ristabilire un confine e costruire una relazione più chiara, la Regina è più vicina al proprio centro.»
«La domanda è: che cosa voglio creare con questa azione?»
«Esattamente.»
Emma la scrive nel quaderno.
Le voci che abbiamo
ereditato
«C’è
un’altra cosa che vive nelle nostre orecchie», aggiungo.
«Che cosa?»
«Le voci ascoltate durante la vita.»
Emma rimane immobile.
«Le frasi dei genitori, degli insegnanti, dei compagni, delle persone amate. Alcune diventano così familiari da sembrare la nostra voce interiore.»
«Come faccio a capire se una voce appartiene davvero a me?»
«Ascolta il tono. Ti parla con rispetto oppure con disprezzo? Ti aiuta a crescere oppure ti rende piccola?»
Emma abbassa gli occhi.
«La mia voce interiore a volte è molto severa.»
«Da chi ha imparato quel linguaggio?»
Emma pensa a lungo.
«Da più persone. E forse anche da me, perché ho continuato a ripeterlo.»
«La Regina sceglie quali voci possono restare nel proprio consiglio.»
«Posso congedarne alcune?»
«Puoi ringraziarle per il ruolo che hanno avuto e scegliere un linguaggio diverso.»
«Come si fa?»
«Quando senti una frase severa, chiediti: la direi a una donna che amo?»
Emma scuote la testa.
«Quasi mai.»
«Allora cerca una forma più giusta.»
«Per esempio, invece di “sbaglio sempre”, posso dire “questa scelta ha avuto un risultato diverso da quello che speravo”.»
«Questa è una voce adulta, precisa e dignitosa.»
«La Regina parla senza umiliarsi.»
«E senza umiliare.»
Il consiglio delle tre
voci
Prendo tre
piccoli fogli e li appoggio sul tavolino.
«Scrivi su un foglio la voce della paura.»
Emma scrive:
E se sbagliassi tutto?
«Sul secondo, scrivi la voce del desiderio.»
Emma riflette e poi scrive:
Voglio sentirmi libera.
«Sul terzo, scrivi la voce della Regina.»
Emma rimane ferma.
«Questa è difficile.»
«La Regina ascolta entrambe. Riconosce la paura e il desiderio, poi cerca una scelta dignitosa e possibile.»
Emma prende la penna e scrive lentamente:
Posso fare un passo verso la libertà senza distruggere ciò che amo.
La guarda a lungo.
«Che cosa senti?»
«Questa frase ha spazio. La paura chiudeva tutto. Il desiderio voleva scappare. La Regina crea un passo.»
«Una scelta sovrana spesso comincia proprio da un passo concreto.»
«Invece di decidere tutto oggi.»
«La vita si trasforma anche attraverso piccoli atti coerenti.»
Emma mette i tre fogli nel quaderno.
Il diario di
Emma
«Quali
domande porteremo con noi?» domanda.
«Queste appartengono al territorio della Regina:
Quale scelta continua a ritornare nella tua vita?
Quali valori desideri proteggere?
In quali situazioni chiedi agli altri di decidere al posto tuo?
Come si manifesta il dubbio nel tuo corpo?
Quali consigli ti aiutano a sentire più chiaramente la tua voce?
Quali parole ricevute in passato continuano a guidare le tue decisioni?
Che cosa merita il tuo sì più pieno?
Che cosa merita un no chiaro e rispettoso?
Quale piccola scelta puoi compiere oggi per avvicinarti alla vita che desideri?
Quando cerchi giustizia, quale realtà desideri creare?
Come parlerebbe a te stessa la Regina saggia che vive dentro di te?»
Emma legge lentamente tutte le domande.
«Quella sul sì e sul no mi fa sentire qualcosa nella pancia.»
«Forse una porta sta chiedendo attenzione.»
«Dovrò aprirla?»
«Prima puoi sederti davanti a lei e ascoltare.»
«La Regina ha pazienza.»
«La vera Regina conosce il tempo delle decisioni.»
La soglia
Emma chiude
il quaderno e guarda fuori.
Il sole sta scomparendo dietro gli alberi. La luce entra nella stanza attraverso le foglie e disegna ombre irregolari sulle pareti di pietra.
«Una svolta deve sempre essere grande?» domanda.
«A volte la svolta consiste nel cambiare una frase, stabilire un limite, smettere di tradire un bisogno oppure iniziare a trattarsi con rispetto.»
«Quindi posso cambiare regno senza cambiare casa.»
«Puoi cambiare il modo in cui abiti te stessa.»
Emma inspira profondamente.
«Mi piace questa Dea. Mi spaventa, ma mi piace.»
«La sovranità può spaventare perché ci restituisce il potere che avevamo affidato ad altri.»
«E con il potere arriva la responsabilità.»
«Anche la libertà.»
Emma porta ancora una volta le mani ai lobi.
«Che cosa devo ricordare quando entro nella nebbia?»
«Rallenta. Torna al corpo. Ascolta le diverse voci. Cerca i tuoi valori e scegli il passo più dignitoso che puoi compiere nel presente.»
«E se la chiarezza ancora manca?»
«Rimani sulla soglia. Anche l’attesa può essere una scelta consapevole.»
«La medicina della Regina è l’ascolto.»
«L’ascolto, la dignità e la scelta.»
Emma sorride.
«Questa volta sono io a riassumere bene.»
«La tua Regina ha preso posto sul trono.»
Rimaniamo in silenzio per qualche istante.
Poi Emma raccoglie i capelli e lascia scoperta la parte posteriore del collo.
«Il prossimo centro è qui, vero?»
«Sì.»
«La Dea Romantica.»
«La donna che sente la carezza del vento, il desiderio di bellezza e la dolcezza dell’intimità.»
Emma si sfiora la nuca.
«E qual è la sua ombra?»
«La fretta di consegnarsi prima di avere ascoltato il proprio cuore.»
Emma mi guarda con un’espressione seria.
«Questa sarà una conversazione importante.»
«Molto.»
Fuori, il vento entra attraverso la finestra socchiusa e le solleva una ciocca di capelli.
Emma chiude gli occhi e lascia che l’aria le accarezzi il collo.
Per qualche istante rimane immobile, come una Regina appena arrivata alla soglia di un nuovo regno.
Capitolo
sesto
La parte
posteriore del collo
La Dea
Romantica
Sensualità,
bellezza e fretta
Emma lascia che il vento le accarezzi la nuca.
Una ciocca di capelli scivola lentamente sulla spalla. Lei la raccoglie e la ferma dietro l’orecchio, lasciando il collo scoperto.
«È qui che vive la Dea Romantica?» domanda.
«Sì. Nella parte posteriore del collo, in quella zona delicata che unisce la testa al resto del corpo.»
Emma passa lentamente la punta delle dita sulla nuca.
«È un punto molto sensibile.»
«Proprio per questo rappresenta la sensualità, il romanticismo e il desiderio di sentirsi belle, viste e amate.»
«Questa energia riguarda soltanto le relazioni di coppia?»
«Riguarda il modo in cui entriamo in contatto con il piacere, con la bellezza e con la nostra capacità di ricevere.»
«Ricevere che cosa?»
«Una carezza, uno sguardo, una parola gentile, un complimento, un gesto di attenzione. Ma anche il profumo di un fiore, il calore del sole sulla pelle, il sapore di un buon pasto o il suono del mare.»
Emma chiude gli occhi per un momento.
«Quindi il romanticismo può esistere anche quando siamo sole.»
«Assolutamente. La Dea Romantica ci insegna prima di tutto a corteggiare la vita.»
«Che bella immagine.»
«Corteggiare la vita significa accorgersi della sua bellezza e permetterle di raggiungerci.»
«Come se la bellezza fosse già presente e noi dovessimo soltanto aprire la porta.»
«Esattamente.»
Emma continua a massaggiarsi la nuca.
«Come si manifesta questa energia quando è luminosa?»
«Puoi sentire il desiderio di prenderti cura di te. Scegli un abito che accarezza il corpo, raccogli i capelli per lasciare scoperto il collo, indossi un profumo che ami e cammini con una grazia naturale.»
«Quindi mi sento più bella.»
«Ti senti più presente nella tua bellezza.»
«Qual è la differenza?»
«Sentirsi bella dipende spesso dallo specchio o dallo sguardo degli altri. Essere presente nella propria bellezza nasce da dentro. Senti il corpo vivo, la pelle sensibile e il cuore disponibile.»
«La bellezza diventa un’esperienza.»
«Sì. Una donna può indossare un abito semplicissimo e sentirsi luminosa perché abita pienamente se stessa.»
Emma sorride.
«Hai vissuto giornate così?»
«Molte. Ricordo pomeriggi in cui sentivo il bisogno di raccogliere i capelli, mettere un vestito leggero e andare verso il mare.»
«Per incontrare qualcuno?»
«Per incontrare il vento, la luce e quella parte di me che desiderava sentirsi libera e sensuale.»
«E magari anche qualcuno interessante.»
Rido.
«La Dea Romantica ama lasciare aperta la possibilità.»
«Che cosa succede al mare?»
«L’aria salata rende la pelle più viva. Il vento passa sulla nuca e sembra svegliare qualcosa. Cammini sulla riva e senti che il mondo possiede una dolcezza particolare.»
«Come se ogni cosa diventasse più bella.»
«Sì. Le luci, i colori, le voci, persino i piccoli gesti degli altri sembrano più intensi.»
Emma guarda fuori dalla finestra.
«A volte, quando mi sento così, mi innamoro facilmente.»
«Ed è proprio qui che incontriamo l’ombra di questa Dea.»
«La fretta.»
«Sì. Il desiderio di romanticismo può diventare urgenza.»
«Urgenza di che cosa?»
«Di essere scelta, desiderata, confermata. Il cuore sente una mancanza e cerca qualcuno capace di riempirla subito.»
Emma abbassa lo sguardo.
«Conosco questa sensazione. Qualcuno mi mostra attenzione e improvvisamente immagino già un futuro.»
«La Dea Creativa prepara le immagini. La Dea Romantica aggiunge il desiderio.»
«Una combinazione pericolosa.»
«Può diventarlo quando dimentichiamo la terra.»
«Che cosa significa dimenticare la terra?»
«Perdere il contatto con ciò che sta realmente accadendo. Un sorriso diventa una promessa. Un messaggio diventa una storia d’amore. Una serata piacevole diventa già un destino.»
Emma sorride con un po’ di imbarazzo.
«Mi è successo.»
«Accade a molte donne. Il desiderio dipinge il futuro con colori intensi.»
«E perché abbiamo tanta fretta?»
«A volte temiamo che l’occasione svanisca. Altre volte desideriamo colmare un vuoto. Oppure abbiamo imparato che per ricevere amore dobbiamo concederci in fretta.»
«Concederci emotivamente o fisicamente.»
«Entrambe le cose. Possiamo raccontare subito ogni parte intima della nostra storia, abbassare i confini, adattarci ai desideri dell’altro oppure dire sì mentre il corpo chiede ancora tempo.»
Emma posa una mano sul cuore.
«Come faccio a sentire la differenza tra desiderio e bisogno di conferma?»
«Il desiderio crea espansione. La conferma cercata con urgenza crea tensione.»
«Nel corpo?»
«Sì. Il desiderio può essere intenso e insieme morbido. L’urgenza stringe il petto, accelera il respiro e porta la mente molto avanti.»
«Quindi posso desiderare qualcuno e restare centrata.»
«La sensualità consapevole lascia spazio alla scelta.»
Emma riflette.
«E se temo che, aspettando, l’altra persona perda interesse?»
«Una relazione capace di rispettarti sa incontrare anche il tuo tempo.»
«E se si allontana?»
«Avrai ricevuto un’informazione preziosa.»
Emma rimane in silenzio.
«Fa un po’ male sentirlo.»
«La verità può essere tenera e ferma allo stesso tempo.»
«Quindi la Dea Romantica deve imparare la pazienza.»
«La pazienza e il valore dei propri confini.»
Il collo e il sì del
corpo
Emma porta
entrambe le mani sulla nuca.
«Perché questa energia vive proprio qui?»
«Il collo permette alla testa di muoversi, guardare, avvicinarsi e allontanarsi. È anche una zona che scopriamo quando ci sentiamo al sicuro.»
«Come quando raccogliamo i capelli.»
«Sì. Mostrare la nuca possiede qualcosa di vulnerabile e sensuale.»
«Quindi il corpo deve sentire sicurezza.»
«La vera apertura nasce dalla sicurezza interiore. Prima di dire sì a qualcuno, puoi ascoltare il collo, la gola, il cuore e il ventre.»
«Che cosa devo cercare?»
«Morbidezza, respiro e presenza. Se senti rigidità, fretta o confusione, forse una parte di te chiede tempo.»
«E posso dire: “Mi piace, ma desidero procedere lentamente”.»
«Questa è una frase piena di sensualità e sovranità.»
«Pensavo che rallentare spegnesse il desiderio.»
«A volte lo rende più profondo.»
«Perché crea attesa.»
«E permette di conoscere davvero la persona che hai davanti.»
Emma sorride.
«La Dea Romantica ama essere corteggiata.»
«Ama anche corteggiare se stessa.»
Un appuntamento con te
stessa
«Come si
fa?» domanda.
«Creando un momento di bellezza senza aspettare che qualcuno lo prepari per te.»
«Una cena, per esempio?»
«Una cena, un bagno caldo, una passeggiata al tramonto, un abito che ami, una musica, un profumo, un fiore sul tavolo.»
«Senza un’occasione speciale.»
«Tu sei già un’occasione.»
Emma mi guarda e ride.
«Questa frase è perfetta per la Dea Romantica.»
«Allora scrivila.»
Emma apre il quaderno e annota:
Io sono già un’occasione.
«Che cosa faresti durante un appuntamento con te stessa?» le chiedo.
Emma pensa.
«Andrei al mare nel tardo pomeriggio. Porterei qualcosa da mangiare, una coperta e un libro. Resterei fino al tramonto.»
«Che cosa indosseresti?»
«Un vestito morbido, qualcosa che si muove con il vento.»
«Che profumo sceglieresti?»
«Rosa e gelsomino.»
«Vedi? La tua Dea Romantica conosce già ciò che desidera.»
«Aspettava soltanto la domanda.»
Il respiro del collo
morbido
«Facciamo
una pratica per sciogliere la fretta», le propongo.
Emma appoggia il quaderno e si siede con la schiena dritta.
«Inspira lentamente dal naso. Solleva leggermente il petto e porta il mento verso l’alto, con delicatezza.»
Emma inspira e lascia che il collo si apra.
«Senti lo spazio nella parte anteriore della gola. Poi espira e porta lentamente il mento verso il petto.»
Ripetiamo il movimento.
«Inspira aprendoti alla bellezza. Espira tornando al tuo centro.»
Emma continua per alcuni cicli.
«Adesso lascia che il capo disegni un piccolo semicerchio da una spalla all’altra, passando davanti.»
«Evito di portarlo indietro?»
«Sì, manteniamo un movimento lento e confortevole. Ascolta sempre il collo.»
Emma lascia scivolare la testa da un lato all’altro.
«Sento molta tensione sulla destra.»
«Respira proprio lì. Immagina che ogni espirazione sciolga un poco il bisogno di arrivare subito a una risposta.»
Dopo alcuni movimenti, Emma torna al centro.
«Il collo sembra più lungo.»
«Quando la tensione si scioglie, anche la nostra percezione cambia.»
L’unzione di
grazia
Prendo un
piccolo flacone e lo poso tra noi.
«Questo è olio di mandorle con una goccia di rosa.»
Emma apre il flacone e inspira il profumo.
«È delicato.»
«Scalda poche gocce tra i palmi.»
Lei strofina lentamente le mani.
«Adesso porta i palmi sulla parte posteriore del collo e massaggia dal basso verso l’alto.»
Emma chiude gli occhi.
«Senti che stai offrendo attenzione a una zona che spesso porta peso e tensione.»
«È molto piacevole.»
«Puoi ripetere:
“Il mio corpo merita
dolcezza.
La mia
bellezza nasce dalla presenza.
Scelgo
relazioni che rispettano il mio tempo.
Il mio sì
cresce insieme alla fiducia.”»
Emma pronuncia le parole lentamente.
«Mi piace molto l’ultima frase.»
«Il sì profondo può maturare.»
«Come un frutto.»
«Esattamente. Un frutto raccolto troppo presto possiede un sapore diverso.»
Emma continua a massaggiare il collo.
«Quindi la pazienza appartiene anche al piacere.»
«Sì. Il piacere consapevole sa assaporare.»
La domanda prima del
sì
Emma apre
gli occhi.
«Esiste una domanda semplice da farmi quando sento fretta?»
«Puoi chiederti: “Che cosa desidererei se sapessi già di essere amata?”»
Emma rimane immobile.
«È forte.»
«La fretta spesso nasce dalla paura di perdere l’amore. Quando immagini di possederlo già dentro di te, la scelta cambia.»
«Forse mi concederei più tempo.»
«Forse diresti con chiarezza ciò che desideri.»
«Oppure capirei che quella persona mi interessa meno di quanto pensavo.»
«Anche questo può accadere.»
Emma prende la penna e scrive la domanda.
«Ne hai un’altra?»
«“Il mio corpo sta aprendo una porta oppure cerca di evitare una solitudine?”»
Emma inspira lentamente.
«A volte cerco una persona per evitare di sentire il vuoto.»
«Il vuoto può essere uno spazio fertile. La Dea Romantica lo riempie di bellezza prima di chiedere a qualcuno di entrarvi.»
«Quindi preparo la mia casa interiore.»
«Accendi una luce, metti un fiore e poi scegli chi invitare.»
La differenza tra attenzione e
presenza
«A volte una
persona mi scrive molto, mi fa complimenti e mi cerca continuamente», dice Emma. «Questo significa che è davvero presente?»
«L’attenzione può essere intensa e breve. La presenza si riconosce nella coerenza.»
«Che cosa intendi?»
«Una persona presente ascolta, rispetta i confini, mantiene le parole e resta capace di incontrarti anche quando l’entusiasmo iniziale si calma.»
«Quindi guardo ciò che accade nel tempo.»
«Sì. La Dea Romantica ama le parole dolci, ma la Regina osserva i fatti.»
Emma sorride.
«Ancora una volta serve il consiglio delle Dee.»
«La Romantica può innamorarsi del momento. La Regina le ricorda di osservare il cammino.»
«E la Sciamana ascolta l’intuito.»
«Esattamente.»
«Quale Dea controlla i messaggi ricevuti ogni cinque minuti?»
«Quella è forse una Dea che ha bisogno di una passeggiata.»
Emma scoppia a ridere.
«Mi hai scoperta.»
Il rituale del
tramonto
«Vorrei
darti un rituale semplice», continuo. «Puoi farlo al mare, in campagna oppure davanti a una finestra.»
«Al tramonto?»
«Sì. Quando il sole scende, siediti e osserva i colori cambiare.»
Emma ascolta con attenzione.
«Porta una mano al cuore e una sulla nuca. Inspira la luce del giorno che si ritira. Espira la fretta.»
«E poi?»
«Pensa a una relazione, a un desiderio o a una situazione che ti crea urgenza. Immagina di affidarla al tramonto.»
«Come se lasciassi riposare la domanda durante la notte.»
«Esatto. Puoi dire:
“Ciò che mi appartiene conosce
la strada verso di me.
Io resto nel
mio tempo.
Scelgo ciò
che porta bellezza, rispetto e verità.”»
Emma ripete le parole.
«Questa pratica mi piacerebbe farla davvero al mare.»
«Porta il quaderno. Dopo il tramonto scrivi ciò che senti.»
Il diario di
Emma
Emma apre
una pagina nuova.
«Quali domande mi lascia la Dea Romantica?»
«Queste:
Che cosa ti fa sentire sensuale e pienamente presente nel corpo?
Quali gesti di bellezza puoi offrire a te stessa?
Quando ricevi attenzione, riesci a distinguere l’entusiasmo dalla presenza?
Come reagisci quando temi che qualcuno possa allontanarsi?
Quali confini tendi ad abbassare per sentirti scelta?
Che cosa senti nel corpo prima di pronunciare un sì autentico?
Quale parte di te ha fretta di essere amata?
Come cambierebbero le tue scelte se sapessi già di essere degna d’amore?
Che cosa significa per te essere corteggiata con rispetto?
Quale appuntamento romantico potresti organizzare con te stessa?
Quali relazioni rispettano il tuo ritmo?
Quale desiderio puoi lasciare maturare senza inseguirlo?»
Emma scrive a lungo.
Ogni tanto si ferma e porta la mano alla nuca, come se cercasse una risposta direttamente nella pelle.
Dopo qualche minuto posa la penna.
«Ho capito una cosa.»
«Quale?»
«A volte confondo l’intensità con la profondità.»
«Spiegami.»
«Quando qualcosa parte con grande forza, penso che debba essere importante. Ma una fiamma alta può spegnersi in fretta.»
«La profondità cresce nel tempo, attraverso presenza e coerenza.»
«Quindi posso godermi l’intensità senza darle subito il nome di amore.»
«Questa è una grande medicina.»
Emma annota anche questa frase.
La medicina della Dea
Romantica
«Provo a
riassumere», dice. «Quando questa energia è luminosa, sento bellezza, sensualità, desiderio di intimità e apertura al piacere.»
«Sì.»
«Quando perde equilibrio, cerco conferme, idealizzo una persona e desidero correre più veloce della relazione.»
«Esatto.»
«La medicina è rallentare, tornare al corpo e ricordare il mio valore.»
«E permettere alla fiducia di crescere prima di consegnare le chiavi della tua casa interiore.»
Emma porta una mano sulla nuca e l’altra sul cuore.
«Il mio sì cresce insieme alla fiducia.»
«La tua Dea Romantica ha imparato la pazienza.»
Fuori, il cielo comincia a tingersi di rosa.
Emma si alza e va verso la finestra.
«Guarda», dice. «Sembra già un tramonto preparato per noi.»
Mi avvicino.
Per qualche istante osserviamo insieme la luce che si posa sul giardino e sulle pietre della casa.
«A volte penso che il mondo sappia ascoltare ciò di cui stiamo parlando», sussurra Emma.
«Forse il mondo esterno e quello interiore continuano a specchiarsi.»
Emma appoggia la fronte al vetro.
«Chi incontreremo dopo?»
Porto entrambe le mani al petto.
«La Dea Curandera.»
«I seni.»
«Sì. Il centro del nutrimento, della generosità e dell’amore che si dona.»
Emma rimane pensierosa.
«E immagino che anche qui esista un’ombra.»
«Il dono può trasformarsi in sacrificio. Una donna offre così tanto da dimenticare se stessa.»
Emma si volta verso di me.
«Questa Dea la conosco fin troppo bene.»
«Allora sarà un incontro importante.»
«Parleremo anche di come dire di no?»
«Parleremo del no che protegge l’amore.»
Emma torna verso il divano, raccoglie il quaderno e lo stringe al petto.
«Credo che ne avrò bisogno.»
Prima di sederci, apro la finestra.
L’aria della sera entra nella stanza e accarezza la parte posteriore del collo di Emma.
Questa volta lei rimane ferma.
Respira.
Accoglie la carezza.
E lascia che il tempo faccia il proprio lavoro.
Capitolo
settimo
I seni e i
capezzoli
La Dea
Curandera
Amore,
nutrimento e sopraffazione
Emma torna a sedersi sul divano e stringe il quaderno contro il petto.
«Hai detto che parleremo del no che protegge l’amore.»
«Sì.»
Porto entrambe le mani al centro del torace e lascio che i palmi riposino delicatamente sopra il cuore.
«Il settimo centro lunare comprende i seni e i capezzoli. È legato alla capacità di nutrire, accogliere, sostenere e donare.»
Emma abbassa lo sguardo verso il proprio petto.
«Per questo la chiami Dea Curandera?»
«Sì. È la guaritrice, la donna che sente il dolore degli altri e desidera offrire conforto.»
«Una madre?»
«Può esprimersi attraverso la maternità, ma vive in ogni donna. La incontriamo quando ci prendiamo cura di un’amica, quando ascoltiamo qualcuno con tutto il cuore, quando prepariamo un pasto, insegniamo, accogliamo oppure creiamo uno spazio in cui un’altra persona possa respirare.»
«Quindi nutrire va oltre il cibo.»
«Nutriamo attraverso la presenza, il tempo, le parole, il contatto e l’attenzione.»
Emma appoggia il quaderno sul tavolino.
«Questa energia mi sembra molto dolce.»
«Lo è. Quando si trova nella sua luce, il cuore appare ampio. Sentiamo di avere molto da offrire e il dono fluisce naturalmente.»
«Senza fatica?»
«Il gesto può richiedere energia, ma dentro rimane una sensazione di pienezza. Doni perché qualcosa in te desidera condividersi.»
«E non perché temi di perdere qualcuno.»
«Esatto.»
Emma resta pensierosa.
«Credo che a volte io dia per entrambe le ragioni.»
«È molto umano. Il cuore può essere generoso e, nello stesso tempo, portare antiche paure.»
«Quali paure?»
«La paura di deludere. Di essere considerata egoista. Di perdere l’amore. Di diventare inutile se smettiamo di prenderci cura di tutti.»
Emma inspira profondamente.
«Questa frase mi tocca.»
«Quale?»
«Diventare inutile.»
«Raccontami.»
Emma osserva le proprie mani.
«Quando qualcuno ha bisogno di me, so esattamente che cosa fare. Ascolto, risolvo, organizzo. Mi sento importante. Quando nessuno mi cerca, mi domando quale sia il mio posto.»
«Allora il bisogno degli altri ti offre un’identità.»
«Forse sì.»
«La Dea Curandera luminosa aiuta perché possiede amore. La sua ombra aiuta per sentirsi necessaria.»
Emma rimane in silenzio.
«Come riconosco la differenza?»
«Osserva che cosa accade quando l’altra persona rifiuta il tuo aiuto.»
Emma sorride amaramente.
«Mi offendo.»
«Ecco una porta.»
«Quindi forse stavo offrendo anche per ricevere qualcosa.»
«Riconoscenza, vicinanza, approvazione o la certezza di avere un ruolo.»
«È sbagliato desiderare riconoscenza?»
«È naturale desiderare che il proprio dono venga visto. La consapevolezza nasce quando riconosciamo ciò che speriamo di ricevere e smettiamo di nasconderlo dietro il sacrificio.»
Emma prende il quaderno.
«Questa frase voglio scriverla.»
Annota lentamente:
Riconosco ciò che desidero ricevere e smetto di nasconderlo dietro il sacrificio.
Il cuore che
offre
«Come si
manifesta questa energia quando è equilibrata?» domanda.
«Sentiamo una grande capacità di amare. Le persone si avvicinano perché percepiscono calore e accoglienza. Possiamo ascoltare senza giudicare e donare senza misurare ogni gesto.»
«È un buon momento per guidare un cerchio di donne.»
«Molto. Ricordo incontri durante i quali sentivo il cuore così aperto che ogni donna sembrava appartenere alla mia stessa storia.»
«Ti sentivi responsabile di tutte?»
«Nella luce sentivo connessione. Nell’ombra, sì, potevo iniziare a sentirmi responsabile del benessere di ognuna.»
«E questo è impossibile.»
«Possiamo offrire uno spazio, un insegnamento e una presenza. Ogni donna percorre il proprio cammino.»
«La Curandera accompagna, quindi. Non salva.»
«Esattamente.»
Emma ripete piano:
«Accompagna. Non salva.»
«La guaritrice consapevole riconosce la forza dell’altra persona. Evita di trasformarla in qualcuno che dipende continuamente dal suo sostegno.»
«E se l’altra persona continua a chiedere?»
«La Curandera ascolta anche le proprie risorse.»
«Quindi può dire: “Oggi non riesco”.»
«Oppure: “Posso ascoltarti per venti minuti”. O ancora: “Questa situazione richiede un aiuto diverso da quello che posso offrirti”.»
Emma mi guarda.
«A me sembra freddo mettere un limite a qualcuno che soffre.»
«Un limite chiaro può essere molto amorevole. Evita promesse che il corpo non riesce a mantenere e protegge la qualità della presenza.»
«Perché se ascolto per ore quando sono esausta, prima o poi divento irritata.»
«E l’amore si riempie di risentimento.»
«Quindi il confine impedisce al dono di diventare veleno.»
«Protegge l’acqua della sorgente.»
La sorgente e il
secchio
Emma inclina
la testa.
«Spiegami questa immagine.»
«Immagina che dentro di te esista una sorgente. L’acqua rappresenta la tua energia vitale, la presenza e l’amore.»
«Va bene.»
«Ogni giorno le persone arrivano con un secchio. Alcune chiedono poca acqua. Altre ne chiedono molta. Alcune prendono senza nemmeno guardarti.»
Emma ride.
«Conosco quelle persone.»
«Se offri acqua ignorando il livello della sorgente, a un certo punto rimane soltanto fango.»
«E io mi sento svuotata.»
«Poi puoi arrabbiarti con chi ha preso l’acqua, anche se sei stata tu a continuare a offrirla.»
Emma resta in silenzio.
«Questo fa male, ma è vero.»
«La responsabilità del confine appartiene a chi custodisce la sorgente.»
«Quindi prima di dare devo guardare quanta acqua ho.»
«Sì. Puoi chiederti: “Questo dono nasce dall’abbondanza oppure dalla paura?”»
Emma scrive la domanda.
«E se nasce dalla paura?»
«Fermati. Respira. Cerca un modo più onesto di rispondere.»
«Per esempio?»
«“Ti voglio bene e oggi ho bisogno di riposare.”»
Emma ripete la frase.
«Sento subito il desiderio di aggiungere dieci spiegazioni.»
«La Dea Libera potrebbe ricordarti che una frase chiara può essere sufficiente.»
«Le Dee continuano a lavorare insieme.»
«Sempre.»
Il peso sul
petto
Emma porta
una mano sullo sterno.
«Quando mi sento sopraffatta, la tensione arriva proprio qui.»
«Il petto diventa pesante?»
«Sì. Come se respirassi soltanto nella parte alta.»
«La Curandera nell’ombra prende su di sé emozioni e responsabilità che appartengono a molte persone. Il corpo cerca di contenerle tutte.»
«E poi mi sento in colpa perché desidero stare sola.»
«Il desiderio di ritirarti può essere la saggezza del corpo che cerca di rigenerarsi.»
«Quindi il riposo non è una mancanza d’amore.»
«È una forma d’amore che mantiene viva la sorgente.»
Emma chiude gli occhi.
«Perché è così difficile crederlo?»
«Molte donne hanno imparato che il proprio valore cresce attraverso ciò che fanno per gli altri. Ricevono apprezzamento quando sono disponibili, pazienti, accoglienti e forti.»
«E quando sono stanche?»
«A volte continuano a sorridere.»
«Finché il corpo presenta il conto.»
«La Dea Curandera ci invita a riconoscere la stanchezza prima che diventi crollo.»
Emma apre gli occhi.
«Quali sono i primi segnali?»
«Irritazione, respiro corto, pesantezza, desiderio di fuggire, difficoltà a concentrarsi, una sensazione di invasione oppure il pensiero: “Tutti vogliono qualcosa da me”.»
«Quello lo conosco.»
«In quel momento puoi evitare di accusare il mondo e ascoltare il confine che hai lasciato aperto.»
«Quale porta devo chiudere?»
«Forse una richiesta. Forse il telefono. Forse la necessità di rispondere immediatamente. Oppure l’idea che tu debba risolvere ogni problema.»
Il respiro del cuore
pieno
«Facciamo
una pratica», propongo.
Emma si sistema sul divano, con la schiena sostenuta.
«Porta una mano sull’addome e l’altra al centro del petto.»
Lei appoggia il palmo sinistro sulla pancia e quello destro sullo sterno.
«Inspira lentamente. Lascia che prima si espanda l’addome, poi le costole e infine la parte alta del petto.»
Emma inspira.
«Adesso espira in ordine inverso: lascia scendere il petto, le costole e infine l’addome.»
Ripetiamo il respiro con calma.
«Immagina di riempire il tuo spazio interiore dall’interno», le dico. «Ricevi il respiro prima di offrirlo.»
Dopo alcuni cicli, Emma sospira.
«Il petto sembra più ampio.»
«Continua ancora un poco. Durante l’inspirazione pensa: “Ricevo”. Durante l’espirazione pensa: “Condivido”.»
Respiriamo insieme.
Ricevo.
Condivido.
Ricevo.
Condivido.
Emma apre gli occhi.
«Di solito penso soltanto alla parte del condividere.»
«Il cuore conosce entrambe le direzioni.»
«Se ricevo poco, avrò sempre meno da dare.»
«Esattamente. Il respiro ci ricorda che ogni espirazione nasce da un’inspirazione.»
Il confine del
cuore
«Adesso
lascia la mano sinistra sul petto», continuo. «Porta la mano destra accanto alla spalla, con il palmo rivolto in avanti.»
Emma assume la posizione.
«Sembra un gesto che dice fermati.»
«È un confine e, nello stesso tempo, una benedizione.»
«Posso amare e dire basta.»
«Sì. Il palmo aperto evita l’aggressività. Dice: “Ti vedo, e questo è il mio limite”.»
Emma unisce la punta del pollice e dell’indice.
«Respira lentamente. Senti la mano sul cuore e quella che protegge lo spazio davanti a te.»
Rimaniamo così.
«Ripeti:
“Il mio cuore rimane
aperto.
Il mio
spazio merita rispetto.
Posso amare
senza abbandonarmi.
Il mio no
protegge il mio sì.”»
Emma pronuncia le parole con fermezza.
Poi apre gli occhi.
«Il gesto mi fa sentire forte.»
«La forza del confine può essere morbida.»
«Posso usare questa posizione prima di una conversazione difficile?»
«Puoi usarla come pratica personale. Ti aiuta a ricordare ciò che desideri esprimere.»
Il sì che diventa
risentimento
Emma abbassa
la mano.
«A volte dico sì e, subito dopo, mi pento.»
«Che cosa accade prima del sì?»
«Sento la richiesta, penso che l’altra persona rimarrà delusa e rispondo immediatamente.»
«Quindi la tua risposta arriva prima del tuo corpo.»
«Sì.»
«Puoi creare una frase ponte.»
«Che cos’è?»
«Una frase che ti offre tempo. Per esempio: “Fammi controllare e ti rispondo più tardi”.»
Emma sorride.
«Sembra così semplice.»
«La semplicità richiede allenamento.»
«E se l’altra persona insiste?»
«Puoi ripetere la stessa frase.»
«Senza aggiungere spiegazioni?»
«Senza abbandonare il tuo centro.»
Emma prende il quaderno e scrive:
Fammi sentire che cosa posso davvero offrirti. Ti rispondo più tardi.
«Questa mi piace ancora di più», dice.
«È la tua frase. Usala.»
«E se poi la risposta è no?»
«Puoi dire: “Questa volta non posso”.»
Emma fa una piccola smorfia.
«Mi sembra durissimo.»
«Prova ad aggiungere la verità che senti, evitando di trasformarla in una giustificazione infinita.»
«“Questa volta non posso, ho bisogno di riposo.”»
«Chiaro, umano e rispettoso.»
«E se si arrabbiano?»
«L’emozione degli altri appartiene anche al loro cammino.»
Emma inspira.
«Questa è una lezione difficile.»
«La Curandera desidera alleviare ogni dolore. Deve imparare che evitare ogni delusione può creare una relazione priva di verità.»
«Quindi posso deludere qualcuno e continuare ad amarlo.»
«Sì. E puoi essere delusa senza smettere di amare te stessa.»
Il nutrimento che ritorna a
te
«Che cosa ti
nutre davvero?» le domando.
Emma rimane sorpresa.
«In che senso?»
«Quali persone, luoghi, gesti ed esperienze riempiono la tua sorgente?»
Emma pensa.
«Il mare. Scrivere. Una conversazione profonda. Camminare senza fretta. Cucinare quando lo scelgo io.»
«E che cosa ti svuota?»
«Le richieste continue. Le conversazioni in cui ascolto sempre io. Le persone che trasformano ogni incontro nel racconto dei propri problemi.»
«Riesci a riconoscerlo mentre accade?»
«Spesso soltanto dopo.»
«Allora il tuo allenamento consiste nell’ascoltare il corpo durante l’incontro.»
«Posso chiedermi quanta energia ho prima, durante e dopo.»
«Esattamente.»
Emma traccia tre piccoli cerchi sul quaderno e scrive:
Prima.
Durante.
Dopo.
«Questo può diventare un esercizio per il diario lunare», dice.
«Sì. Osserva quali relazioni creano uno scambio e quali chiedono un flusso continuo in una sola direzione.»
«E poi devo allontanarmi dalle persone che mi svuotano?»
«Prima puoi modificare la forma dell’incontro. Ridurre il tempo, esprimere un bisogno, chiedere reciprocità o scegliere un momento diverso.»
«E se nulla cambia?»
«La Regina saprà valutare quale porta proteggere.»
Il rituale
dell’abbraccio
«Vorrei
offrirti un gesto molto semplice», dico.
Incrocio lentamente le braccia sul petto e appoggio le mani sopra i seni.
Emma fa lo stesso.
«Chiudi gli occhi. Senti il calore dei palmi attraverso il tessuto.»
Lei inspira.
«Immagina di abbracciare la donna che sei oggi e tutte le donne che sei stata.»
Il respiro di Emma diventa più profondo.
«Puoi dire:
“Prima di nutrire il mondo,
ascolto la mia fame.
Prima di
offrire riposo, riconosco la mia stanchezza.
Prima di
accogliere, torno a casa dentro di me.”»
Emma ripete ogni frase lentamente.
Una lacrima scende lungo la sua guancia, ma questa volta sorride.
«Che cosa senti?» le domando.
«Sollievo. Come se qualcuno mi avesse finalmente dato il permesso di smettere per un momento.»
«Quel permesso può arrivare da te.»
«Forse l’ho aspettato troppo dagli altri.»
«La Curandera può diventare anche la propria guaritrice.»
Emma stringe delicatamente le braccia.
«Mi sono presa cura di tante persone. Faccio ancora fatica a capire come prendermi cura di me senza trasformarlo in un altro compito.»
«La cura di sé può essere semplice. A volte significa fermarsi prima. Bere acqua. Spegnere il telefono. Mangiare con calma. Chiedere aiuto.»
«Chiedere aiuto mi riesce difficile.»
«Perché?»
«Quando aiuto io, mantengo il controllo. Quando chiedo, devo mostrare un bisogno.»
«Ricevere richiede vulnerabilità.»
«E fiducia.»
«Sì. La Curandera completa il proprio insegnamento quando permette anche agli altri di prendersi cura di lei.»
L’arte di
ricevere
Emma
scioglie l’abbraccio.
«Come posso allenarmi a ricevere?»
«Comincia dai gesti piccoli. Quando qualcuno ti fa un complimento, respira e rispondi soltanto: “Grazie”.»
«Senza sminuirlo.»
«Senza spiegare perché non lo meriti.»
Emma ride.
«Lo faccio sempre.»
«Quando qualcuno ti offre aiuto, ascolta l’impulso immediato a dire che riesci da sola. Poi chiediti se accettare potrebbe creare vicinanza.»
«A volte rifiuto per abitudine.»
«Ricevere evita che le relazioni si costruiscano intorno a una sola donna forte e a molte persone bisognose.»
«Quella donna forte finisce per sentirsi sola.»
«Perché nessuno impara a conoscere la sua parte vulnerabile.»
Emma riflette.
«Quindi mostrare un bisogno può rendere una relazione più vera.»
«Può offrire all’altra persona l’opportunità di donare.»
«Il dono deve circolare.»
«Come il respiro. Come l’acqua.»
Il diario di
Emma
Emma apre
una pagina nuova.
«Quali domande porta la Dea Curandera?»
«Ascoltale con il cuore:
In quali situazioni senti che il tuo dono nasce dall’abbondanza?
Quando, invece, aiuti per paura di deludere o perdere qualcuno?
Che cosa provi quando una persona rifiuta il tuo aiuto?
Quanto del tuo valore personale dipende dall’essere necessaria agli altri?
Quali segnali ti invia il corpo quando hai superato un limite?
Quali richieste accetti troppo velocemente?
Quale frase potrebbe offrirti il tempo necessario per scegliere?
Che cosa riempie la tua sorgente?
Quali relazioni creano reciprocità?
Quali relazioni ti lasciano svuotata?
Riesci a ricevere un complimento, un gesto di cura o un aiuto?
Quale bisogno fai più fatica a mostrare?
Quale no proteggerebbe oggi un sì più profondo?
Come puoi prenderti cura di te senza trasformare la cura in un altro dovere?»
Emma legge ogni domanda con attenzione.
«Quella sull’essere necessaria mi accompagnerà per molto tempo.»
«Lasciala lavorare dolcemente.»
Emma scrive in silenzio.
Fuori, il cielo si è fatto più scuro. Le prime stelle cominciano ad apparire sopra il giardino.
Dopo qualche minuto chiude il quaderno.
«Ho scritto una promessa.»
«Vuoi leggerla?»
Emma porta una mano sul petto.
«Il mio amore è un dono, non una moneta con cui comprare il mio posto nella vita.»
Rimango in silenzio.
«Questa frase appartiene profondamente alla Curandera.»
«Per anni ho creduto che avrei ricevuto amore offrendo abbastanza.»
«E oggi?»
«Oggi desidero offrire perché amo. E ricevere perché anch’io appartengo all’amore.»
Sorrido.
«La sorgente sta imparando a lasciar entrare l’acqua.»
La medicina della Dea
Curandera
«Provo a
riassumere», dice Emma. «Nella sua luce, questa Dea è amorevole, generosa e capace di sostenere.»
«Sì.»
«Nell’ombra si sacrifica, cerca approvazione e si sente responsabile di tutto.»
«Esattamente.»
«La sua medicina è donare senza abbandonarsi.»
«E ricevere senza sentirsi debole.»
«Il suo no protegge il sì.»
«E il suo riposo protegge l’amore.»
Emma appoggia entrambe le mani sul petto.
«Prima di nutrire il mondo, ascolto la mia fame.»
«Porta questa frase con te.»
Rimaniamo in silenzio.
La stanza è illuminata soltanto dalla lampada accanto al divano. Le pietre delle pareti assumono un colore caldo e il giardino, oltre i vetri, è diventato una distesa scura e quieta.
Emma lascia scivolare lentamente le mani dal petto verso il ventre.
«Il prossimo centro vive qui?»
«Sì. Nell’ombelico.»
«Quale Dea incontreremo?»
«La Dea della terra. La donna centrata, forte e capace di trasformare il proprio fuoco in azione.»
«Pacha Mama.»
«Esattamente.»
Emma appoggia il palmo sulla pancia.
«E qual è la sua ombra?»
«La forza può diventare rabbia, rigidità e prepotenza.»
Emma sospira.
«Dal cuore scendiamo nel fuoco.»
«Il cuore ci insegna per che cosa vale la pena usare la nostra forza.»
«E l’ombelico ci insegna come usarla.»
«Sì.»
Emma si alza e va verso la finestra. Osserva le stelle per qualche istante, poi torna sul divano.
Prima di sedersi, prende la coperta e la posa sulle mie ginocchia.
«Hai freddo?» domanda.
«Un poco.»
Emma sorride.
«Sto donando dalla mia abbondanza.»
«E io ricevo.»
Sistemo la coperta e le dico semplicemente:
«Grazie.»
La Dea Curandera rimane con noi ancora per qualche respiro.
Questa volta il suo amore circola in entrambe le direzioni.
Capitolo
ottavo
L’ombelico
La Dea Pacha
Mama
Centratura,
forza e prepotenza
Emma tiene una mano sul ventre.
Rimaniamo in silenzio, mentre il calore della coperta si raccoglie sulle nostre ginocchia e la notte avvolge lentamente il giardino.
«Sento il respiro muoversi sotto il palmo», dice.
«Continua ad ascoltarlo.»
«È diverso dal respiro nel petto.»
«Qui il movimento è più profondo. L’ombelico ci riporta al centro del corpo, al luogo dal quale nasce la nostra forza.»
Emma preme leggermente il palmo sulla pancia.
«Perché la chiami Pacha Mama?»
«Perché questa energia appartiene alla terra. È fertile, concreta, potente. Sa sostenere, creare e trasformare.»
«È una madre?»
«È la Madre Terra. La donna che sente il proprio peso sul suolo e comprende di avere un posto nel mondo.»
Emma guarda i suoi piedi.
«Quindi questa Dea mi aiuta a sentirmi stabile.»
«Sì. Quando l’energia dell’ombelico è luminosa, ti senti centrata. Le opinioni degli altri continuano a esistere, ma smettono di spostarti continuamente.»
«Come un albero con radici profonde.»
«Il vento muove i rami, mentre il tronco rimane presente.»
Emma inspira lentamente.
«Come si manifesta questa forza nella vita quotidiana?»
«Sai ciò che vuoi fare e trovi l’energia per cominciare. Riesci a sostenere le tue scelte, affrontare un problema e trasformare un’idea in qualcosa di concreto.»
«È una donna d’azione.»
«Un’azione che nasce dal centro. Diversa dalla fretta.»
«La Dea Romantica correva perché temeva di perdere qualcosa.»
«Pacha Mama agisce perché sente la propria forza.»
Emma sorride.
«È il momento in cui mi sento una Wonder Woman?»
«Può accadere. Ti svegli e percepisci una grande energia nel ventre. Guardi ciò che deve essere fatto e pensi: “Posso farlo”.»
«Senza aspettare che qualcuno mi salvi.»
«Senza aspettare nemmeno che qualcuno ti dia il permesso.»
«Questa donna mi piace molto.»
«Possiede una forza antica. È la donna che costruisce, coltiva, partorisce progetti e protegge ciò che ama.»
Emma abbassa gli occhi verso la pancia.
«Hai detto “partorisce progetti”.»
«Ogni creazione attraversa una gestazione. Prima vive nell’invisibile, poi cresce e infine cerca una forma nel mondo.»
«Quindi l’ombelico aiuta la Dea Creativa a dare un corpo alle sue visioni.»
«Esattamente. La Creativa immagina il seme. Pacha Mama lo pianta nella terra.»
Il luogo da cui nasce la
vita
Emma
appoggia entrambe le mani sul ventre.
«L’ombelico conserva anche il ricordo del legame con nostra madre.»
«È stato il punto attraverso il quale abbiamo ricevuto nutrimento prima di nascere. Anche dopo che il cordone è stato reciso, l’ombelico rimane come un piccolo sigillo della nostra origine.»
«Quindi parla di dipendenza e autonomia.»
«Di appartenenza e separazione. Siamo nate attraverso un altro corpo e poi abbiamo iniziato a costruire il nostro centro.»
Emma rimane pensierosa.
«Forse è per questo che, quando mi sento insicura, porto spesso le mani sulla pancia.»
«Il corpo cerca istintivamente protezione e contenimento.»
«E quando mi sento forte, il ventre sembra più compatto.»
«La postura cambia. Il passo diventa più deciso e il respiro scende in profondità.»
Emma si alza.
Cammina lentamente nella stanza, con una mano sull’ombelico.
«Così?»
«Lascia che i piedi tocchino bene il pavimento. Immagina di camminare attraverso il centro del ventre.»
Emma compie alcuni passi.
«Mi sento diversa.»
«Che cosa cambia?»
«Di solito cammino pensando alla testa o guardando ciò che accade intorno a me. Adesso sento ogni passo partire dalla pancia.»
«Questa è la presenza di Pacha Mama.»
Il fuoco
sacro
Emma torna a
sedersi.
«Hai detto che nell’ombelico vive anche il fuoco.»
«Il fuoco della volontà, della trasformazione e della rabbia.»
«La rabbia appartiene alla sua ombra?»
«La rabbia possiede anche una parte luminosa.»
Emma mi guarda sorpresa.
«Davvero?»
«La rabbia può dirti che un confine è stato oltrepassato. Può offrirti l’energia necessaria per cambiare una situazione, difenderti o pronunciare una verità.»
«Quindi la rabbia è una messaggera.»
«Un fuoco che porta informazioni.»
«Perché allora ci fa tanta paura?»
«Perché quando rimane inascoltata può accumularsi e diventare distruttiva. Oppure perché molte donne hanno imparato molto presto che la rabbia le rende sgradevoli, difficili o poco femminili.»
Emma annuisce.
«A me dicevano di essere buona.»
«Che cosa significava essere buona?»
«Sorridere, evitare discussioni e cercare di capire sempre gli altri.»
«E chi cercava di capire te?»
Emma resta in silenzio.
«Forse nessuno», risponde infine. «O forse nemmeno io.»
«La rabbia trattenuta continua a vivere nel corpo.»
«Dove?»
«Ognuna la sente in modo diverso. Nel ventre, nella mandibola, nelle spalle, nella gola o nelle mani.»
Emma chiude gli occhi.
«Io la sento qui.»
Preme il palmo sull’ombelico.
«Come una palla calda.»
«Che cosa fai quando arriva?»
«Cerco di controllarla. Dico che va tutto bene. Poi, magari per una cosa piccolissima, esplodo.»
«Il fuoco ignorato cerca una fessura dalla quale uscire.»
«E la persona davanti a me riceve anche tutto ciò che ho trattenuto prima.»
«Esattamente.»
La forza che diventa
prepotenza
«Questa è
l’ombra di Pacha Mama?» domanda Emma.
«Una delle sue ombre. La forza perde ascolto e diventa rigidità, rabbia o prepotenza.»
«Come riconosco la prepotenza?»
«Quando senti che soltanto il tuo modo è giusto. La voce diventa dura, il corpo si spinge in avanti e la capacità di ascoltare si riduce.»
«Voglio comandare tutto.»
«Perché il controllo crea l’illusione della sicurezza.»
«Quindi sotto la prepotenza può esserci paura.»
«Spesso sì. Paura di perdere il controllo, di essere criticata, di mostrarti fragile oppure di vedere fallire qualcosa che per te è importante.»
Emma sospira.
«Quando mi criticano, sento immediatamente il bisogno di difendermi.»
«Anche se la critica contiene qualcosa di utile?»
«In quel momento faccio fatica a sentirlo.»
«La Dea Pacha Mama in equilibrio possiede un centro abbastanza solido da ascoltare anche un’opinione diversa.»
«Perché una critica non distrugge il suo valore.»
«Esatto. Può scegliere che cosa accogliere e che cosa lasciare all’altra persona.»
Emma sorride.
«La Regina ascolta. Pacha Mama rimane in piedi.»
«Una bella alleanza.»
La differenza tra potere e
forza
«Potere e
forza sono la stessa cosa?» domanda Emma.
«La forza è energia. Il potere è il modo in cui scegli di usarla.»
«Quindi posso usare la mia forza per creare o per dominare.»
«Sì. Puoi usarla per sollevare qualcuno oppure per schiacciarlo. Per difendere un confine oppure per costruire un muro.»
«La forza, da sola, è neutrale.»
«Come il fuoco. Può scaldare la casa, cuocere il cibo o bruciare ciò che incontra.»
Emma osserva le proprie mani.
«E io sono responsabile del mio fuoco.»
«Responsabile, mai colpevole di possederlo.»
«Questa differenza è importante.»
«Molto. Quando giudichi la tua rabbia, la spingi nell’ombra. Quando la riconosci, puoi trasformarla.»
Il respiro della
terra
«Facciamo
una pratica dolce», propongo.
Emma si siede con entrambi i piedi appoggiati al pavimento.
«Porta le mani sull’ombelico.»
Lei sovrappone i palmi.
«Inspira dal naso e lascia che la pancia si espanda verso le mani.»
Emma inspira lentamente.
«Espira e lascia che l’ombelico torni dolcemente verso la colonna.»
Ripetiamo il movimento.
«Evita di forzare. Segui soltanto l’onda naturale del respiro.»
«Sembra che il ventre si avvicini e si allontani dalle mani.»
«Come una marea.»
Continuiamo per alcuni minuti.
«Durante l’inspirazione pensa: “Ricevo forza dalla terra”. Durante l’espirazione pensa: “Scelgo come usarla”.»
Emma chiude gli occhi.
Ricevo forza dalla terra.
Scelgo come usarla.
Dopo alcuni respiri, le sue spalle si rilassano.
«Sento più spazio nella pancia.»
«La centratura ha bisogno di spazio, mai di una contrazione continua.»
«Pensavo che essere forte significasse tenere tutto stretto.»
«La forza vera sa anche rilassarsi.»
Il movimento del
fuoco
Emma apre
gli occhi.
«E quando sento la palla calda della rabbia?»
«Puoi darle un movimento sicuro.»
Ci alziamo e ci spostiamo verso il centro della stanza.
«Allarga leggermente i piedi. Lascia le ginocchia morbide e senti il contatto con il pavimento.»
Emma assume la posizione.
«Inspira sollevando le braccia davanti a te.»
Le braccia salgono lentamente.
«Espira piegando le ginocchia e portando i gomiti verso il corpo, come se raccogliessi l’energia nel ventre.»
Ripetiamo il movimento alcune volte.
«Adesso, durante l’espirazione, puoi emettere un suono basso.»
Emma espira con un lungo:
«Haaaa.»
Il suono attraversa la stanza.
«Come ti senti?»
«Un po’ sciocca.»
«Continua.»
Ripetiamo.
Il secondo suono è più pieno.
Al terzo, Emma lascia uscire un’espirazione profonda e il suo corpo si rilassa.
«Adesso sento le gambe.»
«La rabbia crea molta energia. Il movimento le offre una strada attraverso il corpo.»
«Senza lanciarla contro qualcuno.»
«Esattamente. Prima muovi il fuoco, poi scegli le parole.»
La lettera della
rabbia
Torniamo sul
divano.
«Puoi anche scrivere», continuo.
«Una lettera da inviare?»
«Prima di tutto, una lettera che rimane nel tuo quaderno.»
Emma apre una pagina nuova.
«Comincia con: “Sono arrabbiata perché…”»
Lei scrive la frase.
«Poi lascia uscire tutto ciò che arriva. Evita di essere educata sulla pagina.»
Emma solleva le sopracciglia.
«Posso scrivere anche cose terribili?»
«La pagina può contenere il linguaggio grezzo dell’emozione. In seguito potrai rileggere e cercare il messaggio nascosto.»
«Quale domanda devo farmi?»
«Che cosa sta cercando di proteggere la mia rabbia?»
Emma scrive anche questa domanda.
«E poi?»
«Che cosa desidero chiedere, cambiare o interrompere?»
«Quindi trasformo l’esplosione in una richiesta concreta.»
«Questa è l’alchimia di Pacha Mama.»
Emma prende la penna e comincia a scrivere.
Dopo qualche minuto si ferma.
«Ho scritto che sono arrabbiata perché spesso gli altri decidono quanto posso sopportare.»
«Che cosa sta proteggendo questa rabbia?»
«Il mio diritto di dire che per me è troppo.»
«E che cosa desideri chiedere?»
Emma riflette.
«Che la mia stanchezza venga ascoltata prima che io debba dimostrarla crollando.»
«Questa è una richiesta chiara.»
«E se nessuno l’ascolta?»
«Allora puoi agire. Ridurre ciò che fai, allontanarti per un momento oppure stabilire un limite concreto.»
«La rabbia diventa azione.»
«Un’azione consapevole, invece di una tempesta.»
La critica e il
centro
«Vorrei
parlarti anche delle critiche», dice Emma. «Quando qualcuno critica qualcosa che ho fatto, dimentico immediatamente tutto ciò che vale in me.»
«In quei momenti affidi il tuo centro allo sguardo dell’altra persona.»
«Come posso riprenderlo?»
«Appoggia una mano sull’ombelico e chiediti tre cose.»
Emma prende la penna.
«La prima: questa critica contiene un’informazione utile?»
Scrive.
«La seconda: il modo in cui mi è stata espressa rispetta la mia dignità?»
Emma annuisce.
«E la terza?»
«Quale parte appartiene a me e quale appartiene alla storia dell’altra persona?»
Emma rilegge le tre domande.
«Posso accogliere il contenuto e rifiutare il modo.»
«Sì. Puoi anche riconoscere che una critica racconta soprattutto le aspettative di chi la pronuncia.»
«Quindi evito di ingoiare tutto.»
«Pacha Mama sa digerire. Prende ciò che nutre e lascia andare il resto.»
Il rituale della
terra
«Domani
mattina», le dico, «potresti uscire in giardino a piedi nudi, se il terreno e la temperatura lo permettono.»
«Che cosa dovrei fare?»
«Stare ferma per qualche minuto. Sentire l’erba o la terra sotto i piedi. Portare le mani sull’ombelico e osservare il peso del corpo.»
«Senza camminare?»
«Prima rimani immobile. Poi compi undici passi lenti.»
«Uno per ogni centro lunare.»
«Sì. A ogni passo puoi dire dentro di te:
“Io sono
qui.
Io occupo il
mio spazio.
La terra
sostiene il mio peso.
La mia forza
crea vita.”»
Emma sorride.
«Posso farlo anche sulla spiaggia?»
«La sabbia è una bellissima terra mobile. Ti ricorda che puoi essere stabile anche su un suolo che cambia.»
«Come la vita.»
«Esattamente.»
Creare con il proprio
fuoco
Emma si
appoggia allo schienale.
«Qual è il modo migliore per vivere i giorni di Pacha Mama?»
«Dare una direzione all’energia.»
«Attraverso il lavoro?»
«Attraverso ciò che senti importante. Puoi muovere il corpo, sistemare uno spazio, prendere una decisione pratica, cominciare un progetto oppure affrontare una conversazione rimandata.»
«Quindi evito di lasciare il fuoco senza uno scopo.»
«Un fuoco senza direzione può bruciare dentro oppure esplodere verso l’esterno.»
«E se mi sento stanca invece che forte?»
«La centratura può manifestarsi anche come bisogno di rallentare. La domanda rimane: che cosa sostiene davvero la mia energia oggi?»
«Potrebbe essere anche riposare.»
«Sì. Pacha Mama conosce le stagioni. La terra produce e poi riposa.»
Emma osserva il giardino buio.
«Noi pretendiamo spesso di essere sempre estate.»
«La terra sa che anche l’inverno prepara la vita.»
Il diario di
Emma
Emma apre
una nuova pagina.
«Quali domande porta con sé Pacha Mama?»
«Queste:
In quali momenti ti senti davvero centrata?
Che cosa cambia nella tua postura quando senti fiducia in te stessa?
Quali attività ti aiutano a percepire il corpo forte e presente?
Come reagisci quando qualcuno critica le tue scelte?
Dove senti la rabbia nel corpo?
Quale confine sta cercando di proteggere?
Quali emozioni trattieni per apparire buona, calma o disponibile?
In quali situazioni la tua forza diventa rigidità?
Quando desideri avere ragione, che cosa temi di perdere?
Come puoi trasformare oggi la rabbia in una richiesta concreta?
Quale progetto ha bisogno del tuo fuoco?
Quale parte della tua vita desidera una forma più stabile?
Che cosa nutre davvero la tua energia?
Che cosa puoi lasciare riposare senza sentirti in colpa?
Come desideri usare il tuo potere?»
Emma legge le domande lentamente.
«L’ultima sembra semplice, ma contiene tutto.»
«Il potere prende la forma dell’intenzione.»
Emma comincia a scrivere.
Dopo qualche minuto solleva lo sguardo.
«Ho scritto che voglio usare il mio potere per costruire, proteggere e creare libertà.»
«Tre direzioni profonde.»
«E voglio smettere di usarlo contro di me.»
«Come lo usi contro di te?»
«Attraverso la durezza. Mi obbligo, mi critico e pretendo di essere sempre forte.»
«Allora forse Pacha Mama desidera insegnarti anche una forza gentile.»
Emma posa una mano sulla pancia.
«Una terra che sostiene senza giudicare.»
«La terra accoglie il seme e gli concede tempo.»
La medicina di Pacha
Mama
«Provo a
riassumere», dice Emma. «Quando questa energia è luminosa, mi sento stabile, autentica e capace di agire.»
«Sì.»
«Quando entra nell’ombra, divento rigida, aggressiva, troppo sensibile alle critiche oppure cerco di controllare tutto.»
«Esattamente.»
«La medicina consiste nel tornare al corpo, ascoltare la rabbia e offrirle una direzione.»
«Trasformare il fuoco in creazione.»
«La mia forza può essere gentile.»
«E la tua gentilezza può essere forte.»
Emma chiude il quaderno.
«Credo che per molto tempo abbia confuso la gentilezza con la sottomissione e la forza con la durezza.»
«Adesso puoi creare un modo nuovo.»
«Una donna che rimane morbida e sa stare in piedi.»
«Questa è Pacha Mama.»
Rimaniamo in silenzio.
Emma continua a tenere le mani sul ventre. Il respiro le muove lentamente.
Dopo un poco, le sue dita scendono più in basso.
«Il prossimo centro è il clitoride?»
«Sì.»
Emma mi guarda con un misto di curiosità e imbarazzo.
«Parleremo davvero del piacere?»
«Parleremo della gioia, della spontaneità, del desiderio e del diritto di sentire il corpo vivo.»
«E dell’ombra?»
«La gioia può trasformarsi in frenesia. Il desiderio di vivere tutto può diventare il bisogno di avere tutto e subito.»
Emma sorride.
«Questa Dea sembra una festa.»
«Una festa che deve imparare a custodire il proprio fuoco.»
«Come si chiama?»
«La Dea Gioiosa.»
Emma si sistema la coperta e prende nuovamente la tazza.
«Allora credo che avremo bisogno di musica.»
«E forse anche di spazio per ballare.»
Emma ride.
Il suo riso attraversa la stanza e sembra svegliare qualcosa nelle pareti antiche.
Per un momento, Pacha Mama ascolta quel suono dal centro del ventre.
Solida.
Calda.
Presente.
Poi lascia che la gioia cominci lentamente a salire.
Capitolo
nono
Il
clitoride
La Dea
Gioiosa
Piacere,
spontaneità e frenesia
Emma rimane seduta con le mani appoggiate sul ventre.
Il suo sorriso è ancora presente, come se la risata di poco prima avesse lasciato una piccola luce sul volto.
«Hai detto che avremo bisogno di musica.»
«Sì.»
«E di spazio per ballare.»
«Anche.»
Emma si alza dal divano e sposta leggermente il tavolino.
«Allora cominciamo subito?»
«Prima incontriamo la donna che desidera danzare.»
Emma torna a sedersi.
«Dove vive questa Dea?»
«Nel clitoride, uno dei luoghi più sensibili del corpo femminile. È un centro legato al piacere, alla gioia, alla spontaneità e alla forza vitale.»
Emma abbassa per un momento lo sguardo.
«Ammetto che provo un po’ di imbarazzo.»
«È naturale. Molte donne sono cresciute parlando poco del proprio piacere.»
«Oppure sentendosi dire che era qualcosa da nascondere.»
«Sì. Il corpo femminile è stato spesso raccontato attraverso il dovere, la bellezza esteriore, la maternità o il desiderio degli altri. Molte donne hanno ricevuto poche parole per conoscere il proprio piacere.»
Emma riflette.
«Quindi questa Dea ci insegna a sentirlo come qualcosa che appartiene a noi.»
«Esattamente. Il piacere può nascere dentro il corpo e appartenere alla nostra relazione con noi stesse.»
«Parli soltanto di piacere sessuale?»
«Il clitoride rappresenta una forma molto intensa e specifica di piacere. L’energia di questo centro, però, può espandersi a tutta la vita.»
«In che modo?»
«Attraverso il movimento, il riso, la musica, il sole sulla pelle, la creatività, il contatto, il gioco e tutto ciò che ci fa sentire vive.»
Emma sorride.
«Quindi la Dea Gioiosa è quella che si sveglia e vuole uscire, incontrare persone e divertirsi.»
«Sì. Durante questi giorni puoi sentire una leggerezza particolare. Il corpo desidera muoversi. Le idee arrivano velocemente e la vita sembra piena di possibilità.»
«Come se dentro si accendessero piccoli fuochi d’artificio.»
«Esattamente.»
Il diritto alla
gioia
Emma
raccoglie una ciocca di capelli e la porta dietro l’orecchio.
«Perché a volte la gioia ci fa quasi paura?»
«Perché ci rende visibili.»
«In che senso?»
«Quando una donna ride, danza, crea, prova piacere e occupa pienamente il proprio spazio, emana molta energia.»
«E può attirare sguardi.»
«Sì. Alcune donne hanno imparato molto presto a ridurre quella luce per sentirsi sicure, accettate o meno giudicate.»
Emma annuisce.
«Da ragazza evitavo di ballare. Avevo paura di sembrare ridicola.»
«Che cosa sentivi nel corpo?»
«Rigidità. Pensavo a come mi vedevano gli altri invece di ascoltare la musica.»
«La gioia aveva bisogno di passare attraverso lo sguardo esterno prima di arrivare a te.»
«E spesso rimaneva bloccata.»
«La Dea Gioiosa ti invita a chiederti: come mi muoverei se nessuno mi stesse osservando?»
Emma ride.
«Probabilmente in modo molto strano.»
«Forse anche molto vero.»
«La gioia ha bisogno di eleganza?»
«Ha bisogno di libertà.»
Emma si alza e muove per un attimo le spalle in modo esagerato.
«Così?»
«Se ti fa sorridere, sì.»
«Mi sento già meglio.»
«Vedi? Il corpo riconosce la gioia prima ancora che la mente la approvi.»
Il piacere come
bussola
Emma torna a
sedersi.
«Il piacere può davvero guidarci?»
«Può offrirci informazioni preziose.»
«Quali?»
«Ci mostra ciò che ci apre, ciò che ci incuriosisce e ciò che porta vitalità. Naturalmente ogni scelta richiede anche consapevolezza, rispetto e responsabilità.»
«Quindi seguire il piacere significa ascoltarlo, non obbedire a ogni impulso.»
«Esattamente. Il piacere è una bussola, mai un ordine.»
Emma ripete:
«Una bussola, mai un ordine.»
«Puoi provare piacere per qualcosa e scegliere comunque il tempo, il luogo e la forma più adatti.»
«Come con la Dea Romantica.»
«Sì. La Romantica insegna la pazienza dell’intimità. La Gioiosa insegna a sentire pienamente il desiderio senza esserne trascinata.»
«Che differenza c’è tra desiderio e impulso?»
«Il desiderio può restare con te, respirare e maturare. L’impulso pretende un’azione immediata.»
«Tutto e subito.»
«Questa è proprio l’ombra della Dea Gioiosa.»
La fretta di vivere
tutto
Emma si
appoggia allo schienale.
«Come si manifesta questa ombra?»
«L’entusiasmo accelera. Vuoi uscire, vedere persone, iniziare progetti, ricevere risposte, vivere esperienze e realizzare ogni desiderio nello stesso momento.»
«Come se la vita dovesse accadere tutta oggi.»
«Sì. Il corpo riceve una scarica di energia e la mente cerca di seguirla in ogni direzione.»
«All’inizio sembra meraviglioso.»
«La frenesia può sembrare gioia. La differenza appare dopo.»
«Che cosa accade dopo?»
«La gioia lascia nutrimento. La frenesia lascia stanchezza, vuoto o irritazione.»
Emma riflette.
«Quindi posso chiedermi come mi sento alla fine.»
«Sì. Il piacere consapevole ti rende più presente. La ricerca continua di stimoli ti disperde.»
«Per esempio, una serata con persone che amo può riempirmi. Passare ore a controllare messaggi e cercare attenzioni può lasciarmi vuota.»
«Esattamente.»
Emma guarda il telefono appoggiato sul tavolino.
«A volte cerco una nuova notifica senza sapere davvero che cosa sto aspettando.»
«Forse aspetti una piccola scarica di piacere.»
«E dura pochissimo.»
«Poi la mente ne cerca subito un’altra.»
Emma capovolge il telefono, lasciando lo schermo contro il legno.
«Questo gesto sembra già una scelta.»
«Hai restituito l’attenzione alla stanza.»
La paura dopo
l’entusiasmo
«Può
arrivare anche un crollo improvviso?» dice Emma. «Prima voglio farmi vedere e subito dopo desidero nascondermi.»
«Sì. È un movimento che molte donne riconoscono.»
«Perché accade?»
«L’espansione può risvegliare la paura. Quando mostri una parte luminosa, creativa o sensuale, puoi sentirti esposta.»
«Come se avessi aperto troppo la porta.»
«Esattamente. All’inizio dici: “Voglio andare, creare, ballare e farmi vedere”. Poco dopo una voce domanda: “E se mi giudicassero? E se sbagliassi? E se fossi troppo?”»
Emma annuisce.
«Quella parola: troppo.»
«Troppo rumorosa. Troppo felice. Troppo sensuale. Troppo presente.»
«Allora mi rimpicciolisco.»
«La Dea Gioiosa ti insegna che la tua luce può avere spazio senza invadere quello degli altri.»
«Posso splendere e restare rispettosa.»
«Sì. La luce di una donna consapevole offre anche alle altre il permesso di brillare.»
Emma sorride.
«Quindi la gioia può essere contagiosa.»
«Molto. Quando nasce da un luogo autentico, crea libertà.»
Il piacere e il
consenso
Emma rimane
per qualche istante in silenzio.
«Vorrei chiederti una cosa più intima.»
«Chiedi.»
«Come possiamo ascoltare il piacere senza dimenticare i confini?»
«Sentendo il corpo momento per momento.»
«Anche quando avevo già detto sì?»
«Sempre. Il consenso è vivo. Può cambiare, rallentare, fermarsi oppure aprirsi con maggiore fiducia.»
Emma porta una mano sul cuore.
«Quindi un sì iniziale non mi obbliga a continuare.»
«Il corpo rimane libero di comunicare.»
«E come posso capire che cosa vuole davvero?»
«Attraverso il respiro, la morbidezza, la curiosità e la sensazione di presenza.»
«E quando il corpo vuole fermarsi?»
«Può irrigidirsi, trattenere il respiro, allontanarsi o sentire confusione. Ogni donna sviluppa il proprio linguaggio.»
«La gioia vera comprende sicurezza.»
«Sì. Il piacere fiorisce meglio dove esistono ascolto, rispetto e libertà.»
Emma abbassa lo sguardo.
«Forse molte donne hanno imparato a chiedersi che cosa desidera l’altro prima di ascoltare se stesse.»
«La Dea Gioiosa riporta la domanda al corpo: che cosa desidero io, in questo momento?»
«E la risposta può essere sì, no, più lentamente oppure così mi piace.»
«Esattamente.»
Il respiro della
liberazione
«Facciamo
una pratica?» chiede Emma.
«Sì. Questa volta resteremo sedute.»
Emma appoggia i piedi sul pavimento.
«Lascia la schiena comoda. Porta le mani sul basso ventre, senza premere.»
Lei chiude gli occhi.
«Inspira dal naso in tre piccoli segmenti.»
Inspiriamo:
uno,
due,
tre.
«Poi espira dalla bocca con un lungo sospiro.»
L’aria esce accompagnata da un suono morbido.
Ripetiamo.
Al secondo sospiro, Emma lascia andare le spalle.
Al terzo, il viso si distende.
«Che cosa senti?» le domando.
«Come se il corpo avesse più spazio.»
«Il sospiro permette di liberare l’energia accumulata senza trasformarla in fretta.»
«È quasi un piccolo piacere.»
«Il respiro può esserlo.»
Continuiamo ancora per qualche ciclo.
«Durante l’inspirazione raccogli la tua energia. Durante l’espirazione lascia andare la pressione di dover fare qualcosa.»
Emma apre gli occhi.
«Posso desiderare senza agire immediatamente.»
«Sì. Il desiderio può restare nel corpo e diventare calore, creatività o presenza.»
Il bacino che
respira
«Adesso
alzati», le dico.
Emma si mette in piedi davanti al divano.
«Lascia i piedi leggermente distanti e le ginocchia morbide.»
Lei segue le mie indicazioni.
«Immagina che il bacino sia una ciotola piena d’acqua. Muovilo lentamente in cerchio, mantenendo il respiro naturale.»
Emma comincia con piccoli movimenti.
«Mi sento un po’ impacciata.»
«Lascia che il cerchio sia piccolo. Il corpo troverà la propria strada.»
Dopo alcuni giri, il movimento diventa più fluido.
«Ora cambia direzione.»
Emma chiude gli occhi.
«Sento la zona lombare sciogliersi.»
«Il movimento del bacino può aiutarti a ritrovare fluidità e presenza.»
«Posso farlo con la musica?»
«Certamente. Scegli una musica che ti faccia sentire viva, evitando di trasformare la danza in un’esibizione.»
«Una danza soltanto per me.»
«Sì. Una danza nella quale il corpo conduce e la mente osserva.»
Due minuti di
libertà
Accendo una
musica ritmica e morbida.
Emma mi guarda.
«Adesso?»
«Adesso.»
«E tu mi guardi?»
«Posso chiudere gli occhi.»
Emma ride.
«Va bene. Ma poi balli anche tu.»
Chiudo gli occhi e lascio che la musica riempia la stanza.
Per qualche secondo sento soltanto i passi timidi di Emma sul pavimento. Poi il ritmo cambia. I suoi piedi diventano più sicuri, le braccia cominciano a muoversi e un piccolo riso le sfugge dalle labbra.
Apro gli occhi.
Emma gira su se stessa, con i capelli che seguono il movimento.
«Avevi promesso di chiuderli!» esclama.
«E tu avevi promesso di ballare.»
Mi alzo e la raggiungo.
Per due minuti lasciamo che il corpo si muova senza una forma precisa.
La casa antica accoglie i nostri passi. Le pietre sembrano conservare il ritmo, mentre fuori le stelle brillano sopra il giardino.
Quando la musica finisce, torniamo sul divano con il fiato più veloce.
Emma ride.
«Avevo dimenticato quanto è bello muoversi senza uno scopo.»
«La gioia possiede valore anche quando non produce nulla.»
«Questa frase è importante.»
«Molte donne sentono di dover giustificare ogni momento attraverso l’utilità.»
«Persino il riposo deve servire per essere più produttive dopo.»
«La Dea Gioiosa ci ricorda che il piacere appartiene alla vita.»
La colpa di stare
bene
Emma prende
la tazza.
«A volte mi sento in colpa quando sono felice e so che una persona che amo sta soffrendo.»
«La compassione può convivere con la gioia.»
«Come?»
«Puoi riconoscere il dolore di un’altra persona senza spegnere completamente la tua luce.»
«Mi sembra quasi egoista ridere mentre qualcuno soffre.»
«La tua tristezza aggiuntiva allevierebbe il suo dolore?»
Emma riflette.
«Probabilmente no.»
«La gioia può offrirti l’energia per essere presente, sostenere e continuare a vivere.»
«Quindi onorare la mia vita non significa dimenticare gli altri.»
«Significa custodire anche la forza che puoi condividere.»
Emma annuisce.
«La Curandera voleva donare tutto. La Gioiosa rischia di spegnersi per solidarietà.»
«Entrambe devono ricordare che una sorgente viva aiuta più di una sorgente prosciugata.»
Il vaso della
gioia
Prendo un
piccolo barattolo di vetro dalla mensola.
«Questo può diventare un rituale quotidiano.»
«Che cosa facciamo?»
«Ogni sera scrivi su un pezzetto di carta un momento di piacere o di gioia vissuto durante la giornata.»
«Anche una cosa piccola?»
«Soprattutto le cose piccole.»
Emma prende un foglietto.
«Che cosa scrivo adesso?»
«Quale momento di oggi ti ha fatto sentire viva?»
Emma pensa e poi scrive:
Ballare senza sapere come.
Piega il foglio e lo mette nel barattolo.
«Con il tempo avrai una raccolta di momenti luminosi.»
«E nei giorni difficili potrò rileggerli.»
«Sì. Il vaso ricorda al corpo che la gioia ha visitato la tua vita molte volte.»
«Mi piace. Sembra un piccolo archivio della luce.»
La gioia che nutre e quella che
consuma
«Come faccio
a distinguere ciò che mi nutre da ciò che mi consuma?» domanda Emma.
«Puoi osservare quattro momenti.»
Emma apre il quaderno.
«Prima: che cosa senti mentre desideri quell’esperienza?»
«Entusiasmo o ansia.»
«Esatto. Durante: riesci a essere presente oppure cerchi continuamente qualcosa di più?»
Emma scrive.
«Dopo: senti pienezza oppure vuoto?»
«E il quarto momento?»
«Il giorno seguente. Il corpo porta energia, serenità e un bel ricordo oppure stanchezza, confusione e rimpianto?»
Emma rilegge.
«Quindi il piacere consapevole ha una coda luminosa.»
«Una bella immagine. Sì, lascia una traccia che continua a nutrire.»
«La frenesia lascia cenere.»
«Il fuoco ha bruciato troppo velocemente.»
Il diritto di cambiare
idea
Emma rimane
pensierosa.
«A volte accetto un invito perché sono piena di entusiasmo. Poi, quando arriva il momento, desidero restare a casa.»
«Puoi ascoltare il cambiamento.»
«Ma temo di sembrare inaffidabile.»
«Puoi rispettare gli impegni e, insieme, riconoscere le tue risorse. La consapevolezza cresce anche imparando a scegliere con meno impulsività.»
«Quindi evito di dire sì immediatamente quando sono nella grande onda dell’entusiasmo.»
«Puoi usare una frase ponte, come hai imparato con la Curandera.»
Emma sorride.
«“Controllo e ti faccio sapere.”»
«Esatto.»
«E quando ho già confermato?»
«Valuta la situazione con onestà. A volte mantenere l’impegno può farti bene. Altre volte il corpo chiede davvero riposo. Comunica con rispetto e assumiti la responsabilità della scelta.»
«La libertà comprende anche le conseguenze.»
«Sempre.»
Il rituale dello
specchio
«Vorrei
offrirti un’altra pratica», dico.
Emma si volta verso lo specchio.
«Devo guardarmi?»
«Sì. Mettiti davanti allo specchio e osserva il tuo volto.»
Emma si alza.
«Adesso sorridi soltanto se il sorriso nasce davvero.»
Lei rimane seria per qualche secondo.
Poi gli angoli della bocca si sollevano lentamente.
«Che cosa vedi?» le domando.
«Vedo una donna un po’ stanca e contenta.»
«Porta una mano sul cuore e l’altra sul basso ventre.»
Emma compie il gesto.
«Ripeti:
“Il mio piacere mi
appartiene.
La mia gioia
possiede spazio.
Posso
brillare senza chiedere scusa.
Scelgo ciò
che nutre il mio corpo e la mia anima.”»
Emma ripete ogni frase guardandosi negli occhi.
«L’ultima è quella che sento di più.»
«Portala nel tuo diario.»
Il diario di
Emma
Torniamo sul
divano.
Emma apre una nuova pagina.
«Quali domande porta la Dea Gioiosa?»
«Queste:
Che cosa ti fa sentire spontanea e viva?
Quando hai smesso di fare qualcosa che ti dava gioia per paura del giudizio?
Quali piaceri semplici nutrono davvero il tuo corpo?
Come reagisci quando senti di essere troppo visibile?
Riesci a ricevere piacere senza sentirti in colpa?
Qual è la differenza, per te, tra desiderio e impulso?
Quali esperienze ti lasciano una coda luminosa?
Quali stimoli ti lasciano vuota o dispersa?
Quando l’entusiasmo diventa fretta?
Che cosa desideri avere tutto e subito?
Come puoi lasciare che quel desiderio maturi?
Che cosa ti aiuta a sentire sicurezza e libertà nell’intimità?
Riesci a cambiare idea e comunicare il tuo confine?
Come ti muoveresti se nessuno ti stesse osservando?
Quale piccolo gesto di gioia puoi concederti oggi senza doverlo meritare?»
Emma legge lentamente.
«L’ultima domanda sembra facile. Eppure mi accorgo che aspetto spesso di aver concluso tutto prima di concedermi qualcosa.»
«E quando concludi tutto?»
Emma ride.
«Mai.»
«Allora la gioia continua ad aspettare.»
«Posso inserirla nella giornata invece di usarla come premio finale.»
«Sì. Una canzone, una passeggiata, un caffè al sole, cinque minuti di danza.»
Emma scrive.
Dopo alcuni minuti chiude il quaderno.
«Ho scelto il mio gesto.»
«Quale?»
«Ogni mattina ascolterò una canzone prima di guardare i messaggi.»
«Una piccola rivoluzione.»
«Il mondo può aspettare tre minuti.»
La medicina della Dea
Gioiosa
Emma porta
entrambe le mani sul basso ventre.
«Provo a riassumere. Nella luce, questa Dea porta piacere, vitalità, spontaneità e desiderio di esprimersi.»
«Sì.»
«Nell’ombra, l’entusiasmo diventa frenesia. Voglio tutto, cerco stimoli continui e poi mi sento svuotata o impaurita.»
«Esattamente.»
«La medicina è restare nel corpo, lasciare respirare il desiderio e scegliere ciò che continua a nutrirmi anche dopo.»
«E ricordare che la gioia possiede valore in se stessa.»
Emma sorride.
«Posso brillare senza chiedere scusa.»
«Sì.»
«Posso anche spegnere la musica quando sento che è abbastanza.»
«Questa è la libertà di governare il proprio fuoco.»
Emma si alza e rimette lentamente il tavolino al suo posto.
La stanza torna tranquilla, ma qualcosa è cambiato. Il movimento della danza sembra ancora presente nell’aria.
«Chi incontreremo adesso?» domanda.
«La Romantica Solitaria.»
Emma solleva le sopracciglia.
«Un’altra Romantica?»
«Questa volta il romanticismo è rivolto completamente verso l’interno.»
«Dove vive?»
«Nella vagina, lo spazio profondo del raccoglimento, della rigenerazione e della solitudine sacra.»
Emma guarda verso il corridoio buio.
«Dopo la festa arriva la grotta.»
«Sì. Dopo l’espansione, il corpo desidera rientrare.»
«E qual è l’ombra?»
«La solitudine sacra può diventare isolamento. La grotta può trasformarsi in un luogo così buio da farci dimenticare la strada verso l’esterno.»
Emma torna a sedersi e avvolge la coperta intorno alle spalle.
«Questa Dea desidera silenzio.»
«Molto.»
Emma prende il telefono e lo spegne.
«Allora sono pronta ad ascoltarla.»
La stanza resta immersa nella quiete.
Fuori, il vento si è fermato.
Le stelle brillano sopra il giardino e la casa sembra trattenere il respiro, come se anche le pietre sapessero che stiamo per entrare in un luogo più profondo.
Emma chiude gli occhi.
La gioia ha danzato.
Adesso cerca una casa in cui riposare.
Capitolo
decimo
La
vagina
La Romantica
Solitaria
Raccoglimento, rigenerazione e
isolamento
Emma rimane seduta con la coperta avvolta intorno alle spalle.
Il telefono è spento sul tavolino. La musica ha lasciato il posto a un silenzio pieno e morbido.
«Questa Dea desidera davvero stare sola?» domanda.
«Desidera tornare a casa dentro di sé.»
«È la stessa cosa?»
«La solitudine può essere una mancanza oppure uno spazio scelto. La Romantica Solitaria cerca un’intimità profonda con se stessa.»
Emma abbassa lo sguardo.
«E vive nella vagina.»
«Sì. Nel luogo ricettivo e profondo del corpo femminile. Una soglia legata simbolicamente all’accoglienza, alla generazione e alla capacità di ritirarsi per rigenerare le proprie energie.»
«Perché la chiami Romantica?»
«Perché sa creare bellezza anche quando è sola. Accende una candela, prepara una tisana, riordina il proprio spazio e trasforma il silenzio in un incontro.»
«Un appuntamento con se stessa.»
«Più intimo ancora. La Dea Romantica del collo corteggia la vita e si apre alla relazione. La Romantica Solitaria chiude per un momento la porta e ascolta ciò che vive nelle stanze più profonde.»
Emma guarda verso la finestra buia.
«A volte sento proprio questo bisogno. Desidero spegnere il telefono, evitare le persone e rimanere a casa.»
«Che cosa provi quando riesci a farlo?»
«All’inizio sollievo.»
«E poi?»
«Dipende. A volte ritrovo me stessa. Altre volte comincio a sentirmi esclusa e controllo se qualcuno mi ha cercata.»
«In quel passaggio incontriamo la luce e l’ombra di questo centro.»
Il rifugio
interiore
«Come si
manifesta la sua luce?» chiede Emma.
«Senti il desiderio di rallentare. Le attività esterne perdono attrazione e cresce il bisogno di silenzio, lettura, meditazione, scrittura o cura del corpo.»
«È una fase passiva?»
«È una fase ricettiva. Fuori può sembrare che accada poco. Dentro si riorganizzano emozioni, pensieri e intuizioni.»
«Come la terra in inverno.»
«Esattamente. La superficie appare immobile, ma nel buio i semi preparano il proprio risveglio.»
Emma si stringe nella coperta.
«Quindi ritirarmi non significa perdere tempo.»
«Può essere un modo profondo di recuperare energia e ascoltare ciò che il rumore quotidiano copre.»
«E perché la vagina rappresenta questo movimento?»
«Perché, nel linguaggio simbolico del nostro viaggio, è uno spazio interno, ricettivo e generativo. Accoglie e custodisce. Possiede una profondità che rimane invisibile dall’esterno.»
«Come una grotta.»
«Sì. Una grotta può proteggere, contenere e trasformare.»
«E può anche fare paura.»
«Il buio mostra ciò che la luce continua a distrarre.»
Emma rimane per qualche istante in silenzio.
«Che cosa può emergere?»
«Stanchezza, tristezza, desideri trascurati, memorie, domande e parti di te che chiedono attenzione.»
«Forse è per questo che a volte continuo a tenermi occupata.»
«Il fare costante può diventare un modo per evitare l’incontro con noi stesse.»
«Pacha Mama voleva agire. Questa Dea mi chiede di fermarmi.»
«Ogni energia conosce una medicina diversa.»
Abitare il proprio
spazio
«Che cosa
fai tu quando senti il bisogno di rientrare?» domanda Emma.
«Creo una piccola soglia tra il mondo e me.»
«Come?»
«Riordino la stanza, abbasso le luci, accendo una candela e preparo qualcosa di caldo. Scelgo pochi gesti e li compio lentamente.»
«Perché riordinare?»
«Lo spazio esterno può aiutare la mente a depositarsi. Un gesto semplice comunica al corpo: qui puoi riposare.»
Emma osserva la stanza.
«Anche questa casa sembra una grotta accogliente.»
«Le pietre conservano il calore, il silenzio e le storie.»
«E durante questo transito posso stare a casa senza sentirmi in colpa.»
«Puoi ascoltare il desiderio di raccoglimento. Questo non significa cancellare ogni impegno o isolarti dal mondo. Significa riconoscere che una parte della tua energia ha bisogno di rientrare.»
«Come faccio a spiegarlo alle persone che amo?»
«Puoi dire: “Oggi ho bisogno di un po’ di silenzio. Tornerò da te quando mi sentirò più presente”.»
Emma sorride.
«È meglio che sparire senza dire nulla.»
«La solitudine consapevole mantiene un filo con il mondo.»
La grotta
oscura
Emma guarda
il telefono spento.
«Quando il rifugio diventa isolamento?»
«Quando il silenzio smette di nutrirti e comincia a restringerti.»
«Come me ne accorgo?»
«Il corpo diventa più pesante. I pensieri girano in cerchio. Eviti anche le persone che potrebbero farti bene e inizi a interpretare ogni distanza come un rifiuto.»
«E allora cerco conferme.»
«Sì. La Romantica Solitaria nell’ombra può chiudersi e, nello stesso tempo, desiderare disperatamente di essere cercata.»
«È una contraddizione.»
«Una parte dice: “Lasciatemi sola”. Un’altra domanda: “Perché nessuno viene a prendermi?”»
Emma annuisce.
«A volte ignoro i messaggi e poi mi dispiace che smettano di scrivermi.»
«Perché desideri protezione e connessione nello stesso momento.»
«Che cosa posso fare?»
«Comunicare il bisogno senza tagliare ogni ponte.»
«Per esempio?»
«“Ho bisogno di stare un po’ con me stessa. Ti rispondo domani.”»
Emma prende il quaderno e annota la frase.
«Quindi scelgo la distanza invece di usarla come prova d’amore.»
«Esattamente.»
«Che cosa intendi per prova d’amore?»
«A volte ci ritiriamo sperando che qualcuno noti il silenzio, insista, ci rincorra e dimostri quanto tiene a noi.»
Emma sorride con imbarazzo.
«Questa la conosco.»
«Il bisogno di essere cercate è umano. La consapevolezza arriva quando riusciamo a esprimerlo direttamente.»
«Potrei dire: “Oggi ho bisogno di spazio, ma mi farebbe piacere sentirti domani”.»
«Una frase chiara evita che l’altra persona debba indovinare.»
Cercare conferme nel
vuoto
Emma
riaccende per un momento lo schermo del telefono, poi lo spegne di nuovo.
«Quando mi sento sola, posso cercare attenzioni da persone che in realtà mi interessano poco.»
«Che cosa stai cercando in quel momento?»
«Forse la sensazione di essere desiderata.»
«La conferma porta sollievo per qualche istante.»
«Poi il vuoto ritorna.»
«Perché l’attenzione ricevuta non incontra il vero bisogno.»
«Qual è il vero bisogno?»
«Può essere vicinanza, riposo, tenerezza, ascolto, contatto o il desiderio di sentirti importante per qualcuno.»
Emma riflette.
«Quindi prima di scrivere a una persona potrei chiedermi: che cosa sto cercando davvero?»
«Sì. E poi: questa persona può offrirmelo in modo rispettoso e autentico?»
«E se la risposta è no?»
«Puoi cercare una forma di nutrimento più vicina alla verità.»
«Chiamare un’amica, per esempio.»
«Oppure scrivere, uscire a camminare, riposare, chiedere un abbraccio o accettare che, per qualche momento, esista anche una mancanza.»
Emma mi guarda.
«Accettare il vuoto è difficile.»
«Il vuoto può diventare uno spazio nel quale nasce qualcosa di nuovo.»
La solitudine scelta e quella
subita
«Esiste una
differenza nel corpo?» domanda Emma.
«Sì. La solitudine scelta contiene libertà. Puoi aprire la porta quando desideri.»
«E quella subita?»
«Porta la sensazione di essere dimenticata, esclusa o separata dal mondo.»
«Ma a volte sono io a chiudere la porta e poi vivo quella chiusura come se fosse stata imposta dagli altri.»
«Questa è una comprensione importante.»
Emma abbassa gli occhi.
«Come posso trasformarla?»
«Ricordando che possiedi una scelta. Puoi restare nella grotta ancora un poco, aprire una finestra, mandare un messaggio sincero oppure chiedere compagnia.»
«Quindi l’isolamento dice: “Nessuno mi vuole”. La solitudine consapevole dice: “In questo momento scelgo di stare con me”.»
«Esattamente.»
«E posso cambiare scelta.»
«Sempre.»
Il respiro del
grembo
«Facciamo
una pratica dolce?» propongo.
Emma appoggia il quaderno e si siede con la schiena comoda.
«Porta entrambe le mani sul basso ventre, poco sopra il pube.»
Lei posa i palmi.
«Lascia che il respiro scenda verso le mani. Durante l’inspirazione immagina il bacino che si espande dolcemente.»
Emma inspira.
«Durante l’espirazione lascia che tutto si ammorbidisca.»
Ripetiamo lentamente.
«Evita di contrarre o forzare. Ascolta soltanto il movimento naturale del respiro.»
«Sento poco movimento.»
«Va bene così. La percezione può crescere con il tempo.»
Continuiamo.
«Immagina una luce calda al centro del bacino. Con ogni inspirazione diventa più presente. Con ogni espirazione si espande senza uscire dal tuo spazio.»
Emma chiude gli occhi.
«Che colore ha?» le domando.
«Rosso scuro. Come una brace.»
«Lascia che quella brace scaldi la tua casa interiore.»
Dopo alcuni minuti Emma apre gli occhi.
«Mi sento più raccolta.»
«Questa pratica può accompagnarti nei momenti in cui senti di esserti dispersa nel mondo.»
La casa nel
bacino
«Perché
parli sempre di casa?» chiede Emma.
«Perché il corpo può diventare il primo luogo al quale tornare.»
«E se nel corpo mi sento a disagio?»
«Allora il ritorno può avvenire molto lentamente. Attraverso il respiro, il contatto delle mani, una coperta, un cuscino o un luogo nel quale ti senti al sicuro.»
«Quindi evito di pretendere subito una grande connessione.»
«Sì. Anche un piccolo momento di presenza è già una porta.»
Emma appoggia di nuovo le mani sul basso ventre.
«Posso dire qualcosa durante il respiro?»
«Puoi ripetere:
“Ritorno al mio
spazio.
Il mio corpo
può diventare casa.
Il silenzio
mi ascolta.
Dentro di me
esiste una luce.”»
Emma pronuncia le parole lentamente.
Il rituale della
candela
Mi alzo e
prendo una piccola candela.
La poso sul tavolino e la accendo.
La fiamma illumina il volto di Emma.
«Questa pratica è molto semplice», le spiego. «Abbassa le luci e guarda la fiamma per qualche minuto.»
Emma segue il movimento della candela.
«Poi chiudi gli occhi e immagina la stessa luce al centro del bacino.»
Lei chiude le palpebre.
«La fiamma esterna diventa un ricordo della tua luce interiore.»
Rimaniamo in silenzio.
«Adesso puoi dire:
“Anche nel buio, la mia luce
rimane.
La mia
solitudine è uno spazio vivo.
Scelgo
quando chiudere la porta
e scelgo
quando riaprirla.”»
Emma ripete la frase.
Quando apre gli occhi, la fiamma continua a muoversi davanti a lei.
«La parte sul riaprire la porta mi piace molto.»
«La grotta è un luogo di passaggio, mai una prigione.»
Il contatto con il
mondo
«Come faccio
a capire quando è il momento di uscire?» domanda.
«Osserva se il silenzio continua a nutrirti.»
«E se comincia a pesare?»
«Puoi compiere un gesto piccolo. Aprire una finestra, fare una doccia, uscire in giardino, preparare un pasto oppure inviare un messaggio a una persona fidata.»
«Senza obbligarmi subito a partecipare a una festa.»
«Esatto. Il ritorno al mondo può essere graduale.»
Emma pensa.
«Potrei creare una scala.»
«Che tipo di scala?»
«Al primo gradino apro la finestra. Al secondo faccio una passeggiata. Al terzo mando un messaggio. Al quarto incontro qualcuno.»
«È un’ottima pratica.»
Emma la scrive nel quaderno.
«Ogni donna può costruire la propria scala verso l’esterno.»
«Sì. E può usarla anche nella direzione opposta, quando sente il bisogno di rientrare.»
La cura
dell’intimità
Emma rimane
pensierosa.
«Questo centro riguarda anche il rapporto con la nostra intimità fisica?»
«Sì. Può invitarci a sentire la vagina come parte del nostro corpo, con rispetto e naturalezza.»
«Molte donne hanno un rapporto difficile con questa zona.»
«Possono esserci vergogna, distanza, dolore, giudizi ricevuti o esperienze delicate. Ogni donna merita di avvicinarsi al proprio corpo con i tempi e il sostegno di cui ha bisogno.»
«Quindi le pratiche devono restare gentili.»
«Sempre. La consapevolezza evita di forzare. Puoi cominciare dal semplice riconoscimento: questa parte appartiene a me e merita ascolto.»
Emma annuisce.
«Senza dover fare qualcosa.»
«La presenza è già qualcosa.»
«E se una donna sente dolore o forte disagio?»
«È importante ascoltare il corpo e rivolgersi a una professionista sanitaria qualificata quando serve. Il percorso spirituale accompagna l’esperienza, ma non sostituisce la cura medica o psicologica.»
Emma sorride.
«Questa chiarezza mi fa sentire più sicura.»
«Ogni pratica autentica rispetta i limiti della propria competenza.»
La stanza
segreta
«Immagina
adesso una stanza dentro di te», continuo.
Emma chiude gli occhi.
«Com’è fatta?»
«Ha pareti scure e un tappeto morbido.»
«C’è una finestra?»
«Piccola.»
«Che cosa entra da quella finestra?»
«La luce della Luna.»
«In questa stanza esiste qualcosa che desideri custodire?»
Emma rimane in silenzio.
«La mia parte più delicata.»
«Che cosa le serve?»
«Tempo. E persone che entrino soltanto con rispetto.»
«Questa stanza rappresenta la tua intimità. Tu possiedi la chiave.»
Emma apre gli occhi.
«Posso scegliere chi entra.»
«E puoi cambiare idea.»
«Posso anche entrarci soltanto io.»
«Sì. La tua intimità appartiene prima di tutto a te.»
Il diario di
Emma
Emma apre
una nuova pagina.
«Quali domande porta la Romantica Solitaria?»
«Queste:
Come vivi il tempo trascorso da sola?
Quali gesti trasformano la solitudine in uno spazio nutriente?
Quando il desiderio di raccoglimento diventa isolamento?
Che cosa accade nel tuo corpo quando ti senti esclusa o dimenticata?
Riesci a comunicare il bisogno di stare sola senza interrompere ogni legame?
Quali conferme cerchi quando senti un vuoto?
Che cosa desideri ricevere davvero in quei momenti?
Quali persone sanno rispettare il tuo silenzio?
Qual è il primo gradino della tua scala per tornare verso il mondo?
Quale luogo della casa ti fa sentire protetta?
Come potresti rendere più accogliente il tuo spazio interiore?
Che rapporto hai con la tua intimità?
Quali confini proteggono la tua parte più delicata?
Che cosa desideri custodire nella tua stanza segreta?
Quale piccola luce rimane accesa anche durante i tuoi momenti più bui?»
Emma legge lentamente.
«L’ultima domanda mi commuove.»
«Che risposta senti?»
Emma pensa a lungo.
«La curiosità.»
«Raccontami.»
«Anche quando sono triste, una piccola parte di me continua a chiedersi che cosa accadrà dopo.»
«Quella curiosità è una luce.»
Emma la scrive.
Il bagno del
silenzio
«Vorrei
creare un piccolo rituale per la sera», dice Emma.
«Che cosa immagini?»
«Una doccia calda, una candela e il telefono fuori dalla stanza.»
«Aggiungi un gesto di cura.»
«Potrei massaggiare le gambe con un olio.»
«E poi?»
«Mettermi a letto con il quaderno e scrivere una frase.»
«Quale?»
Emma riflette.
«Questa sera mi appartengo.»
«È una bellissima frase.»
Emma la scrive al centro della pagina.
«Potrebbe essere il rituale della Romantica Solitaria», dice.
«Un bagno di silenzio nel quale torni a te stessa.»
La medicina della Romantica
Solitaria
Emma chiude
il quaderno.
«Provo a riassumere. Nella sua luce, questa Dea ama il silenzio, la cura di sé e la solitudine scelta.»
«Sì.»
«Nell’ombra si chiude, interpreta la distanza come un rifiuto e cerca conferme che non riescono a colmare il vero bisogno.»
«Esattamente.»
«La medicina è creare un rifugio che abbia anche una porta.»
«Una porta che sai chiudere e riaprire.»
«Posso ritirarmi senza sparire.»
«Sì.»
«Posso sentire un vuoto senza riempirlo subito.»
«Sì.»
«E posso chiedere vicinanza quando ne ho bisogno.»
«Anche questo fa parte della sovranità.»
Emma stringe la coperta intorno alle spalle.
«Questa sera mi appartengo.»
«Porta con te questa frase.»
Rimaniamo a lungo in silenzio.
La candela continua a bruciare sul tavolino. Fuori, il giardino è immobile e la notte sembra una grande grotta che custodisce la casa.
Emma guarda la fiamma.
«Siamo quasi alla fine del viaggio.»
«Manca ancora un centro.»
«L’interno delle cosce.»
«Sì. L’energia dell’azione, della manifestazione e del movimento.»
Emma sorride.
«Dopo essere rimaste nella grotta, torniamo a camminare.»
«Esattamente.»
«Quale Dea incontreremo?»
«La Dea Manifestatrice.»
«Quella del fare, fare, fare.»
«E della resistenza che può bloccare ogni passo.»
Emma allunga lentamente le gambe sotto la coperta.
«Mi sembra perfetto. Prima impariamo a tornare dentro e poi a uscire con una direzione.»
«Il riposo prepara l’azione.»
«E l’azione avrà bisogno del riposo.»
«Ogni Dea apre la strada alla successiva.»
Emma spegne la candela.
Per qualche secondo rimane soltanto il buio.
Poi la luce della Luna entra dalla finestra e disegna una linea chiara sul pavimento.
Emma la osserva.
«Ecco la nostra strada.»
«Un passo alla volta.»
La Romantica Solitaria rimane ancora per un momento nella sua stanza segreta.
Poi apre lentamente la porta.
Capitolo
undicesimo
L’interno
delle cosce
La Dea
Manifestatrice
Azione,
realizzazione e resistenza
La luce della Luna attraversa la finestra e disegna una strada chiara sul pavimento.
Emma lascia scivolare la coperta dalle spalle e appoggia entrambi i piedi a terra.
«Un passo alla volta», ripete.
«È proprio così che incontriamo l’ultima Dea.»
«Nell’interno delle cosce.»
«Sì. In quei muscoli profondi che sostengono il bacino e accompagnano ogni nostro passo.»
Emma porta le mani sulle gambe.
«Perché questo centro è legato all’azione?»
«Perché le gambe ci permettono di avanzare, cambiare direzione, avvicinarci a qualcosa oppure allontanarci da ciò che ha concluso il proprio tempo.»
«Quindi la Dea Manifestatrice trasforma le intenzioni in movimento.»
«Esattamente. Tutte le donne incontrate finora hanno preparato questo momento.»
Emma riflette.
«La Sciamana ha riconosciuto la direzione.»
«La Creativa l’ha immaginata.»
«La Magica ha organizzato gli aspetti pratici.»
«La Libera ha trovato le parole.»
«La Regina ha scelto.»
«La Romantica ha imparato ad aspettare.»
«La Curandera ha protetto le proprie energie.»
«Pacha Mama ha acceso il fuoco.»
«La Gioiosa ha portato entusiasmo.»
«E la Romantica Solitaria ha creato il silenzio necessario per ascoltare.»
Emma sorride.
«Adesso la Manifestatrice deve alzarsi e cominciare.»
«Sì. Porta nel mondo ciò che prima viveva soltanto dentro di te.»
La spinta del
fare
Emma si
alza.
«Come si manifesta questa energia quando è luminosa?»
«Ti svegli con una grande voglia di agire. Vedi chiaramente ciò che deve essere fatto e possiedi l’energia per iniziare.»
«Fare, fare, fare.»
«Questa è la sua frase più immediata. Quando è equilibrata, però, il fare possiede una direzione.»
«Quindi non corro semplicemente da una cosa all’altra.»
«La Dea Manifestatrice sceglie una meta e vi porta il corpo, le mani e il tempo.»
Emma cammina lentamente nella stanza.
«È un buon momento per concludere ciò che ho lasciato a metà?»
«Sì. Puoi sistemare la casa, completare un progetto, rispondere a una lettera, preparare un incontro oppure compiere quel passo concreto che continui a rimandare.»
«In una giornata così, sentirei la bicicletta chiamarmi fin dal mattino.»
«È proprio così. Pedaleresti sotto il sole toscano, attraversando strade bianche, campi e piccoli borghi. Ogni giro dei pedali sembrerebbe dirti: avanti.»
Emma sorride.
«Mi piace andare in bicicletta quando ho molte cose nella testa.»
«Il movimento può aiutare i pensieri a trovare una direzione.»
«E quando torno a casa, spesso so da dove cominciare.»
«Il corpo possiede un’intelligenza concreta. Mentre camminiamo, pedaliamo o lavoriamo con le mani, qualcosa dentro di noi si organizza.»
Manifestare
Emma torna
davanti al divano.
«Che cosa significa davvero manifestare? Questa parola viene usata moltissimo.»
«Per me significa offrire una forma concreta a un’intenzione.»
«Quindi pensare intensamente a qualcosa non basta.»
«Il pensiero può aprire la strada. Poi servono azioni, scelte, costanza e capacità di incontrare la realtà.»
«Anche quando la realtà è diversa dall’immagine iniziale.»
«Soprattutto allora. Manifestare significa collaborare con la vita, mai comandarla.»
Emma annuisce.
«Posso desiderare di scrivere un libro. La manifestazione comincia quando apro il quaderno e scrivo la prima pagina.»
«Esatto.»
«Poi continuo anche nei giorni in cui l’ispirazione è più debole.»
«Questa è la forza della costanza.»
«Quindi la Dea Manifestatrice conosce anche la disciplina.»
«Una disciplina viva, capace di sostenere il desiderio.»
«La disciplina mi sembra spesso dura.»
«Può essere un atto d’amore verso qualcosa che per te conta.»
Emma rimane pensierosa.
«Quando scrivo anche soltanto per venti minuti, sto dicendo al mio progetto: sei importante.»
«E stai dicendo la stessa cosa a te stessa.»
Azione e
agitazione
«Come
distinguo l’azione dalla frenesia?» domanda Emma.
«L’azione crea avanzamento. L’agitazione crea movimento senza direzione.»
«Posso essere occupata tutto il giorno e rimanere nello stesso punto.»
«Sì. Rispondi a messaggi, sistemi dettagli, inizi compiti secondari e la cosa veramente importante resta intatta.»
Emma ride.
«Ogni volta che devo scrivere, improvvisamente sento il bisogno urgente di pulire la cucina.»
«La cucina diventa il rifugio perfetto dalla pagina bianca.»
«E io posso raccontarmi di essere stata molto produttiva.»
«La Dea Manifestatrice ti chiede: quale azione avvicina davvero il progetto alla sua forma?»
Emma prende il quaderno e scrive la domanda.
«Quindi, prima di cominciare la giornata, scelgo il gesto più importante.»
«Un gesto concreto e possibile.»
«Per esempio, scrivere una pagina invece di “finire il libro”.»
«Esattamente. Un obiettivo enorme può immobilizzare. Un passo chiaro invita il corpo a muoversi.»
L’ombra della
resistenza
Emma si
siede di nuovo.
«E la sua ombra può essere la resistenza?»
«Sì. La stessa energia che ci spinge ad agire può congelarsi.»
«Come si manifesta?»
«Hai molte idee, desideri fare mille cose e continui a rimandare. Il corpo si sente pesante, la mente confusa e ogni compito appare più grande di quanto sia.»
«La bicicletta rimane ferma.»
«Il giardino sembra immenso, il progetto irraggiungibile e persino il primo passo diventa difficile.»
«Perché succede?»
«La resistenza può avere molte radici. Paura del fallimento, paura del successo, stanchezza, perfezionismo, mancanza di chiarezza oppure un progetto che ha perso significato.»
Emma inclina la testa.
«Anche la paura del successo?»
«Realizzare un desiderio cambia la vita. Può renderci visibili, aumentare le responsabilità e portarci fuori da un’identità conosciuta.»
«Quindi una parte vuole avanzare e un’altra desidera restare al sicuro.»
«Esattamente.»
«Come posso dialogare con la parte che resiste?»
«Invece di accusarla di pigrizia, chiedile che cosa sta cercando di proteggere.»
Emma abbassa lo sguardo.
«Forse teme il giudizio.»
«Oppure teme di scoprire che il risultato sarà imperfetto.»
«Ogni risultato reale è più imperfetto di quello immaginato.»
«E proprio per questo può vivere.»
Il perfezionismo che
immobilizza
Emma apre il
quaderno.
«Credo che il mio blocco nasca spesso dal perfezionismo.»
«Che cosa ti dice?»
«Che devo sapere già tutto prima di iniziare.»
«E quando inizi?»
«Continuo a correggere le prime righe e non arrivo mai alla seconda pagina.»
«Il perfezionismo cerca di evitarti l’esperienza di essere principiante.»
Emma sorride.
«Vorrebbe farmi nascere già esperta.»
«Ogni creazione attraversa una fase incerta, disordinata e fragile.»
«Come un seme che rompe la terra.»
«Sì. Se giudicassimo il germoglio perché non è ancora un albero, nessuna foresta potrebbe nascere.»
Emma scrive la frase.
«Quindi devo permettere alla prima versione di essere un germoglio.»
«La prima versione ha il compito di esistere. La revisione arriverà dopo.»
«Questa regola potrebbe salvarmi.»
La domanda del primo
passo
«Quando ti
senti bloccata», continuo, «evita di chiederti come concludere tutto.»
«Che cosa mi chiedo?»
«Qual è il passo più piccolo che posso compiere adesso?»
Emma pensa.
«Aprire il documento.»
«Bene.»
«Scrivere il titolo.»
«Bene.»
«Restare dieci minuti davanti alla pagina.»
«Anche questo è un passo.»
«E se dopo dieci minuti ancora non scrivo?»
«Avrai comunque allenato il corpo a presentarsi.»
Emma mi guarda.
«Presentarsi è già una forma di costanza.»
«Molto potente. La creatività impara a fidarsi di te quando ti trova regolarmente al suo appuntamento.»
«Anche quando lei arriva in ritardo.»
«Tu puoi preparare la stanza.»
Il movimento delle
gambe
«Facciamo
una pratica?» domanda Emma.
«Sì. Cominciamo in piedi.»
Ci spostiamo al centro della stanza.
«Allarga i piedi quanto senti comodo. Lascia le ginocchia morbide.»
Emma sistema la posizione.
«Inspira sollevando le braccia verso l’alto, come se raccogliessi energia dal cielo.»
Le braccia salgono.
«Espira portando i gomiti verso il corpo e chiudendo delicatamente le mani, come se raccogliessi quella forza dentro di te.»
Ripetiamo lentamente.
«Durante l’inspirazione pensa: “Vedo la possibilità”. Durante l’espirazione: “La porto nel corpo”.»
Emma continua per alcuni cicli.
«Sento le gambe diventare calde.»
«L’energia comincia a scendere dalle idee verso la terra.»
«Posso farlo quando rimango troppo nella testa?»
«Sì. Mantieni il movimento dolce e adattalo sempre alle possibilità del corpo.»
La posizione della
stabilità
«Adesso apri
leggermente di più i piedi e ruotali verso l’esterno», continuo.
Emma mi osserva.
«Dobbiamo scendere?»
«Soltanto quanto ti senti comoda. Piega le ginocchia e mantieni la schiena lunga.»
Emma scende in una posizione morbida.
«Porta le mani davanti al cuore.»
Lei unisce i palmi.
«Senti l’interno delle cosce che sostiene il bacino. Respira lentamente.»
Dopo alcuni istanti Emma dice:
«È più faticoso di quanto sembri.»
«La manifestazione richiede presenza. Rimani soltanto finché il corpo si sente stabile.»
«Che cosa penso?»
«Puoi ripetere:
“Resto presente nel mio
passo.
Le mie gambe
sostengono la mia direzione.
La forza
cresce attraverso la costanza.”»
Emma respira ancora due volte, poi risale lentamente.
«Sento molto chiaramente le gambe.»
«A volte abbiamo bisogno di ricordare fisicamente che possediamo un sostegno.»
Camminare con
intenzione
«Adesso
cammina lentamente nella stanza», le dico.
Emma compie un passo.
«Appoggia prima un piede e senti il peso trasferirsi. Poi porta avanti l’altro.»
Cammina in silenzio.
«A ogni passo pronuncia una parola.»
«Quale?»
«Scegli tre parole legate a ciò che desideri realizzare.»
Emma pensa.
«Scrivere. Condividere. Completare.»
Compie tre passi.
«Scrivere.»
Un altro passo.
«Condividere.»
Poi:
«Completare.»
Continua a ripetere le parole, lasciando che il ritmo diventi naturale.
«Che cosa senti?» le domando.
«La parola “completare” mi mette un po’ di paura.»
«Che cosa potrebbe cambiare se completassi davvero il libro?»
Emma smette di camminare.
«Dovrei lasciarlo andare. Le altre persone potrebbero leggerlo, giudicarlo e riconoscersi oppure sentirsi lontane.»
«Finché rimane incompleto, appartiene soltanto a te.»
«E posso continuare a immaginarlo perfetto.»
«La manifestazione richiede anche il coraggio di consegnare ciò che hai creato.»
Emma inspira profondamente.
«Allora cambio la parola.»
«Quale scegli?»
«Affidare.»
Riprende a camminare.
«Scrivere. Condividere. Affidare.»
Il suo passo diventa più morbido.
L’azione
saggia
Torniamo sul
divano.
«Che cosa distingue l’azione saggia dal fare incessante?» domanda Emma.
«L’azione saggia conosce una priorità e anche un limite.»
«Quindi sa quando fermarsi.»
«Sì. Il fare incessante misura il valore della giornata attraverso la quantità. L’azione saggia guarda la qualità della presenza.»
«Posso compiere un solo gesto importante e considerare la giornata piena.»
«Certamente.»
«E posso fare molte cose inutili e sentirmi comunque vuota.»
«Anche questo accade.»
Emma apre il quaderno.
«Come scelgo la priorità?»
«Puoi chiederti:
Quale azione sostiene davvero la vita che desidero?
Quale compito possiede una scadenza reale?
Quale gesto porterà maggiore leggerezza dopo essere stato concluso?»
Emma annota le tre domande.
«E poi ne scelgo uno.»
«Uno principale. Il resto può accompagnarlo senza rubargli tutto lo spazio.»
Il ritmo
personale
«La costanza
significa fare qualcosa ogni giorno?» domanda Emma.
«Può significarlo, ma ogni progetto ha il proprio ritmo.»
«Quindi potrei scrivere tre volte alla settimana.»
«Sì. La costanza nasce da un accordo realistico che riesci a rispettare.»
«Se prometto troppo, fallisco e mi critico.»
«Un impegno eccessivo alimenta la resistenza.»
«Meglio poco e regolare.»
«Meglio un ritmo vivo, capace di adattarsi alle stagioni della tua vita.»
Emma sorride.
«Quindi anche la disciplina può respirare.»
«Deve respirare, altrimenti diventa una gabbia.»
Il giorno della
resistenza
«E nei
giorni in cui proprio non riesco?» chiede.
«Prima ascolta se il corpo ha bisogno di riposo.»
«Come distinguo il riposo dalla fuga?»
«Il riposo scelto porta un senso di sollievo e rigenerazione. La fuga lascia una tensione di fondo, perché sai che continui a evitare qualcosa.»
Emma annuisce.
«Quando sto evitando, anche il riposo non riposa davvero.»
«Esatto. In quel caso puoi fare un passo minuscolo prima di fermarti.»
«Scrivo una frase e poi chiudo.»
«Oppure preparo il materiale per il giorno successivo. Il gesto dice alla resistenza: ti vedo, e continuo a mantenere un filo con il mio progetto.»
«Un filo è sufficiente.»
«Un filo può riportarti alla strada.»
Il rituale dei tre
sassi
Prendo tre
piccoli sassi levigati da una ciotola sul mobile.
«Li hai raccolti al mare?» domanda Emma.
«Sì.»
Glieli porgo.
«Il primo rappresenta ciò che desideri iniziare.»
Emma posa il sasso sul tavolino.
«Il secondo rappresenta ciò che desideri continuare.»
Posa anche quello.
«Il terzo rappresenta ciò che è pronto per essere concluso o affidato.»
Emma tiene l’ultimo sasso nel palmo più a lungo.
«Pensa a tre azioni concrete.»
«Iniziare una nuova routine di scrittura.»
Posa un dito sul primo sasso.
«Continuare il diario lunare.»
Sfiora il secondo.
«E concludere la prima bozza.»
Appoggia il terzo.
«Adesso scegli un gesto per ciascuno.»
Emma scrive:
Iniziare: stabilire tre mattine alla settimana.
Continuare: annotare ogni sera l’energia dominante.
Concludere: scrivere senza correggere fino alla fine del capitolo.
«I sassi possono rimanere sulla scrivania», le dico. «Ogni volta che li guardi, ricordi l’accordo.»
«E quando avrò concluso?»
«Puoi riportare il terzo sasso al mare oppure lasciarlo in un luogo significativo.»
«Come restituzione.»
«Ogni conclusione libera energia per qualcosa di nuovo.»
Lasciare incompiuto ciò che ha
perso vita
Emma osserva
i sassi.
«Dobbiamo sempre completare ciò che iniziamo?»
«No.»
«Pensavo che la Dea Manifestatrice pretendesse di finire tutto.»
«La vera manifestazione comprende anche la scelta di interrompere ciò che ha perso significato.»
«Come riconosco la differenza tra resa e saggezza?»
«Chiediti se il progetto continua ad avere vita dentro di te.»
«E se mi interessa ancora, ma è difficile?»
«La difficoltà, da sola, suggerisce poco. Ascolta se sotto la fatica esiste ancora una scintilla.»
«E se la scintilla è spenta?»
«Puoi onorare ciò che hai imparato e lasciare andare.»
«Senza considerarlo un fallimento.»
«Un sentiero interrotto può averti comunque portata in un luogo importante.»
Emma annuisce.
«Anche scegliere che cosa smettere libera le gambe.»
«Sì. Possiamo restare bloccate perché continuiamo a trascinare progetti, promesse e identità che appartengono a un’altra stagione.»
Il peso delle promesse
antiche
«Quali
identità?» domanda Emma.
«La donna che dovevi diventare. Il lavoro che credevi di dover fare. Il ruolo che hai promesso di mantenere. L’immagine di te costruita per rendere felici gli altri.»
Emma rimane immobile.
«E se quella donna non mi rappresenta più?»
«Puoi ringraziarla per averti portata fin qui.»
«E poi?»
«Puoi permetterle di riposare.»
Emma guarda le proprie gambe.
«Forse la resistenza nasce anche quando tento di camminare verso una vita che non desidero più.»
«Esattamente. Il corpo rallenta per proteggerti da una direzione priva di verità.»
«Quindi ogni blocco non va combattuto.»
«Prima va ascoltato.»
«Poi scelgo se ho bisogno di coraggio per avanzare oppure di coraggio per cambiare strada.»
«Questa è la saggezza della Manifestatrice.»
Il diario di
Emma
Emma apre
una pagina nuova.
«Quali domande porta l’ultima Dea?»
«Queste:
Quale progetto desidera diventare reale?
Qual è il passo più piccolo che puoi compiere oggi?
Quali attività ti danno una sensazione autentica di avanzamento?
Quando l’azione diventa agitazione?
Quale compito importante eviti occupandoti di dettagli secondari?
Che cosa cerca di proteggere la tua resistenza?
Temi maggiormente il fallimento oppure la visibilità che potrebbe arrivare con il successo?
Dove senti il blocco nel corpo?
Quale ritmo realistico può sostenere la tua costanza?
Che cosa merita di essere iniziato?
Che cosa desideri continuare?
Che cosa è pronto per essere concluso o affidato?
Quale progetto ha perso la propria scintilla?
Quale promessa antica continua a guidare i tuoi passi?
Verso quale vita desideri camminare oggi?
Come puoi usare la tua energia senza consumarla?
Quale azione concreta trasformerà un desiderio in realtà?»
Emma legge ogni domanda.
Poi rimane a lungo sulla pagina bianca.
«Che cosa senti?» le domando.
«Tutte queste domande sembrano portarmi a una sola.»
«Quale?»
Emma scrive lentamente:
Che cosa sto aspettando?
Rimane a guardare la frase.
«E qual è la risposta?» le chiedo.
«Di sentirmi completamente pronta.»
«Ti sei mai sentita completamente pronta davanti a qualcosa di importante?»
Emma sorride.
«Mai.»
«Forse la prontezza cresce mentre cammini.»
«Quindi posso iniziare con la parte di me che è pronta oggi.»
«Quella parte è sufficiente per il primo passo.»
La promessa delle
gambe
Emma si alza
nuovamente.
Questa volta rimane ferma al centro della stanza.
Porta le mani sull’interno delle cosce e chiude gli occhi.
«Che cosa vuoi dire alle tue gambe?» le domando.
Emma respira.
«Grazie per avermi portata fin qui.»
Aspetta qualche istante.
«E adesso?»
«Chiedo loro di accompagnarmi verso ciò che desidero davvero.»
«Pronuncialo come una promessa.»
Emma apre gli occhi.
«Cammino nella direzione della mia verità. Un passo alla volta. Con forza, pazienza e rispetto per il mio ritmo.»
«Questa è la voce della Dea Manifestatrice.»
La medicina della Dea
Manifestatrice
Torniamo a
sederci.
«Provo a riassumere per l’ultima volta», dice Emma.
«Ti ascolto.»
«Nella sua luce, questa Dea porta energia, costanza e capacità di dare una forma concreta ai desideri.»
«Sì.»
«Nell’ombra, posso fare troppe cose senza direzione oppure bloccarmi completamente nella resistenza.»
«Esattamente.»
«La medicina è scegliere un passo reale, ascoltare il corpo e continuare con un ritmo sostenibile.»
«E lasciare andare ciò che ha perso la propria vita.»
«Manifestare significa collaborare con la realtà.»
«Sì.»
«E completare significa anche affidare ciò che ho creato allo sguardo del mondo.»
«Con coraggio e con tenerezza.»
Emma chiude il quaderno.
Per qualche istante osserviamo insieme gli undici capitoli che ormai vivono tra quelle pagine.
«Siamo arrivate alla fine?» domanda.
«Alla fine del primo giro.»
«Perché il ciclo ricomincia.»
«La Luna continua il proprio viaggio e le undici donne tornano a visitarci.»
Emma passa una mano sulla copertina.
«La prossima volta, però, saprò riconoscerle.»
«All’inizio forse soltanto dopo che saranno passate.»
«Poi mentre sono presenti.»
«E un giorno potresti sentirle arrivare.»
«Come un cambiamento nell’aria.»
«Oppure nel corpo, nei pensieri, nel modo in cui guardi il mondo.»
Emma sorride.
«Allora il diario continua.»
«Il vero libro comincia proprio lì.»
«Dove?»
«Nella tua esperienza.»
Il cerchio si
chiude
La notte è
ormai profonda.
La tisana è finita da tempo, la candela si è consumata e il giardino riposa sotto la Luna.
Emma raccoglie i tre sassi e li stringe nel palmo.
«Quando sono arrivata, pensavo di dover trovare una sola versione autentica di me.»
«E adesso?»
«Adesso sento che la mia autenticità contiene molte donne.»
«Undici porte dello stesso tempio.»
«La Sciamana, la Creativa, la Magica, la Libera, la Regina, la Romantica, la Curandera, Pacha Mama, la Gioiosa, la Romantica Solitaria e la Manifestatrice.»
«Ognuna con la propria luce e la propria ombra.»
«E nessuna è sbagliata.»
«Ogni donna interiore porta un messaggio.»
Emma abbassa lo sguardo.
«Anche quella ossessiva, quella arrabbiata e quella che vuole nascondersi?»
«Anche loro. Hanno bisogno di essere ascoltate, comprese e accompagnate verso il proprio centro.»
«Quindi diventare la regista della mia vita significa evitare di cacciare le attrici più difficili.»
«Significa conoscerle abbastanza da evitare che prendano il controllo dell’intera storia.»
Emma ride.
«Alcune amano molto il ruolo da protagonista.»
«Soprattutto quando restano a lungo nell’ombra.»
Rimaniamo in silenzio.
Poi Emma posa una mano sul cuore e l’altra sul ventre.
«Io sono la casa.»
«Sì.»
«Le undici donne vengono e vanno.»
«E tu impari ad accoglierle.»
«Offro loro una sedia, ascolto ciò che hanno da dire e poi scelgo come prosegue la giornata.»
«Questa è consapevolezza.»
Emma guarda verso la finestra.
La Luna illumina il sentiero nel giardino.
«Domani comincerò il diario.»
«Da che cosa partirai?»
«Mi chiederò quale donna sta guardando il mondo attraverso i miei occhi.»
«E poi?»
«Scriverò come mi sento, che cosa accade nel corpo e quale energia riconosco.»
«Ricorda di osservare senza cercare di ottenere subito una mappa perfetta.»
«La mappa emergerà con il tempo.»
«Come un sentiero che diventa visibile camminando.»
Emma si alza e infila il quaderno nella borsa.
Prima di andare si ferma davanti allo specchio.
Osserva il proprio volto, le sopracciglia, le guance, le labbra e i lobi delle orecchie. Raccoglie i capelli e scopre la nuca. Porta le mani al petto, all’ombelico, al basso ventre e infine alle gambe.
«Sono tutte qui», dice.
«Sono sempre state qui.»
Emma si volta verso di me.
«Avevano bisogno di un nome.»
«E di una donna disposta ad ascoltarle.»
Apre la porta.
L’aria fresca della notte entra nella casa.
«Ci rivedremo?» domanda.
«Ogni volta che aprirai queste pagine.»
Emma sorride.
Poi compie il primo passo sul sentiero illuminato dalla Luna.
La osservo allontanarsi lentamente tra gli alberi.
Cammina senza fretta.
Porta con sé il quaderno, i tre sassi e undici donne interiori che finalmente hanno cominciato a parlarsi.
Prima di scomparire dietro la curva, si volta un’ultima volta.
«Ho capito una cosa», dice.
«Quale?»
«Io non sono soltanto la marea.»
Rimane in silenzio per un respiro.
«Sono anche il mare che la accoglie.»
Poi riprende il cammino.
E sotto la Luna toscana, il cerchio ricomincia.
Epilogo
La tua
sequenza segreta
Emma è
ancora davanti alla porta quando si ferma.
La luce della Luna attraversa il giardino e si posa sul sentiero. Lei tiene il quaderno stretto al petto, come se custodisse qualcosa di prezioso.
Poi si volta verso di me.
«C’è ancora una cosa che voglio capire.»
«Dimmi.»
«Le undici donne arrivano sempre nell’ordine in cui le abbiamo incontrate nel libro? Prima la Sciamana, poi la Creativa, la Magica e tutte le altre?»
Sorrido e scuoto lentamente la testa.
«No, Emma. L’ordine del libro è una strada che abbiamo scelto per conoscerle una alla volta. La tua sequenza interiore può essere completamente diversa.»
Lei torna verso di me.
«Quindi ogni donna possiede un ordine personale?»
«Sì. Secondo gli insegnamenti dei centri lunari, ogni donna nasce con una propria sequenza. È come una melodia composta da undici note. Le note appartengono a tutte noi, ma il modo in cui si susseguono crea una musica unica.»
Emma abbassa lo sguardo verso il quaderno.
«La mia musica.»
«La tua e soltanto tua.»
«E questa sequenza cambia durante la vita?»
«Secondo questa tradizione, il ritmo tende a ripetersi seguendo lo stesso ordine personale. Ogni energia viene descritta come presente per circa due giorni e mezzo, prima di lasciare il posto alla successiva. Dopo il passaggio di tutte e undici, il cerchio ricomincia.»
«Sempre dalla stessa donna interiore?»
«Secondo questa mappa, sì: seguendo il tuo ordine personale.»
Emma apre il quaderno e sfoglia lentamente le pagine.
«Allora potrei incontrare prima la Romantica Solitaria e subito dopo la Gioiosa.»
«Sì.»
«Oppure la Regina potrebbe essere seguita dalla Curandera.»
«Esattamente.»
«E un’altra donna potrebbe vivere quelle stesse energie in un ordine completamente diverso.»
«È questo che rende il viaggio così intimo. Tutte condividiamo gli stessi undici archetipi, ma ciascuna li attraversa secondo una danza personale.»
Emma rimane pensierosa.
«Forse è per questo che due donne possono vivere la stessa giornata in modi opposti.»
«Una può sentire il desiderio di uscire, ballare e incontrare il mondo. L’altra può avere bisogno di silenzio, di una candela e di una porta chiusa. Entrambe stanno seguendo la propria marea.»
«Nessuna delle due è sbagliata.»
«Nessuna delle due deve assomigliare all’altra.»
Emma sorride.
«E nemmeno io devo seguire la tua sequenza.»
«No. Io posso raccontarti la mia esperienza, offrirti una mappa e accompagnarti nell’osservazione. Il sentiero che scoprirai sarà il tuo.»
«Come posso conoscere la mia sequenza?»
«Attraverso la costanza. Giorno dopo giorno, annota ciò che senti.»
Prendo il suo quaderno e apro una pagina bianca.
«Scrivi la data. Poi osserva il corpo, l’emozione dominante, il modo in cui comunichi, ciò che desideri e ciò che ti disturba.»
Scrivo lentamente:
Come mi sento oggi?
Dove percepisco maggiormente l’energia nel corpo?
Desidero agire, parlare, creare, amare, ritirarmi oppure riposare?
Quale luce riconosco?
Quale ombra sta chiedendo attenzione?
Emma legge le domande.
«E dopo quanto tempo vedrò la mia sequenza?»
«Concediti almeno due o tre cicli completi. All’inizio potresti riconoscere soltanto alcune energie. Poi inizieranno a comparire ripetizioni.»
«Come impronte.»
«Sì. Ti accorgerai che una certa qualità ritorna dopo un determinato numero di giorni. Potresti osservare che, dopo la tua fase creativa, arriva spesso il bisogno di solitudine. Oppure che la malinconia viene seguita da una grande forza d’azione.»
«E lentamente le undici donne si metteranno in fila.»
«Una fila viva, capace di respirare insieme a te.»
Emma prende nuovamente il quaderno.
«Quindi questo libro finisce dove comincia la mia osservazione.»
«Esattamente. Le mie parole arrivano fino a questa porta. Da qui in avanti saranno il tuo corpo, la tua esperienza e la tua verità a guidarti.»
«Dovrò evitare di forzare le risposte.»
«Osserva con curiosità. Cercare di riconoscere a tutti i costi un centro può confondere la voce autentica del corpo.»
«Quindi scrivo anche quando non capisco.»
«Soprattutto allora. Puoi annotare semplicemente: “Oggi sento confusione”. Anche la confusione appartiene al viaggio.»
Emma guarda il cielo.
«Mi piace pensare che la mia sequenza fosse già con me quando sono nata.»
«È una bella immagine: una piccola melodia lunare custodita nel corpo.»
«E io l’ho vissuta per tutta la vita senza conoscere i nomi delle note.»
«Hai già danzato molte volte con ognuna delle tue donne interiori. Adesso puoi iniziare a riconoscerle.»
«Forse alcune le ho giudicate duramente.»
«Puoi incontrarle di nuovo con occhi diversi.»
«Anche quella che piange?»
«Porta acqua.»
«Quella che si arrabbia?»
«Porta fuoco.»
«Quella che vuole nascondersi?»
«Porta silenzio.»
«Quella che desidera fare tutto?»
«Porta movimento.»
«E quella che dubita?»
«Porta una domanda.»
Emma respira profondamente.
«Nessuna arriva a mani vuote.»
«Ogni donna interiore porta una medicina. A volte la consegna attraverso la luce. Altre volte la nasconde dentro un’ombra.»
«E il mio compito è ascoltare.»
«Ascoltare, accogliere e scegliere.»
Emma resta per qualche istante davanti a me.
Poi domanda:
«Che cosa accadrà quando conoscerò perfettamente la mia sequenza?»
«La vita continuerà a sorprenderti.»
Lei ride.
«Allora a che cosa serve conoscerla?»
«A smettere di sentirti estranea a te stessa. Quando riconosci l’energia del momento, puoi prenderti cura di lei. Puoi scegliere il momento per agire, quello per aspettare, quello per parlare e quello per entrare nella tua grotta.»
«La sequenza non decide al posto mio.»
«Ti offre consapevolezza. La Luna indica una marea; tu continui a essere la donna che conduce la barca.»
Emma chiude il quaderno.
«Adesso capisco cosa significa diventare la regista della propria vita.»
«Significa conoscere tutte le attrici, riconoscere quale si trova al centro della scena e ricordare che la storia intera appartiene a te.»
«La mia sequenza è il copione?»
«È il ritmo con cui le attrici entrano in scena. Le parole, i gesti e le scelte rimangono vivi.»
Emma si volta nuovamente verso il sentiero.
La Luna illumina gli alberi e le pietre della casa. Il vento muove appena le foglie, come se stesse sfogliando le pagine di un libro invisibile.
«Domani comincerò», dice.
«Che cosa scriverai per prima cosa?»
Emma pensa per un momento.
Poi sorride.
«Oggi una donna dentro di me sta parlando. Ancora non conosco il suo nome, ma sono pronta ad ascoltarla.»
Compie un passo.
Poi un altro.
La osservo mentre si allontana lungo il sentiero.
Questa volta porta con sé più di un quaderno.
Porta una domanda.
Porta undici donne.
Porta con sé la possibilità di riconoscere una sequenza personale, descritta da questo insegnamento come presente fin dalla nascita: un giorno alla volta, una marea dopo l’altra.
Prima di scomparire tra gli alberi, Emma si volta un’ultima volta.
«Ogni donna ha la propria musica», dice.
«Sì.»
«E nessuna deve danzare seguendo il ritmo di un’altra.»
Poi riprende il cammino.
Sotto la stessa Luna, milioni di donne attraversano energie differenti.
Una ride.
Una piange.
Una crea.
Una riposa.
Una ama.
Una sceglie.
Una lascia andare.
Ognuna può imparare ad ascoltare il proprio ritmo.
Ognuna custodisce la propria melodia.
Ognuna è un mare intero.
E la Luna continua a danzare con tutte loro.
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